martedì 23 agosto 2016

Rio, Paralimpiadi 2016. Parla Luca Pancalli: abili nella disabilità

La Russia non parteciperà alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro in programma dal 7 al 18 settembre. A deciderlo è stato Tribunale arbitrale dello sport di Losanna che ha respinto il ricorso di Mosca sul cosiddetto "doping di Stato", già costato l'esclusione a molti rappresentanti russi ai recenti Giochi olimpici.
Gli atleti paralimpici che si stanno preparando per Rio saranno circa 4.300 per 23 discipline. La delegazione azzurra è rappresentata da 94 atleti paralimpici e la portabandiera sarà Martina Caironi, campionessa dell’atletica leggera. Per la prima volta nella storia dei Giochi paralimpici, nati nel dopoguerra in Inghilterra, parteciperanno atleti rifugiati o richiedenti asilo. Maria Carnevali ha intervistato il Presidente del CIP, Luca Pancalli, chiedendo come gli atleti paralimpici italiani si sono preparati alla gara a cinque cerchi
R. – È stato preparato nel migliore dei modi grazie al lavoro di ogni Federazione, che ha le competenze, ciascuna per le proprie discipline. Queste hanno tentato di mettere i nostri atleti, soprattutto quelli di vertice che saranno lì presenti, nelle migliori condizioni per dare il meglio di loro stessi. Ci apprestiamo a vivere questa dimensione altamente agonistica: atleti con la “a” maiuscola che si confronteranno e rincorreranno i loro sogni.
D. – Il messaggio dei Giochi paralimpici è quello di sottolineare una speciale abilità nella disabilità?
R. – Sì, certo. A me piace parlare sempre della capacità di questi ragazzi e ragazze di essere dei grandi atleti. Tuttavia, è evidente che tutto il Movimento ha come obiettivo anche quello di dimostrare quanto le persone disabili siano in grado di esprimere una straordinaria abilità. Questa è magari sottolineata fino alle eccellenze, come quelle che si vedono durante i Giochi paralimpici, ma in questo caso perché gli atleti sono messi nelle condizioni di poterlo fare. In fondo, lo sport è visto come una metafora di quello che vorremmo che avvenisse nella vita e nella quotidianità: che alle persone disabili fosse data l’opportunità di esprimere le proprie abilità. È un messaggio che in qualche modo vuole aiutare a dare un’immagine diversa del mondo della disabilità e che possa anche contribuire alla crescita culturale nel nostro Paese. Un messaggio per tutti coloro che magari non riusciranno o non potranno mai fare uno sport.
D. – Le Paralimpiadi di Rio avranno una copertura mediatica mai avuta prima: quanto è importante la comunicazione per la rappresentazione collettiva della disabilità?
R. – È fondamentale. Oggi, con la straordinaria copertura di Rio da parte della Rai speriamo, da un lato, di poter raccontare straordinarie imprese sportive che nascono tutte da esperienze di vita vissuta, ognuna con la propria porzione di sofferenza e di dolore. Ma nello stresso tempo, questa straordinaria copertura permette di lanciare un importantissimo messaggio ai tanti ragazzi e ragazze disabili del nostro Paese, raccontando loro di uno sport che può essere sì un obiettivo, come lo è per i quasi 100 straordinari atleti paralimpici azzurri che saranno a Rio, ma che può anche diventare un semplice strumento per vivere la propria quotidianità e il tempo libero e per facilitare al tempo stesso i processi inclusivi e di integrazione.
D. – Da quest’anno parteciperanno anche atleti paralimpici rifugiati o richiedenti asilo. Cosa pensa di questa iniziativa?
R. – Anche questa iniziativa serve, ancora una volta, per sottolineare come lo sport possa essere uno strumento di comunicazione, di informazione, ma soprattutto, in questo caso, di sensibilizzazione. Condivido quindi questa iniziativa e credo che possa aiutare a far riflettere.
D. – In Italia, ci sono sufficienti centri attrezzati per favorire l’inserimento nello sport delle persone con disabilità?
R. – Assolutamente no. Ma noi non vorremmo dei centri speciali per persone “speciali”. Noi vogliamo invece che tutta l’impiantistica e l’infrastruttura sportiva del Paese fosse accessibile: priva non soltanto di barriere architettoniche e sensoriali, ma che sia accessibile soprattutto in termini di qualità del servizio reso, con la presenza di persone che siano eventualmente in grado di accogliere la domanda di offerta sportiva che dovesse provenire dalla mamma di un bambino disabile. E questo, purtroppo, non avviene.
D. – Quali sono le altre problematiche da dover affrontare?
R. – Le altre problematiche sono ovviamente legate alla vita dei nostri atleti, soprattutto di quelli “top level”. Una tra tutte, visto che facciamo anche cronaca, riguarda il partire per partecipare alla più grande competizione sportiva della loro vita prendendosi magari delle ferie o dei permessi non retribuiti sul posto del lavoro, per chi ha la fortuna anche di avere un lavoro. Questo certamente non è dignitoso nella grande famiglia dello sport italiano, che spesso sottolinea il suo voler essere “unica”, ma che poi, al proprio interno, mostra delle profonde differenze. Stiamo lavorando su questo e devo dire che un grande risultato è stato il riconoscimento che abbiamo ottenuto dal governo di “ente pubblico non economico”. Sotto questo profilo, tale riconoscimento ci dà una speranza. L’avvio di un riconoscimento di pari dignità rispetto al Comitato olimpico ci fa sperare che le cose possano effettivamente cambiare nel prossimo futuro.
D. – C’è anche qualcosa che riuscirete a chiedere alle istituzioni, con più forza?
R. – La forza che ci dà il fatto di essere riconosciuti come un “ente pubblico” può aprire degli scenari che fino adesso avevamo tentato di esplorare faticosamente, ma che potranno forse da ora in poi consentirci di raggiungere dei risultati in maniera molto più veloce e semplice sia nei rapporti con il Miur, per quanto riguarda la scuola, che con il ministero del Welfare, della Salute. Maria Carnevali, Radio Vaticana, Radiogiornale del 23 agosto 2016.

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