sabato 14 febbraio 2015

L’Is sfonda in Libia, ultimatum a milizie di Sirte. Intervista allo storico Paolo Sensini

Il sedicente Stato islamico alla conquista della Libia. Dopo l’ingresso nella città di Sirte, gli uomini di al Baghdadi hanno intimato alle milizie filo-islamiche locali di abbandonare la zona entro domani. E ora si teme per le sorti della capitale Tripoli, mentre l’Italia si dice pronta a un intervento militare. Della situazione nel Paese africano, Eugenio Bonanata ha parlato con Paolo Sensini, storico e autore dei libri "Libia 2011"’ e "Divide et Impera - Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente":

R. – Ora si chiama Is, ma questi gruppi dell’area del fondamentalismo jihadista sono lì da molto tempo. Moltissimi – per essere ancora più precisi – sono gli stessi che sono stati sostenuti per fare crollare Gheddafi; avevano altri nomi, ma erano legati a doppio filo con al Qaeda, e tutti lo sapevano. Erano gruppi legati ad altre file ma facevano parte di una costellazione che oggi chiamiamo Isis. Quindi, dobbiamo porre un punto interrogativo sulla gravità compiuta dall’Occidente, in particolare dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti e – purtroppo, a rimorchio – dall’Italia, che in qualche modo ha "segato" rami sui quali stava appoggiata, nel senso che con la Libia aveva rapporti molto stretti. Insomma, in questo modo abbiamo tolto l’unico presidio, cioè Gheddafi, che riusciva a controllare quell’area così turbolenta e complicata nello scacchiere nordafricano, e abbiamo dato il via al dilagare di questi gruppi che oggi si concretizzano nell’Isis.
D. – Qual è la prospettiva che abbiamo di fronte?
R. – Brutta. Molto brutta. Queste persone sono ingestibili, incontrollabili e piene di armi perché sono stati saccheggiati tutti i luoghi nei quali erano contenute le armi dell’esercito libico. Quindi, pensare a una loro pacificazione, a una loro gestione controllata, è pressoché impossibile e utopistico. Quindi, è ovvio che con queste persone puoi fare i conti solo militarmente. Ovviamente, fuori da un’opzione militare, null’altro è possibile e qui si apre una voragine dalla quale è veramente complesso venire fuori. E’ uno scenario sul quale si fatica a dire qualcosa di preciso. Di solito con questa gente qua, lo capiamo e lo sappiamo tutti, non è possibile trattare.
D. – Le milizie filo-islamiche attive sul terreno libico possono fare qualcosa?
R. – Sì, fanno quello che stanno facendo attuando questa politica del caos che non fa altro che mettere tribù contro tribù e creare un vero e proprio caos gestionale che, a mio avviso – ma non credo sia dietrologia, è così per qualsiasi analista geopolitico che conosca perfettamente la situazione di quell’area – era proprio quello che si voleva fare.
D. – Quindi, adesso ci dobbiamo aspettare un pronunciamento da parte della Nato o dell’Onu relativamente a un intervento armato?
R. – E’ evidente. Si è creato un problema e ora ci verrà data una soluzione. Speriamo che quella soluzione non sia ancora un’aggravante, cosa altamente probabile, visto l’andamento degli interventi Nato su tutti gli scenari: vedi Afghanistan, vedi Iraq, vedi Libia, vedi Siria, perché anche lì si è favorito un tipo di situazione di questo genere. Il “mostro sanguinario”, “dittatore” che da tutti ci è stato indicato – Bashar al Assad – è riuscito a contenerli e fa il lavoro che appunto noi oggi diciamo di voler fare: attaccare e togliere di mezzo questi terroristi. Loro lo stanno facendo sul campo dal 2011: è proprio quello che ora i Paesi occidentali blandiscono.
D. – Secondo lei, quanto rischia l’Italia? 
R. – Molto. E lo capisce anche un bambino: sono a qualche centinaio di chilometri dalle nostre coste, è evidente che non è una situazione bella. Soprattutto con il flusso migratorio che abbiamo esattamente da quell’area lì, da quegli stessi ribelli che abbiamo appoggiato: sono loro che gestiscono la calata umana che da Derna, da Bengasi e dalle coste libiche – in particolare cirenaiche, ma anche della Tripolitania – arriva quotidianamente sulle coste italiane … Eugenio Bonanata, Radio Vaticana, Radiogiornale del 14 febbraio 2015.