Tanti studenti in Italia, soprattutto a Roma, hanno intenzione di emulare i loro coetanei d’Oltralpe.
Nelle piazze francesi, tra le proteste degli studenti per le condizioni della scuola pubblica, i docenti si sarebbero fatti scudo per proteggere i ragazzi. Lo mostrerebbero diversi video che circolano in rete: gli insegnanti, uniti, sono scesi in piazza a sostegno dei loro studenti e hanno formato una catena umana per difenderli con i propri corpi da eventuali attacchi.
I filmati mostrerebbero i docenti uniti nel proteggere gli studenti. In molti istituti, secondo le cronache, gli insegnanti sono scesi in piazza al fianco dei ragazzi, spiegando di voler sostenere «una battaglia legittima». Le scene si inserirebbero in un clima di forte tensione.
Quello che è iniziato come un autunno caldo fatto di picchetti davanti ai cancelli si è trasformato in un caso nazionale. Il bilancio del ministero dell’Interno parla chiaro: più di mille istituti coinvolti, migliaia di fermi, quasi duemila in un solo giorno, in gran parte minorenni, e scontri in decine di città. E mentre a Parigi il governo cerca disperatamente una via d’uscita, la scintilla ha iniziato a viaggiare veloce, attirando l’attenzione anche degli studenti italiani.
In Italia, per il momento, non ci sono scuole blindate o bloccate. Ma le organizzazioni studentesche hanno fiutato l’aria in un battibaleno, capendo perfettamente la portata simbolica di quello che sta succedendo Oltralpe. La Rete degli studenti ha mandato un messaggio netto di solidarietà ai coetanei francesi, lanciando lo slogan «soldi alle scuole, non alle armi» e tracciando la rotta verso lo sciopero studentesco internazionale del 20 novembre.
Le prime avvisaglie si sono viste già nei primi giorni di ottobre. A Genova studenti e portuali si sono dati appuntamento per un’assemblea nazionale organizzata dal collettivo Cambiare rotta. A Roma si è scesi in piazza alla Bocca della Verità contro la legge elettorale. A Napoli gli universitari sono tornati a piantare le tende nel cortile della Federico II contro il caro affitti, e Torino si prepara a fare lo stesso. Nelle scuole superiori, intanto, la data cerchiata in rosso è il 17 ottobre: la Rete degli studenti medi l’ha scelta per scendere in piazza contro il decreto scuola. Il decreto, approvato dal governo il 24 settembre, fissa un tetto. Dall’anno scolastico 2027-2028, nelle classi prime gli alunni stranieri che non conoscono abbastanza l’italiano non potranno superare il 30 per cento. Il giorno dopo, sul cancello di una scuola di Genova è comparsa la scritta «Qui nessuno è straniero», diventata in pochi giorni lo slogan della protesta. Del resto, chi ha vissuto o vive la scuola italiana riconosce immediatamente un copione dolorosamente familiare. E i numeri lo confermano, a volte superando i francesi, a volte smentendo i luoghi comuni.
In Italia, poi, l'attuale governo ha limitato notevolmente la libertà di manifestazione. Il 25 aprile 2026 è diventato legge il Decreto-legge n. 23/2026, con disposizioni che limitano la libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione, criticate dal Presidente della Repubblica, dall’OSCE, da diversi Relatori speciali delle Nazioni Unite e da esperti che parlano di potenziale incostituzionalità. Con la Legge n. 80/2025, poi, sono state inasprite le sanzioni per chi protesta, introducendo, tra le altre cose, il reato di blocco stradale, l’estensione del DASPO urbano e l’uso delle bodycam per le forze di polizia senza l’introduzione dei codici identificativi alfanumerici. Stesso discorso per la legge 54/2026 che ha ampliato i poteri di fermo, di identificazione e di perquisizione, oltre a introdurre nuove limitazioni alle manifestazioni pubbliche, come il fermo preventivo fino a dodici ore in specifici casi. Manifestare in Italia vuol dire assumersi un rischio sempre più grande e c'è chi, specie tra le nuove generazioni, ha perso la speranza nei movimenti di piazza.
Il nuovo saggio del Forum Disuguaglianze e Diversità Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica che analizza il rapporto delle nuove generazioni (17-34 anni) con la politica nel contesto italiano sottolinea come i giovani siano iper-sorvegliati nelle interazioni del mondo reale e, per questo, tendano a fuggire dalla realtà e a rifugiarsi online. C'è una crisi di fiducia dovuta al fatto che i giovani sono sempre meno, altamente sovraesposti e sovrastimolati oltre che tarpati da "decenni di politiche che nella scuola e nell’università, nella cura e nell’abitare hanno eretto ostacoli particolarmente significativi proprio per le nuove generazioni".
Antonio Speranza


