di Giovanni Zambito - Dal grande schermo al palcoscenico, la storia di Mosè torna a emozionare con “Il Principe d’Egitto - Il Musical”, il kolossal teatrale prodotto da Broadway Italia e tratto dall’omonimo film d’animazione DreamWorks. Per la prima volta in Italia, l’opera arriva con un allestimento imponente diretto da Federico Bellone, capace di intrecciare epica, spiritualità e spettacolo grazie a oltre 50 artisti in scena, scenografie monumentali, musica dal vivo, coreografie ed effetti speciali firmati da Paolo Carta. Il debutto è fissato al Teatro Brancaccio di Roma, dal 29 ottobre all’8 novembre 2026, mentre dal 25 novembre al 13 dicembre 2026 lo spettacolo sarà al Teatro degli Arcimboldi di Milano.
Protagonista nel ruolo di Mosè è Riccardo Maccaferri, affiancato da Lorenzo Tognocchi nei panni di Ramses e Giulia Sol nei panni di Tzipporah. Al centro della vicenda c’è il percorso di un uomo diviso tra due identità, costretto a mettere in discussione le proprie certezze e a scegliere tra gli affetti personali e la responsabilità verso il suo popolo. Come racconta Maccaferri, la sfida interpretativa è stata soprattutto quella di restituire l’umanità di Mosè, con le sue paure, i dubbi e le contraddizioni, senza anticipare la consapevolezza che maturerà lungo il cammino.
Ad accompagnare la narrazione sono le musiche del premio Oscar Stephen Schwartz, autore anche di successi come Wicked, Pocahontas e Il Gobbo di Notre Dame. Tra i momenti più attesi, il celebre “When You Believe”, vincitore dell’Oscar per la Miglior Canzone Originale, che Maccaferri considera parte integrante dell’interpretazione: non soltanto musica, ma uno strumento per esprimere ciò che le parole non riescono a raccontare.
Nell’intervista concessa a Fattitaliani, l’attore approfondisce anche il rapporto tra Mosè e Ramses, un legame in cui affetto fraterno e rivalità si intrecciano fino allo scontro, e riflette sull’attualità dei temi del musical: la libertà come diritto di tutti, il coraggio di affrontare le proprie paure e la necessità di non restare indifferenti davanti alle ingiustizie. Perché, come suggerisce la storia di Mosè, fare la scelta giusta può richiedere anche la rinuncia a qualcosa di importante.
Interpreti Mosè, un personaggio diviso tra due identità e due popoli. Qual è stata la sfida più grande nel dare voce ai suoi conflitti interiori?
Credo che la sfida più grande sia stata quella di raccontare Mosè prima di tutto come un essere umano, ancora prima che come una figura così importante nella storia e nella religione.
All’inizio è un ragazzo che vive una vita privilegiata, circondato dall’affetto della sua famiglia, senza conoscere realmente le proprie origini. Quando scopre la verità, tutto ciò che fino a quel momento rappresentava una certezza viene messo in discussione.
La cosa interessante è che Mosè non smette improvvisamente di amare la famiglia con cui è cresciuto, ma allo stesso tempo non può ignorare quello che ha scoperto. È proprio questa contraddizione che ho cercato di portare sul palco: il conflitto tra ciò che prova e ciò che sente di dover fare.
Mosè compie un viaggio che lo porta a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto. In che modo questa trasformazione ha coinvolto anche te come interprete?
Una delle cose che mi affascina maggiormente di Mosè è che non nasce come un eroe. È un ragazzo che commette errori, ha paura, fugge dalle proprie responsabilità e si ritrova ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui.
Interpretarlo significa accompagnarlo attraverso tutte queste fasi, cercando di non anticipare mai la consapevolezza che acquisirà soltanto alla fine del suo percorso.
E forse è proprio questo l’aspetto che mi ha fatto riflettere maggiormente: spesso immaginiamo il coraggio come l’assenza di paura, mentre Mosè ci dimostra esattamente il contrario. Si può avere paura, dubitare di sé stessi e trovare comunque la forza di fare una scelta importante.
“Il Principe d’Egitto” arriva in Italia con un allestimento imponente, tra grandi scenografie, coreografie ed effetti speciali. Come cambia il lavoro dell’attore quando deve inserirsi in uno spettacolo di queste dimensioni?
Uno spettacolo di queste dimensioni richiede sicuramente una grande precisione. Ogni movimento, ogni ingresso e ogni momento musicale devono inserirsi in un meccanismo molto complesso, nel quale lavorano contemporaneamente tantissime persone.
La difficoltà però è riuscire a mantenere la spontaneità dell’interpretazione all’interno di una struttura così precisa.
Credo che il rischio, in produzioni tanto spettacolari, sia quello di lasciarsi sovrastare dalla grandiosità di ciò che accade sul palco. Per questo cerco sempre di ricordarmi che al centro di tutto ci sono le emozioni e le relazioni tra i personaggi.
Le scenografie e gli effetti speciali possono lasciare il pubblico a bocca aperta, ma sono convinto che sia soprattutto la storia a doverlo emozionare.
Le musiche di Stephen Schwartz e il brano premio Oscar “When You Believe” sono tra gli elementi più celebri di quest’opera. Che rapporto hai costruito con la componente musicale e quali emozioni speri di trasmettere al pubblico?
La musica è sicuramente uno degli elementi più potenti di questo spettacolo. Stephen Schwartz è riuscito a scrivere brani che non si limitano ad accompagnare la storia, ma raccontano ciò che i personaggi spesso non riescono a esprimere attraverso le parole.
La sfida è stata proprio quella di non affrontare le canzoni soltanto dal punto di vista vocale, ma di considerarle una parte fondamentale dell’interpretazione.
Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dal teatro portando con sé non soltanto il ricordo di una bella canzone, ma anche l’emozione che quella musica è riuscita a trasmettergli.
Il rapporto tra Mosè e Ramses è uno dei nuclei più intensi della storia: affetto, rivalità e visioni opposte si intrecciano continuamente. Come avete lavorato, tu e Lorenzo Tognocchi, per rendere credibile questo legame?
Credo che il rapporto tra Mosè e Ramses sia uno degli aspetti più belli e dolorosi dell’intera storia.
La cosa fondamentale, per me, è ricordare che prima di diventare due uomini su fronti opposti sono stati due fratelli che si volevano bene, che sono cresciuti insieme e che hanno condiviso una parte importante della loro vita.
Con Lorenzo abbiamo cercato di partire proprio da questo legame, perché senza un affetto autentico tra i due personaggi anche il loro scontro perderebbe gran parte della sua forza.
La storia di Mosè parla di libertà, coraggio e responsabilità, temi che attraversano epoche e culture. Qual è il messaggio di questo musical che senti più vicino al nostro presente?
Credo che uno dei messaggi più attuali di questa storia sia l’importanza di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie.
Mosè avrebbe potuto continuare a vivere una vita privilegiata, senza mettere in discussione nulla. Eppure, nel momento in cui scopre la verità, comprende che non può più voltarsi dall’altra parte.
È un tema che trovo estremamente attuale, perché ancora oggi è facile interessarsi a un problema soltanto quando ci riguarda personalmente.
Credo che questa storia ci ricordi che la libertà non dovrebbe essere considerata un privilegio riservato a qualcuno, ma un diritto che appartiene a tutti.
E soprattutto che, a volte, fare la cosa giusta significa avere il coraggio di rinunciare a qualcosa di importante.




