di Giovanni Zambito - Essere madre e figlia significa spesso volersi bene senza riuscire a capirsi. Tra il desiderio di proteggere e il bisogno di conquistare la propria indipendenza, il rapporto può trasformarsi in un terreno di scontro, fatto di incomprensioni, parole sbagliate e silenzi. È proprio da questa complessità che nasce Mia madre è una stronza. Madri, figlie, TikTok e altri disastri emotivi, il nuovo romanzo di Emma Mariani, in libreria da oggi per CartaCanta Editore.
Protagoniste della storia sono Claudia, un'avvocata convinta che amare significhi proteggere e correggere, e sua figlia quindicenne Celeste, impegnata a costruire la propria identità e a conquistare autonomia. Quando un episodio imbarazzante finisce su TikTok, l'intimità familiare viene esposta al giudizio pubblico e la distanza tra le due rischia di diventare incolmabile. Con uno sguardo ironico e vulnerabile, Mariani affronta temi quanto mai attuali: il rapporto tra genitori e adolescenti nell'era dei social, la vergogna che diventa virale, il bisogno di ascolto e la difficoltà, per una madre, di fare un passo indietro senza sentirsi meno presente.
A Fattitaliani, l'autrice – mamma di due ragazze – racconta quanto della propria esperienza sia entrato nella storia, riflette sul confine tra protezione e controllo e spiega perché, a volte, per ritrovare il dialogo con i figli sia necessario smettere di cercare di avere sempre ragione. Perché crescere insieme significa imparare a camminare uno accanto all'altro, lasciando a ciascuno lo spazio per trovare la propria strada. L'intervista a Emma Mariani.
Claudia è convinta che amare significhi proteggere e correggere, mentre Celeste ha bisogno di conquistare la propria autonomia. Quando e perché, secondo lei, il desiderio di proteggere un figlio rischia di trasformarsi in una forma di controllo?
Credo che accada quando smettiamo di distinguere i bisogni dei nostri figli dai nostri. Quando la loro vita diventa, anche inconsapevolmente, il territorio sul quale cerchiamo di esercitare le nostre ansie, le nostre aspettative e perfino le nostre insicurezze. Claudia ama profondamente Celeste, ma ha difficoltà ad accettare che sua figlia stia diventando una persona diversa da quella bambina che conosceva così bene. E allora corregge, interviene, aggiusta. Una felpa fuori posto, un trucco sbagliato, un'interrogazione, un'uscita con gli amici diventano occasioni per esercitare un controllo che lei chiama protezione.
Il problema è che un figlio non ha bisogno di una madre che gli risolva continuamente la vita, ma di una madre che gli insegni a viverla. E soprattutto che gli permetta di sbagliare. Penso che il confine venga superato proprio quando non riusciamo più a tollerare che i nostri figli facciano scelte che non avremmo fatto noi. Amare significa anche accettare di non essere sempre d'accordo, senza per questo smettere di esserci.
L’episodio che finisce su TikTok trasforma una difficoltà privata in una gogna pubblica. Quanto i social possono amplificare la vergogna e rendere ancora più difficile il dialogo tra genitori e figli adolescenti?
Moltissimo, perché i social hanno una caratteristica terribile: trasformano un momento in un'etichetta. Nel romanzo un episodio domestico, che dovrebbe restare confinato nell'intimità di una famiglia, diventa un contenuto pubblico, viene ripreso, commentato, condiviso e trasformato in uno spettacolo. Non importa più che cosa sia successo davvero, conta soltanto la versione che funziona meglio online.
Per Celeste è devastante perché a quindici anni il giudizio degli altri può sembrare una sentenza definitiva. Non si vergogna soltanto di quello che è successo, ma comincia a vergognarsi di se stessa. E quando la vergogna diventa pubblica, diventa anche molto più difficile chiedere aiuto.
C'è poi un aspetto che mi interessava raccontare: i social non mettono in difficoltà soltanto gli adolescenti. Anche gli adulti possono diventare oggetto di derisione, senza avere gli strumenti per difendersi da una viralità che non hanno scelto. Il rischio è che genitori e figli finiscano su fronti opposti proprio quando avrebbero più bisogno di fare squadra. Dovremmo ricordarci che dietro un video ci sono persone, relazioni e fragilità. Non tutto quello che può diventare virale merita di essere condiviso.
Nel romanzo, il silenzio tra Claudia e Celeste diventa sempre più profondo. Come si può ritrovare la strada verso un figlio quando le parole sembrano non bastare più e ogni tentativo di avvicinamento rischia di allontanarlo?
Forse smettendo, almeno per un po', di cercare la frase giusta. Claudia è una donna abituata a risolvere i problemi, anche per professione, ma scopre che con sua figlia non può utilizzare lo stesso metodo che usa in tribunale. Non può argomentare, convincere, dimostrare di avere ragione. Deve imparare ad ascoltare, anche quando quello che sente non le piace.
Nel romanzo c'è un passaggio importante: Claudia capisce che non intervenire non significa abbandonare. È una delle lezioni più difficili per lei, perché il suo istinto è quello di agire, controllare, anticipare ogni possibile problema. Ma a volte un figlio non ha bisogno di una soluzione, ha bisogno di sapere che può tornare da te senza essere giudicato.
