Dal percorso come sideman nei grandi tour fino alla fioritura della propria voce compositiva: il pianista e compositore Alessio Pizzotti si racconta a Fattitaliani in occasione dell'uscita del nuovo singolo strumentale "40 lune". Un dialogo profondo sul potere evocativo del pianoforte, sul valore della solitudine creativa e sul desiderio di portare la propria poetica sonora sui palchi europei.
Parliamo del tuo nuovo singolo, "40 lune". Un titolo suggestivo che evoca tempo, cicli trasformazioni interiori: com'è nato questo brano e quale significato custodisce per te?
"40
lune" è un brano che racconta, in qualche modo, il tempo che passa e
quello che ci lascia dentro.
Quaranta
potrebbero essere i giri intorno al sole, ma io preferisco immaginarli come
quarant'anni di lune. Amo la notte, il suo silenzio, quella sensazione che
tutto si fermi e che finalmente si possa ascoltare ciò che durante il giorno
rimane nascosto.
Il
brano nasce proprio da questa dimensione intima, da una riflessione sul mio
percorso, sulle esperienze vissute e sulle trasformazioni che inevitabilmente
ci accompagnano.
Non
volevo raccontare una storia precisa, ma lasciare che fossero le note a
suggerire immagini ed emozioni.
In fondo credo che ognuno di noi abbia le proprie lune da ricordare.
La
narrazione visiva è spesso parte integrante del messaggio musicale: qual è
l'idea e il concept alla base del videoclip di "40 lune"?
In
realtà ho scelto di non accompagnare "40 lune" con un videoclip, ed è
una scelta che faccio spesso per la mia musica.
Mi
piace pensare che chi ascolta possa creare liberamente le proprie immagini,
senza essere guidato da una narrazione visiva già definita.
Quando
compongo, immagino continuamente paesaggi, luoghi lontani, viaggi che forse non
farò mai. Vorrei che anche chi ascolta potesse vivere la stessa libertà,
costruendo un proprio viaggio interiore.
Credo che una delle cose più belle della musica strumentale sia proprio questa: lo stesso brano può raccontare storie completamente diverse a persone diverse.
Nel
tuo modo di comporre e interpretare si percepiscono diverse sfumature: quali
sono i punti di riferimento e le influenze musicali che hanno formato la tua
identità artistica?
Ascolto
e amo molta musica diversa, e credo che tutte le esperienze che ho vissuto
abbiano contribuito a costruire il mio linguaggio.
Oggi
mi sento particolarmente vicino alla sensibilità musicale di Ólafur Arnalds e
Nils Frahm, amo il loro modo di utilizzare il pianoforte, il silenzio, le
atmosfere e la capacità di creare mondi sonori con pochi elementi.
Allo
stesso tempo ho sempre amato compositori come Bach, Chopin, Ravel, amo Michel
Petrucciani, C. Corea, K. Jarrett, mi piace ascoltare la musica di Nicola
Piovani, Ludovico Einaudi, trovo interessanti molti spunti e soluzioni e adoro
ascoltare musica internazionale: Sting, John Mayer, Bon Iver, Fink, Norah
Jones.
Non
cerco però di appartenere necessariamente a un genere. Mi piace una musica che
sappia evocare immagini, che lasci spazio all'immaginazione e che riesca a
emozionare senza bisogno di troppe parole.
E poi ci sono tutte le esperienze fatte suonando con altri artisti, anche in contesti musicali molto differenti. Credo che un musicista sia, in fondo, la somma di tutto quello che ha ascoltato, vissuto e amato.
Facendo
un passo indietro nel tempo: come e quando è scoccata la scintilla per la
musica, e qual è stato il momento in cui hai capito che sarebbe diventata la
tua strada?
Da
bambino avevo una piccola tastiera e passavo tantissimo tempo a riprodurre a
orecchio le melodie che ascoltavo. Era il mio gioco preferito e spesso mi
divertivo a inventare qualcosa di nuovo partendo da quelle note.
Non
ricordo un momento preciso in cui ho deciso che la musica sarebbe diventata la
mia strada. Credo piuttosto che sia stata lei, piano piano, a scegliere me.
Con
il tempo sono arrivati lo studio, i primi concerti, le collaborazioni e le
esperienze professionali. Ho avuto la fortuna di accompagnare tanti artisti e
di suonare su palchi importanti.
Ma
forse la vera svolta è arrivata quando ho capito che, oltre a suonare la musica
degli altri, avevo bisogno di raccontare qualcosa di mio.
Da
qualche anno ho scelto di dedicare sempre più spazio alle mie composizioni ed è
una scelta che mi rende profondamente felice.
Oggi, più di ogni altra cosa, desidero portare questa musica sul palco.
Guardando
al panorama musicale attuale o del passato, con quale artista ti piacerebbe
condividere una collaborazione e cosa pensi nascerebbe da questo incontro?
Ci
sono tanti artisti che ammiro, ma se dovessi scegliere oggi direi Ólafur
Arnalds o Nils Frahm, L. Einaudi.
Mi
affascina molto il loro modo di concepire la musica, la ricerca sonora, il
rapporto tra pianoforte, elettronica e silenzio. Credo che da un incontro del
genere potrebbe nascere qualcosa di interessante, proprio perché condividiamo
una certa sensibilità, pur avendo percorsi e linguaggi differenti.
Ma
devo dire che, ancora prima di immaginare una collaborazione in studio, mi
piacerebbe avere la possibilità di aprire i loro concerti.
Per
me sarebbe un'occasione straordinaria per portare la mia musica davanti a un
pubblico che ama questo tipo di sonorità e per confrontarmi con una dimensione
artistica internazionale.
Credo molto negli incontri musicali, nelle contaminazioni e nelle opportunità che nascono condividendo un palco. La musica è anche questo: incontrarsi, ascoltarsi e scoprire qualcosa che prima non esisteva.
Dopo
l'uscita di "40 lune", quali sono i tuoi prossimi passi artistici e i
progetti su cui stai lavorando per il futuro?
Sto
continuando a comporre e probabilmente pubblicherò nuova musica a breve. Per un
nuovo album, invece, voglio prendermi ancora un po' di tempo, anche perché
"Beninconia", uscito nel 2024, è un lavoro che desidero continuare a
far conoscere.
In
questo momento, però, il mio obiettivo principale è il live.
Ho
il desiderio di costruire un percorso concertistico sempre più importante,
portando le mie composizioni in teatri, festival e rassegne, anche fuori
dall'Italia.
Per
il 2027 sogno un tour europeo insieme a Edoardo Petretti, alla fisarmonica, e
Margherita Musto, al violino. Sono musicisti con cui vorrei condividere questa
esperienza e dare una nuova dimensione alle mie composizioni.
Ho
trascorso tanti anni sui palchi accompagnando altri artisti. Oggi vorrei
continuare a viaggiare e a suonare, ma raccontando le mie storie, attraverso le
mie note.
Non
so ancora dove mi porterà questo percorso, ma è proprio questo il bello. La
musica, per me, è sempre stata una forma di viaggio.


