di Marialuisa Roscino
Quella dei disturbi alimentari è oggi una priorità sanitaria non più rimandabile, una vera e propria crisi culturale che colpisce sempre di più i giovani, radicandosi in età progressivamente più anticipate.
Un giovane su venti combatte oggi contro un disturbo del comportamento alimentare, ma la vera emergenza è che la malattia ha cambiato volto, età e confini.
La Psichiatra e Psicoanalista Lucattini avverte: "Dimentichiamo gli stereotipi legati esclusivamente all'anoressia classica e alle passerelle della magrezza estrema, la mappa clinica odierna è dominata da un sommerso di forme atipiche, le categorie other specified e vede l'esordio abbassarsi pericolosamente fino all'infanzia, dove il disagio si traveste da selettività a tavola, somatizzazioni e rigidità relazionali. In questo scenario di estrema complessità e multifattorialità, i social media agiscono da potenti casse di risonanza, amplificando insoddisfazioni e vuoti emotivi che trovano nel cibo o nel controllo del corpo un disperato terreno di compensazione".
Un fenomeno, dunque, che non nasce mai da una singola causa e che chiama in causa famiglie, educatori e clinici in un'unica urgenza, spostare l'attenzione dal sintomo estetico alla radice profonda delle relazioni umane ed emotive. Di questo e molto altro, ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).
Dott.ssa Lucattini, partiamo dai dati scientifici. Oggi si stima che circa un giovane su venti sperimenta un disturbo alimentare, e che le forme atipiche o non classiche sono la maggioranza. Che cosa ci dice al riguardo la letteratura scientifica su questa eterogeneità clinica?
La letteratura più recente ci dice che dobbiamo abbandonare l’idea di un disturbo alimentare riconoscibile soltanto attraverso l’anoressia o la bulimia “classiche”. Uno studio apparso sull’European Child & Adolescent Psychiatry (2026) stima una prevalenza puntuale del 5,23% nei bambini e nei giovani e indica le forme «OSFED», cioè altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione , come la categoria più frequente. Questo significa che una sofferenza anche grave può esistere senza corrispondere allo stereotipo della magrezza estrema, clinicamente dobbiamo guardare al funzionamento psichico e al rapporto con cibo e corpo, non soltanto al peso.
Negli ultimi anni, l'attenzione clinica si è spostata anche sui bambini, dove l'esordio assume caratteristiche peculiari rispetto agli adolescenti. Come si manifesta in particolare il disagio nei più piccoli?
Nei bambini il disagio spesso non passa ancora attraverso il desiderio di dimagrire, spesso è espressione di un disagio emotivo, relazionale o di forme depressive, altre volte come fobie solitamente transitorie. Le manifestazioni vanno dalla selettività alimentare marcata, al rifiuto di consistenze e sapori, fino ad uno scarso interesse per il cibo. Forme più rilevanti si manifestano come paura di soffocare o vomitare, associate ad ansia intensa e forte rigidità psicofisica durante i pasti. In termini psicoanalitici, in un’età in cui la capacità di dare parole agli stati interni è ancora in formazione, il corpo e l’alimentazione possono diventare il luogo in cui l’angoscia viene concretamente rappresentata (Journal of Eating Disorders, 2026).
Dott.ssa Lucattini, di fronte a un disagio che si manifesta in età sempre più precoce, quali sono i primi campanelli d'allarme concreti che genitori dovrebbero imparare a riconoscere prima che il quadro clinico si strutturi?
Più del singolo comportamento, deve preoccupare un cambiamento importante ma soprattutto duraturo nel tempo, alcuni segnali possono indicare l’eliminazione improvvisa di alcuni cibi, avere rituali sempre più accentuati a tavola, saltare i pasti, mangiare con crescente ansia, iniziare a controllare insistentemente il proprio peso e essere ossessionati dal corpo. Fanno parte di questo insieme di sintomi e comportamenti anche fare attività fisica in modo compulsivo e eccessivo nel tentativo di dimagrire. Dal punto di vista mentale, un segno costante nel disagio psicologico è il ritiro, cercare e riuscire ad isolarsi trascurando amici, scuola, interessi e familiari. Anche frequenti disturbi somatici e gastrointestinali meritano attenzione. Un importante studio pubblicato sul Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition (2026) mostra infatti che tale insieme di sintomi, inizialmente sfumati, possono sia precedere che predire comportamenti alimentari disfunzionali già nella prima adolescenza (13-15 anni), sia nei ragazzi che nelle ragazze.