Credo che il dialogo si ricostruisca attraverso piccoli gesti, non necessariamente attraverso grandi riconciliazioni. Una porta che rimane aperta, una cena condivisa, un messaggio, un «come stai?» al quale non segue un interrogatorio. E soprattutto la disponibilità a chiedere scusa senza aggiungere subito un «ma». Perché anche i genitori sbagliano e riconoscerlo non diminuisce la loro autorevolezza. La rende più umana.
Claudia deve affrontare una delle lezioni più difficili per un genitore: fare un passo indietro. È possibile imparare a lasciare andare senza sentirsi meno presenti o meno importanti nella vita dei propri figli?
Sì, anche se credo sia un percorso che richiede una buona dose di coraggio e, qualche volta, una quantità imbarazzante di autocontrollo. Claudia deve accettare che Celeste abbia un mondo nel quale lei non è più la protagonista assoluta. Ci sono gli amici, i primi amori, le confidenze, i segreti, le esperienze che non le verranno raccontate e gli errori che sua figlia dovrà affrontare da sola.
Per una madre è una piccola rivoluzione. Siamo abituate a essere necessarie, a sapere dove sono le scarpe, a ricordare gli appuntamenti, a controllare che abbiano mangiato, studiato, dormito. Poi, improvvisamente, scopriamo che la nostra presenza viene considerata quasi un'interferenza.
Ma fare un passo indietro non significa diventare invisibili. Significa cambiare posizione. Non essere più davanti a loro per indicare continuamente la strada, ma rimanere abbastanza vicine perché sappiano dove trovarci quando ne avranno bisogno. E forse questa è una forma d'amore ancora più difficile: esserci senza occupare tutto lo spazio.
Il romanzo affronta un tema delicato con uno sguardo ironico e vulnerabile. Quanto l’ironia l’ha aiutata a raccontare le fragilità di Claudia e Celeste senza giudicare nessuna delle due?
L'ironia è stata fondamentale. Credo che sia uno degli strumenti più efficaci per raccontare le contraddizioni umane, soprattutto quando riguardano la famiglia. Claudia è una madre che si prende terribilmente sul serio, almeno fino a quando la vita non comincia a dimostrarle che non ha il controllo di niente. È un'avvocata, è abituata a discutere, argomentare, trovare soluzioni, ma davanti a una quindicenne che le dice «sei cringe» o «sei una stronza» perde completamente ogni certezza.
Mi divertiva raccontare questo cortocircuito, ma non volevo mai ridicolizzare il dolore delle due protagoniste. L'ironia serve ad avvicinarci a loro, a riconoscerci nelle loro figuracce, nelle reazioni sproporzionate, nelle parole sbagliate dette proprio quando sarebbe stato meglio tacere.
Soprattutto, volevo evitare di costruire una storia con una madre colpevole e una figlia innocente, o viceversa. Claudia sbaglia, Celeste sbaglia, entrambe soffrono e spesso non riescono a spiegarsi quello che provano. Nessuna delle due è una cattiva persona. Sono semplicemente due persone che si amano moltissimo e che, per un periodo, non riescono più a capirsi. E penso che proprio questo renda la loro storia così riconoscibile.
Essere madre significa anche confrontarsi con i cambiamenti dei propri figli e con le proprie paure. Da mamma di due ragazze, quanto della sua esperienza personale è entrato nella storia e che cosa spera che madri e figlie possano portare con sé dopo aver letto il romanzo?
Essere madre di due ragazze mi ha inevitabilmente dato uno sguardo particolare su questo universo. Non direi che Claudia sia il mio ritratto autobiografico, né che Celeste rappresenti una delle mie figlie. La storia è una storia di finzione, ma le emozioni che la attraversano sono molto vicine alla vita reale: la paura di non essere abbastanza, il desiderio di proteggere, la nostalgia per quando i figli erano piccoli e la fatica di accettare che stiano diventando persone autonome.
Credo che ogni madre, almeno una volta, abbia avuto paura di sbagliare, di non capire, di non riuscire a trovare le parole giuste. E credo che ogni figlia abbia pensato, almeno una volta, che sua madre non capisse assolutamente niente. Mi piacerebbe che le madri, leggendo questo romanzo, riuscissero a essere un po' meno severe con se stesse, accettando che non devono essere perfette e che chiedere scusa non significa perdere autorevolezza. E che le figlie riuscissero a vedere, dietro qualche domanda di troppo o qualche atteggiamento invadente, anche la donna che c'è prima e oltre il ruolo di madre.
Vorrei soprattutto che questo libro diventasse un pretesto per parlarsi, riconoscersi e magari ridere insieme di quelle situazioni che, mentre le viviamo, ci sembrano tragedie.
Crescere insieme non è sempre semplice, ma non significa che ci si debba perdere. Perché diventare grandi è un viaggio che riguarda entrambe: le figlie che cercano la propria strada e le madri che devono imparare a camminare accanto a loro, anche quando non sono più loro a indicare la direzione.
Sabato 7 novembre, alle 17.30 presentazione alla Libraccio di Brescia, in Corso Magenta 27/D.



