sabato 17 dicembre 2016

Cinema, “Captain Fantastic” di Matt Ross dalla sceneggiatura bellissima ed inquietante insieme. La recensione di Fattitaliani

Ho visto “Captain Fantastic” ieri, e poi, come è mio solito fare, avendo già un’idea precisa di quello che ho provato nell’assaporare questo film di Matt Ross, ho letto alcune recensioni. Ebbene, non ne ho trovata una, dico una!, che avesse ben capito l’originalità e la genialità di questa produzione!

In genere le recensioni sono scritte per non essere comprese dallo spettatore medio: nel senso di chi va al cinema per distrarsi e per divertirsi, per sognare e per proiettarsi identificandosi con i protagonisti e vivere quelle emozione finzionali come se fossero le sue: Immedesimazione? Empatia? Identificazione proiettiva? Che importanza ha? Basta che il film riesca a trasportare la mente in un mondo nuovo, diverso, liberatorio, che è quello dello sceneggiatore, del regista, del produttore, di chi ha scritto la storia! È tutto lì il “trucco”! Non c’è altro in un film da capire o da scoprire!

La sceneggiatura di Matt Ross, che al contempo dirige il film, è bellissima ed inquietante insieme. Ma è quella inquietudine che lo spettatore prova quando viene coinvolto in una storia bellissima che capisce già, dai primi fotogrammi, che è “too good to be true!”.
Sì, proprio così, come Freud ne “Un disturbo di memoria sull’Acropoli”, un piccolo saggio del 1936 che lasciamo al nostro lettore recuperare per gustarsi l’analogia emotiva che arditamente segnalo con questo fantastico film.

I temi trattati da Matt Ross, che ha forgiato nella narrazione un cast di attori straordinariamente bravi, che hanno saputo vestire la loro parte in un modo sorprendentemente reale, sono temi attuali, moderni, dei nostri giorni insomma.
Non tutti sanno che quasi il 20% della popolazione occidentale soffre di depressione (nelle sue varie forme e declinazioni cliniche!). Non tutti sanno che sono più di 350 milioni le persone occidentali che soffrono di questo disturbo. Non tutti sanno che ogni anno muoiono di depressione, molto spesso suicide, poco meno di un milione di persone! Ed ecco allora che coraggiosamente Matt Ross, con la sua sceneggiatura e la sua regia, mette al centro della sua storia fantastica, con disarmante schiettezza ed umanità, uno dei peggiori drammi psichiatrici della storia dell’uomo di tutti i tempi, meglio noto clinicamente come “disturbo bipolare”, un tempo clinicamente definito come “psicosi maniaco-depressiva”, che alterna momenti maniacali a momenti fortemente down.
La storia ruota attorno a questo devastante fenomeno del XX e del XXI Secolo, vissuto dalla razza umana come un tabù, perché dire di essere depressi e come dire di essere “lebbrosi”, e quindi il rischio è la contaminazione del proprio simile!
Per provare a sconfiggere questo male, Ben, la moglie e i sei figli, decidono di allontanarsi drasticamente dello stile di vita del mondo occidentale, che è spesso la causa e la genesi di questa malattia mentale, isolandosi nelle foreste del Pacifico nord-occidentale dove vivono in simbiosi con la natura più vera e più cruda. Non si usano armi da fuoco per uccidere animali selvatici per nutrirsi, e si vive tutti insieme allenando il corpo e la mente quotidianamente, così come consigliavano gli antichi romani all’inizio del primo millennio dalla nascita di Cristo, raccomandando di vivere secondo il principio: «Mens sana in corpore sano». Vita sana, cibi sani, letture sane, confronti dialettici intelligenti e stimolanti per la mente, vivendo del necessario e lasciando agli “occidentali-consumatori-seriali-ossessivi” il superfluo e il pleonastico.
Tutto il resto, che erroneamente viene messo al centro della storia da alcuni critici professionisti, è solo la cornice della narrazione cinematografica di Matt Ross che si avvale di un Cast di attori straordinari, con un Viggo Mortensen che brilla come la “superluna” di questi giorni che ha sedotto e affascinato miliardi di persone in tutto il mondo.
La cultura, l’educazione, il rapporto genitori-figli, la religione, il passaggio nell’al di là come doloroso o gioioso a seconda delle diverse prospettive di culto, sono solo temi accessori che qualche volta rischiano di distrarre lo spettatore dal vero fulcro della storia che è la capacità dell’essere umano del XXI Secolo di adattarsi allo stile di vita contemporaneo che è incompatibile con l’attuale evoluzione del corpo e della mente dell’“Homo sapiens”, o meglio, dell’”Homo Technologicus”. 
Questa incapacità di adattamento, che invece nei milioni di anni trascorsi hanno caratterizzato la natura umana, oggi, a causa dell’evoluzione straordinariamente veloce della tecnologia e dell’attenzione ad elementi esogeni ma al contempo futili, pongono l’Homo Technologicus in una condizione di fragilità emotivo-relazionale che spesso lo conduce all’estraneamento e alla depersonalizzazione, quindi spesso alla depressione!
Ma il film, alla fine, tiene conto della realtà dei giorni nostri, ed è allora che “Captain Fantastic” Viggo Mortensen, a seguito di un grave ed imprevedibile incidente che colpisce una delle sue figlie, viene illuminato dalla consapevolezza che è impossibile che l’Uomo Occidentale oggi viva la sua vita come gli indigeni delle tribù sperdute della Foresta Amazzonica.
La scelta più saggia è quella di “adattarsi” alla vita dei nostri giorni, alla vita di noi occidentali che abbiamo perduto irreversibilmente tutto quello di più sano e vitale che nei secoli hanno costruito i nostri avi. “Too good to be trou!”! Infatti la realtà oggi è un’altra, e nostro malgrado dobbiamo viverla adattandoci darwinianamente per quello che è!
Andrea Giostra