Goran Marković, il nuovo romanzo "Il dottor D." ispirato all’incredibile latitanza di Radovan Karadžić

 


Un medico bizzarro che cura i propri pazienti con riti sciamanici, ipnosi e terapie omeopatiche. Un falso nome. Una periferia di Belgrado. E, dietro l’identità del misterioso dottor Darko Dragić, un passato che non può essere cancellato.


È da questa premessa che Goran Marković, uno dei più importanti registi e intellettuali serbi contemporanei, costruisce Il dottor D., romanzo graffiante e grottesco ispirato alla latitanza di Radovan Karadžić, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1996, condannato dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per genocidio e crimini contro l’umanità.


Pubblicato in Italia da Bottega Errante Edizioni, nella traduzione di Enrico Davanzo, Il dottor D. intreccia frammenti di Storia, trascrizioni telefoniche e rapporti di polizia per interrogarsi su una vicenda che per anni ha rappresentato una delle pagine più paradossali della storia recente europea: come è stato possibile che uno dei principali protagonisti delle guerre jugoslave sia riuscito a vivere per dodici anni sotto falsa identità, praticamente indisturbato, nella periferia di Belgrado?



UNO SGUARDO ALLA SERBIA – Il romanzo arriva in libreria in un momento particolarmente significativo. A spiegare perché questa pubblicazione assuma oggi un valore particolare è Enrico Davanzo, traduttore e autore della prefazione, che legge il libro anche alla luce della memoria ancora controversa delle guerre jugoslave: 

«Nelle settimane scorse le riprese della folla oceanica accorsa al funerale di Mladić a Belgrado hanno spinto il mondo a ricordare i conflitti jugoslavi degli anni Novanta e hanno restituito l’immagine di un paese ancora intriso di sciovinismo e violenza. Il dottor D. tratta della latitanza di Radovan Karadžić, che agì in stretta collaborazione con Mladić (che a sua volta si nascose per lungo tempo dalla giustizia internazionale), e lancia uno sguardo grottesco e cupamente ironico sul fenomeno dei criminali di guerra e sull’asservimento delle masse al loro mito. Tradurre e pubblicare questo libro serve a ricordare ai lettori italiani che una parte della società serba è ancora sana, rifiuta questa mentalità e giustamente la deride. In questa prospettiva si potrebbe accostare l’opera di Marković a quella di Radoje Domanović, scrittore satirico serbo di fine Ottocento che fustigò in maniera simile il nazionalismo esasperato e l’obbedienza cieca ai leader militaristi».


LA COSTRUZIONE DEL MITO – Al centro del romanzo c’è dunque una domanda che riguarda non soltanto la fuga di un singolo criminale di guerra, ma anche il modo in cui una società può contribuire, consapevolmente o meno, a costruire e proteggere il mito dei propri leader. Davanzo racconta così la percezione che della latitanza di Karadžić si è sviluppata nel mondo serbo, sottolineando la profonda spaccatura tra chi ne ha alimentato il mito e chi, invece, ha rifiutato quella narrazione: «Dipende. I sostenitori di Karadžić e i media nazionalisti furono abili nello sfruttare gli schemi legati alla tradizione epica serba per raffigurarlo come un eroe, che aveva agito per il bene del suo popolo ed era costretto ingiustamente a nascondersi. Ampi settori della società tuttora ci credono, e di recente a Belgrado è stata addirittura pubblicata una raccolta di poesie scritte da Karadžić nel penitenziario di Pankhurst, dove sta scontando l’ergastolo per crimini contro l’umanità. Altri però hanno saputo resistere a queste manipolazioni, e sono rimasti disgustati dall’operato dei servizi segreti, che organizzarono la sua clandestinità. A questo atteggiamento si può ricondurre il romanzo di Marković, che traccia un collegamento fra l’isteria nazionalista di cui si servì Karadžić per la sua ascesa politica e la creduloneria di coloro che si rivolgevano a lui quando, durante la latitanza, si spacciava per guaritore New Age, col nome fasullo di “dottor Dragan David Dabić” (che nel libro diventa “Darko Dragić”). Ciò potrebbe suggerire un collegamento con la novella Mario e il mago di Thomas Mann, un’allegoria sul fascismo dove Mussolini è rappresentato come un ipnotizzatore da cui la folla ama farsi soggiogare».


È proprio attraverso questa deformazione grottesca della realtà che Marković costruisce la forza del romanzo. La storia documentata della latitanza si trasforma in materia letteraria e satirica, senza perdere il suo legame con i fatti. Un’operazione che va letta anche alla luce della posizione che Marković occupa nel panorama culturale serbo, dove la sua attività cinematografica e letteraria convive da decenni con un netto impegno pubblico. Davanzo ne descrive così la particolare collocazione: «La percezione della figura di Marković è molto polarizzata. I suoi film sono entrati nella memoria collettiva, con personaggi, situazioni e battute che vengono spesso citati nel discorso pubblico; inoltre i suoi genitori, gli attori Rade – che in Italia lavorò con Giuliano Montaldo – e Olivera Marković, si trovano a buon diritto nel pantheon cinematografico serbo ed ex jugoslavo. Tuttavia il suo aperto schieramento contro i partiti ultranazionalisti e bellicisti, e in particolare contro l’attuale governo di Aleksandar Vučić, l’ha spesso reso oggetto di polemiche, censure e perfino attacchi personali. Di fatto, i suoi film da tempo non ricevono finanziamenti statali e i media filogovernativi lo bersagliano di frequente; tuttavia Marković non si è mai fatto intimorire, e dalle sceneggiature irrealizzate ha tratto alcuni dei suoi romanzi (è questo il caso de Il dottor D.). Ha inoltre partecipato a numerose proteste e si è sempre speso pubblicamente, sin dai tempi della guerra, a favore di un cambiamento della società serba in senso democratico e autenticamente europeista. Coloro che in Serbia si riconoscono in questi ideali l’hanno sempre sostenuto».


Con Il dottor D., dunque, Marković torna a utilizzare la letteratura come strumento di osservazione e di critica della società, trasformando una vicenda reale in una parabola sul potere, sulla propaganda, sulla credulità e sulla memoria. 

La fuga di Karadžić diventa così il punto di partenza per raccontare qualcosa di più ampio: il rapporto tra un paese e i propri fantasmi, tra la costruzione del mito e la possibilità di smontarlo attraverso l’ironia.

Fattitaliani

#buttons=(Accetta) #days=(20)

"Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo agente utente sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi." Per saperne di più
Accept !
To Top