di Mariano Sabatini
Un
piccolo romanzo dirompente quanto un classico, uno di quelli in cui i cani
siano metafora e allegoria di tanto altro. Penso a Jack London o Stephen King o
Bulgakov... l'elenco sarebbe lungo. Questo Trenta cani e un bastardo
(edizioni Clandestine) di Alessandro Morbidelli, dopo che lo si è letto, rimane
appiccicato – per le emozioni, le riflessioni, le atmosfere – come un sogno che
si voglia interpretare per avere lumi sul presente e sul futuro. Una storia
cupa, di violenze e di sopraffazioni, in cui tuttavia scorre tanta vita. Uscì
per la prima volta in ebook per Todaro e ora è disponibile in cartaceo. Da non
perdere. <<Ho sempre provato un grandissimo affetto per questa storia e
quando Matteo Mazzoli, direttore della collana Narrazioni Clandestine di
Edizioni Clandestine, mi ha chiesto se avessi del materiale da sottoporre al
suo progetto, mi è sembrata l’occasione ideale per trasportare in cartaceo
questa storia, anche perché in questo tempo di mezzo erano poi arrivate le
splendide illustrazioni di Luca Morici che hanno arricchito il libro di
bellissime visioni>> spiega lo scrittore marchigiano, di cui abbiamo
amato tra gli altri I figli dei chiodi per Vallecchi Firenze.
Fin
dal titolo è dichiarato il suo amore per i cani e in particolare i
"bastardi". Cosa ci dice di lei?
Ho avuto la fortuna di nascere con un animo ben disposto nei confronti
degli animali, che mi sono sempre piaciuti. I cani, in particolar modo, hanno
sempre accompagnato la mia vita con la loro presenza. Da bambino ho avuto un
bruttissimo incidente perché, impaziente di osservare dei cani giocare tra loro
in un cortile, mi sono sporto troppo da una finestra. Qualche tempo dopo,
rimarginati i punti di sutura di quell’esperienza, mi sono detto che mica era
stata colpa dei cani. Anzi, dovevano avere avuto di sicuro qualche merito, se
alla fine mi ero salvato. E i meriti i cani se li portano negli occhi, senza
reclamare ricompense, siano questi occhi riconosciuti da pedigree, siano occhi
meticci, “bastardi”.
Il
rifugio per cani abbandonati è di sua invenzione o è esistito davvero?
Il
rifugio che nel romanzo è gestito dal vecchio Natalino è esistito davvero. Era
tenuto da un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita ai cani, con il quale mi
sono trovato a essere partecipe della cura di parecchie creature che per un
motivo o per un altro non erano adatte alla vita in canile. Chi perché troppo
vecchio, chi troppo malandato, chi troppo ferito, soprattutto dentro. Questi
cani hanno scandito ore e ore dedicate alla costruzione e alla manutenzione del
loro ambiente che erano insieme la costruzione e la manutenzione dei miei
sentimenti e del mio animo di giovane ragazzo.
Ne leggiamo spesso sui social, perché le persone sono così distratte e
crudeli verso gli animali?
L’essere
umano, preso come specie, è orribile. Sono più rari gli esempi di chi riconosce
la dignità degli animali e delle persone e si spende per la tutela di entrambi,
rispetto a chi osserva con menefreghismo o addirittura calpesta il valore di
queste vite senza il minimo rispetto. Non è una citazione recente quella che
dice che guardare come si comporta qualcuno con gli animali significhi scoprire
se siamo di fronte a una brava persona o a un pezzo di merda. E io credo molto
a questa teoria. Credo che si possa cambiare, soprattutto se messi di fronte
alla sofferenza. Credo pure, però, che ci siano persone incorreggibili. Quello
che manca per queste ultime è un sistema che riconosca la gravità di certi
gesti e che sappia sanzionarle in maniera adeguata.
Il suo piccolo noir ha la potenza di una granata innescata, non esplode ma si gonfia e arriva alla tensione massima. Come ha ottenuto questo effetto narrativo?
Sono
partito dalla realtà, dall’immedesimarmi, e mi è riuscito abbastanza facile
perché il ragazzo del romanzo è il mio specchio, nei sentimenti di chi si trova
perduto, senza punti di riferimento, e al tempo stesso sente la vita come un
groviglio di istinti animali pulsargli dentro, spingerlo ad andare avanti, a
mordere se necessario, per dire: Eccomi, io esisto.
È
tutta una questione di luce e di buio, lei scrive. Cosa prevale nelle sue
giornate?
Il
buio.
Il
grande Simenon sosteneva che scrivere è una vocazione all'infelicità. Cosa
intendeva secondo lei e lo condivide?
Scrivere
per me è un’espressione artistica. Scrivere è comunicare e al tempo stesso
cristallizzare, fermare su carta quelle parole che sono un po’ le nostre
pennellate su quella tela che è la vita. È mettere noi stessi e quello che
proviamo in una vicenda, che può essere vera o di finzione, per poterla
osservare da fuori e, magari, capirla, risolverla. Forse Simenon pensava che
fare questo non porti mai a una soluzione chiara e precisa, e magari per certe
questioni aveva pure ragione.
Per scrivere le sue storie, di cosa ha più bisogno? Parlo degli stati
d'animo ma anche di ispirazione,
spunti, inventiva...
Ho
bisogno di stare separato dalle urgenze della vita e dalle brutture che
appesantiscono l’animo. Ho bisogno di stare bene e di dormire altrettanto bene.
Ho bisogno di avere la mente libera per poter visualizzare scena per scena, in
una operazione che fa partecipare la musica, ma anche l’arte, al processo
creativo. Ho bisogno di essere nella condizione di poter sognare.
I figli dei chiodi è già di qualche anno fa. A quando un suo nuovo romanzo?
Sto scrivendo un romanzo molto introspettivo. È ancora un magma che sta
prendendo forma e sostanza. Non so dire con certezza se le eruzioni siano
finite o continueranno ancora.
Dal suo osservatorio, che stagione vive l'editoria?
La
stagione che viviamo tutti noi, quella della pigrizia e dell’apparenza, quella
dell’imbambolarsi con prodotti che vadano sul sicuro a livello commerciale e
che siano magari commerciabili anche nel mondo della TV o accanto al banco dei
surgelati al supermercato. Ci sono ancora avamposti di resistenza culturale,
realtà editoriali che fanno dell’impegno e della ricerca i propri punti fermi.
Si dedicano alla qualità dei testi, dello stesso oggetto libro, investendo su
grafica e materiali, e lo fanno con passione e con grande competenza.
Dovrebbero essere in qualche modo tutelate, queste realtà, non solo tassate.
L'IA
la preoccupa e dovrebbe preoccupare tutti?
L’IA
è uno strumento. Chi la utilizza per scrivere interi romanzi credo sia
l’equivalente di chi manda qualcun altro a fare l’amore con la persona che ama:
chi sono io per dire come qualcuno debba godere? Il problema nasce quando
questo qualcuno pretende di essere riconosciuto come abile amatore. Il
passaggio da amanti a mandanti è molto pericoloso. Questo, almeno, nell’ambito
della scrittura. Per il resto, non fermeremo più lo sviluppo dell’IA e il suo
utilizzo. Non siamo stati capaci di smettere di fabbricare armi, mine camuffate
da giocattoli, figuriamoci se possiamo dare un freno a qualcosa che ha la
ragion d’essere nel farci lavorare di meno. Questa, dopotutto, è l’era del
disimpegno.



