Giacomo Lariccia a Fattitaliani: «Con 'Come dal marmo” voglio togliere il superfluo, per fare emergere la bellezza»

 

(c) René Normant 

Antonino Muscaglione per Fattitaliani

(video) C’è un’arte del togliere che, invece di impoverire, restituisce valore alle cose. È da questa intuizione, ispirata alla celebre lezione di Michelangelo, che nasce “Come dal marmo”, il nuovo singolo di Giacomo Lariccia, cantautore capace di intrecciare la tradizione della canzone d’autore con le suggestioni raccolte in anni di viaggi e incontri.

La parola diventa materia da scolpire, da liberare dalle sovrastrutture per raggiungere ciò che conta davvero. Una riflessione che supera i confini della scrittura musicale e si allarga alla vita, invitando a eliminare il superfluo per ritrovare energia e bellezza. Il videoclip, girato tra la dimensione live e la bottega dello scultore Massimo Galleni a Pietrasanta, traduce questa idea in immagini, mettendo in dialogo la forza della musica con la manualità della tradizione artistica italiana.

Tre volte finalista al Premio Tenco, Lariccia ha costruito un percorso personale e internazionale, facendo di Bruxelles il proprio punto d’approdo e della musica un territorio senza confini. Un cammino che prosegue anche nell’album 'Canzoni nella tormenta', tra composizioni originali e riletture della chanson française. Con 'Come dal marmo', il cantautore torna a interrogarsi sull’essenza delle cose, affidando alla musica il compito di far emergere ciò che spesso resta nascosto.

Stiamo vivendo un nuovo Rinascimento musicale, oppure il progresso tecnologico rischia di allontanarci dall'essenza dell'arte?

«Più la tecnologia avanza, più dobbiamo cercare ciò che ci differenzia. Credo che la differenza tra l'arte e l'intelligenza artificiale stia nel respiro, nella mano dell'uomo, in quel gesto umano che porta con sé un'esperienza e una sensibilità irripetibili.»

Come è nata “Come dal marmo”? Qual è stata la prima scintilla che ti ha portato a scriverla?

«La frase di Michelangelo “La scultura si compie per forza di levare” mi girava in testa da anni, prima di diventare una canzone che ha attraversato molte trasformazioni. È un brano con un groove che mi piace moltissimo. Sono analitico con le parole: la musica cambia, mentre le parole ti perseguitano, continuano a tornarti in mente. La tecnica del levare per far emergere si adatta a tutte le arti: togliere per esaltare la bellezza. Lavoro sulla mia scrittura da tanti anni e credo di essere arrivato a un livello di essenzialità che oggi mi soddisfa. È un percorso di ricerca che non riguarda soltanto le parole, ma il modo in cui si può arrivare al cuore di ciò che si vuole esprimere.»

Che cosa vorresti che arrivasse a chi ascolta questa canzone?

«Un tempo ero convinto che dovesse arrivare soprattutto una storia, che l'ascoltatore dovesse comprendere un racconto. Con il tempo ho rivalutato l'emozione, ciò che una canzone riesce a trasmettere anche senza bisogno di spiegare tutto. Con “Come dal marmo” mi piacerebbe arrivasse un senso di serenità, una sensazione di leggerezza e di liberazione. L'idea che eliminare qualcosa non significhi necessariamente perdere, ma possa permetterci di ritrovare ciò che conta davvero.»

Quando scrivi, come trovi le parole giuste e capisci che non c'è più nulla da togliere?

«Me ne accorgo quando una frase riesce a esprimere pienamente ciò che deve. È come un motore che scalpita, che freme dentro le dimensioni in cui si trova: se togli ancora, rischi di distruggerne la forma; se aggiungi, finisci per coprirla. La potenza espressiva si esalta proprio in questo equilibrio. È una ricerca delicata, perché devi capire quando intervenire e quando, invece, lasciare che le cose siano. Più la tecnologia avanza, più credo che dobbiamo trovare ciò che ci distingue. La differenza tra l'arte e l'intelligenza artificiale, per come la sento io, sta nel respiro, nella mano dell'uomo, in quel gesto umano che porta con sé un'esperienza e una sensibilità irripetibili.»


Come hai immaginato il videoclip e il dialogo tra musica e scultura?

«Avevo sognato il videoclip proprio attraverso le immagini che poi sono diventate quelle definitive. Per un po' non riuscivo a trovare gli scultori giusti: qui in Belgio non incontravo qualcuno che lavorasse davvero per sottrazione, togliendo materia per far emergere una forma. Massimo Galleni ha svoltato il progetto. Nella sua bottega di Pietrasanta ho trovato una sensibilità capace di dialogare con il significato della canzone e con la tradizione di un'arte storica. Non è un caso che sia successo proprio con lui: ha mostrato una grande attenzione verso questo linguaggio e ha permesso alle immagini di trovare la loro direzione. Il video mette in relazione la lavorazione della pietra con la mia performance dal vivo, creando un dialogo tra il gesto dello scultore e quello del musicista.»

Dopo tanti viaggi e incontri internazionali, che cosa senti di aver imparato come cantautore?

«Ci riflettevo proprio l'altro giorno: non puoi immaginare come saresti diventato se non ti fossi spostato. In Belgio ho avuto e ricevuto tantissimo, soprattutto dal punto di vista musicale. Molte delle persone con cui ho condiviso esperienze non provengono né dalla tradizione musicale italiana né da quella anglofona. Tra gli incontri più significativi c'è quello con Noa, che ha accettato di cantare insieme a me. Sono arrivato in Belgio per un'esperienza che doveva durare tre mesi e che si è trasformata in ventisei anni. È un Paese che mi ha accolto, dove oggi vivono i miei affetti e dove ho la mia base, anche se la strada, per sua natura, resta aperta.

Viaggiando e incontrando persone diverse, ho assorbito molto, forse più di quanto sia riuscito a restituire. Cerco di farlo attraverso ogni concerto, nel rapporto con il pubblico. Ma questi incontri ti formano soprattutto come persona.

Anche 'Canzoni nella tormenta', il mio nuovo album, nasce da queste riflessioni: le radici, il viaggio, i conflitti, un'identità complessa e a volte tormentata. Ci sono anche le parole di poeti come Gianni Rodari, con il suo 'Promemoria', che ci ricorda “le cose da fare di giorno, quelle da fare di notte e quelle da non fare mai”. In questo disco c'è un po' tutto di me, raccolto in un grande calderone: la Romagna, il Mediterraneo, l'ulivo, la vite e perfino i campi di cotone degli Stati Uniti. Sono immagini e culture differenti che convivono e che, in qualche modo, raccontano la persona e il musicista che sono diventato.»

Leggi gli articoli di Antonino Muscaglione

Fattitaliani

#buttons=(Accetta) #days=(20)

"Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo agente utente sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi." Per saperne di più
Accept !
To Top