Dopo una serie di persone care scomparse dalla sua vita, ben 14 anni fa, Divier Nelli – scrittore viareggino, cinquantaduenne – ha iniziato a scrivere Semplicità degli uomini (Olo Editore). Un romanzo monumento, 437 pagine in un fuori formato editoriale e la dimensione del carattere di stampa a prova di presbiopia, tra fantascienza, distopia e realtà aumentata da visionarietà e lungimiranza. Una proposta narrativa coraggiosa e fuori da qualsiasi format di comodo, a partire dalla foliazione. Nelli ci aveva abituato con i suoi precedenti romanzi alla brevitas, e penso ad Amore dispari, Il giorno degli orchi, Posso cambiarti la vita, Deus est machina?, ma qui sperimenta la fluvialità. Per la sua nuova storia ha inventato addirittura una "lingua sporca". Uno dei dieci Divini è uno scrittore che sta revisionando il suo nuovo romanzo, uno space western dal titolo “Wild Mars”. Siamo in un lontano futuro sul pianeta rosso terraformato. Ci sono grandi città e colonie nelle Valles Marineris con cercatori di fortuna, assassini, opportunisti, prostitute, traditori, spie, ladri. Insomma tutte le declinazioni della natura umana. <<La parte marziana rientra nella fantascienza hard e mi sono detto: la lingua non può essere una di quelle terrestri attuali, ma un miscuglio, un pidgin di idiomi diversi, trasformati, deformati dai secoli e dall’uso. A questo punto ho creato circa 3000 vocaboli, nati da una koinè con innesti anglo-romanzi, germanici e slavi. E un’intera grammatica: fonologia, morfologia, sintassi e sistema di tempi verbali, che seguono una flessione alla latina. Poi ho preso i dialoghi e seguendo le regole li ho tradotti dall’italiano al marzianese. Mi ci sono voluto tre anni, una delle cose più divertenti che abbia mai fatto>> spiega lo scrittore, appassionato di fantascienza, in grado di trasformare Marte in un'allegoria interessante dei nostri tempi.
Sei passato dalla brevitas dei tuoi romanzi precedenti al racconto fluviale di Semplicità degli uomini. Si è trattato di un'esigenza nuova?
Non è stata un’esigenza, e solo che questa storia aveva più carburante per un percorso più lungo. Sono sempre stato per togliere, non per allungare il brodo.
Nell'avvertenza parli ironicamente di "effetti collaterali" che possono derivare dalla lettura.
Diciamo che non ti preoccupi di rassicurare i lettori. Incoscienza o impavidità?
Nessuna delle due. Scrivo quello che ho voglia di scrivere, in piena libertà, senza mai pensare alla pubblicazione e soprattutto alle mode del momento. Alla fine del lavoro mi sono detto che forse un libro come questo non sarebbe mai uscito.
"L'occhio vede solo ciò che la mente è preparato a comprendere" leggiamo in esergo le parole di Robertson Davies. Pensi che molti sono preparati?
In generale mi sembra ci sia molta confusione nel nostro paese e nel mondo. No, la gente non è molto pronta a comprendere, infatti non vede ciò che sta accadendo.
Al centro di questa storia c'è uno scrittore. Una sorta di metanarrativa, hai voluto mettere in scena le difficoltà dello scrivere?
In parte sì, anche perché questo romanzo ha molti elementi autobiografici.
Da insegnante di narrazioni come ti spieghi che ci siano sempre più persone che vogliono scrivere e sempre meno scrittori?
Credo dipenda dalla voglia di protagonismo, i social ci hanno abituati a questo, apparire più che essere. Conta la percezione che diamo di noi, non la vera essenza. Molti scrivono non per esigenza ma per il fine: pubblicare e poter mettere la notizia sui social per raccattare like o commenti su quanto sono bravi e speciali.
Come mai, nonostante tutto, lo scrittore rimane una figura da emulare... vedi cantautori attori, personaggi tv che pubblicano libri?
Oltre che per soldi si ricollega a quello che dicevo prima, basta apparire, poter condividere immagini, contenuti, anche se di una pochezza sconcertante. Anni fa, prima della fotografia digitale e dei social, se qualcuno avesse mostrato un album di foto di torte o piedi nudi sarebbe stato preso per un perfetto imbecille. Inoltre fra molti editori c’è il detto: “Personaggio famoso si vende da sé”.
Qual è dal tuo osservatorio lo stato dell'arte dell'editoria italiana?
Esclusa quella indipendente che fa Resistenza, tutto il resto è in mano a distributori, addetti al marketing e al commerciale che determinano cosa passa e cosa no. Più o meno lo stesso avviene nel cinema e nella musica. Siamo in un momento di grandi cambiamenti e l’editoria, specie quella italiana, è molto reazionaria, con tendenza a replicare se stessa. Franco Battiato direbbe che siamo sommersi da immondizie editoriali.
E le librerie che stagione attraversano?
Be’, non se la passano bene, soprattutto se indipendenti. I veri librai sono una razza quasi estinta, e le grandi catene supermercati che guardano solo alla quantità, non alla qualità.
Per questo hai scelto di affidarti a Olo Editore, nuovo piccolo marchio viareggino?
Olo cerca di innovare imboccando nuove strade. Il romanzo non lo avevo proposto a nessuno. Non avevo voglia di sentirmi rivolgere le solite domande che sento da anni: “Come lo proponiamo sul mercato?” “Che genere è?” “Perché scrivi così?” “Perché il marzianese?” “Perché non metti le virgolette nei dialoghi?” E soprattutto di avere a che fare con editor che fanno il compitino seguendo regole scolastiche. Non avessi seguito la nascita di OLO con grande interesse, il romanzo sarebbe rimasto in un cassetto.
Che tipo di strategie innovative porta avanti Olo?
Basta vedere l’approccio sul sito e ciò che è riuscito a fare in pochi mesi dall’apertura. È un editore coraggioso. Chi mi conosce sa che preferisco percorrere vie meno battute o sconosciute piuttosto di quelle che ti portano con certezza a quel paese caldo umido e affollato.
Rispetto all'IA sei apocalittico o integrato?
Ho seguito l’evolversi di queste nuove tecnologie dagli albori. Più di tre anni fa, in tempi non sospetti, ne parlai con un direttore editoriale, dei grafici e correttori di bozze mostrandogli cosa sarebbe successo e mi risero in faccia come fossi stato un bimbominkia. A ogni modo, come tutti gli strumenti le IA non sono buone o cattive, dipende dall’uso che ne facciamo. Pensa a un coltello. Può essere usato per cucinare, mangiare, insomma tante cose utili, ma alcuni ne fanno strumento di minaccia o morte.
Hai raccontato in Deus est machina? la storia di un adolescente alle prese con una Singolarità Tecnologica che lo mette di fronte a una scelta cruciale... potrebbe accadere anche con l'IA? Sta a noi far si che l’IA sia un potenziamento, un aiuto per l’umanità intera, non una minaccia in grado di procurarci enormi danni se non addirittura distruggerci.