Alla luce di questa complessità multifattoriale, quale direzione deve prendere l'educazione alimentare e la prevenzione?
L’educazione alimentare non può limitarsi a insegnare calorie, nutrienti o cibi “giusti” e “sbagliati”. Deve comprendere educazione emotiva, alfabetizzazione ai social media, rispetto della diversità corporea e capacità critica verso gli ideali estetici. Il bambino e l’adolescente devono poter riconoscere fame, sazietà, emozioni e pressioni esterne senza trasformare il cibo in un terreno di giudizio morale. Le strategie preventive più recenti si orientano proprio verso interventi multidimensionali, anziché esclusivamente nutrizionali (Adolescent Mental Health, 2026).
Dal punto di vista psicoanalitico, qual è il confine sottile, secondo Lei, tra dinamiche relazionali disfunzionali e la sofferenza di un ragazzo che vive questo disagio?
Non esiste una relazione lineare in cui una determinata dinamica familiare “produca” un disturbo alimentare. Esiste piuttosto una circolarità, vulnerabilità individuali e difficoltà relazionali possono incontrarsi, mentre il sintomo, una volta comparso, modifica a sua volta l’intero equilibrio familiare. Psicoanaliticamente il controllo del cibo può diventare un modo per governare angosce legate a dipendenza, separazione, autonomia e modulare distanza e dipendenza affettiva. La famiglia, quindi, non deve essere colpevolizzata, ma aiutata a riconoscere le dinamiche, a comprendere in che modo possono aiutare i propri figli con disturbi del comportamento alimentare e trasformare le fragilità comprese e gli errori precedenti, spesso inconsapevoli, in una risorsa personale e terapeutica. Uno studio del 2026 sulle famiglie di adolescenti con disturbi restrittivi conferma la complessità e la reciprocità di questi pattern relazionali.
L'attuale dipendenza dai social media espone i giovani a uno sguardo sociale continuo. In chiave psicoanalitica, come si trasforma l'immagine corporea virtuale rispetto all'Ideale dell'Io e quanto l'incorporazione di questi modelli patinati finisce per scardinare la strutturazione profonda dell'identità personale?
Il rischio è che il corpo passi dall’essere un corpo vissuto a un corpo continuamente osservato, confrontato, modificato e sottoposto all’approvazione altrui. L’Ideale dell’Io, l’ideale interiore cui l'adolescente aspira naturalmente, può così essere progressivamente occupato da modelli esterni, perfetti e irraggiungibili. Nell’adolescente più vulnerabile, l’identità rischia allora di restringersi dall’essere all’apparire, il valore personale viene allora misurato attraverso l’immagine, il modo più immediato ed anche immaturo. L’uso eccessivo dei social, l’interiorizzazione della magrezza come ideale e valore assoluto, il confronto costante con l’aspetto dei modelli proposti, sono strettamente correlati nel rischio di sintomatologia alimentar (Journal of Health Psychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare al riguardo ai ragazzi?
-Non fissarsi sul proprio corpo nei momenti di maggiore fragilità. Il modo in cui ci si vede può cambiare con l’umore, l’ansia e il confronto con gli altri;
-Non usare il cibo per punirsi o controllarsi. Saltare i pasti, abbuffarsi o eliminare intere categorie di alimenti sono segnali da non sottovalutare;
-Parlare con qualcuno prima che il problema diventi più grande. Un genitore, un insegnante, il medico o uno psicologo possono offrire un aiuto concreto;
-Non confrontarsi continuamente con ciò che si vede sui social. Immagini, corpi e vite online sono spesso selezionati, modificati e poco realistici;
-Imparare ad ascoltare anche le proprie emozioni. Ansia, rabbia, tristezza e senso di inadeguatezza possono esprimersi attraverso il rapporto con il cibo e con il corpo che non è un capo di battaglia. Il corpo è “se stessi”, non qualcosa da controllare o abbandonare;
-Non isolarsi. Mantenere amicizie, interessi e relazioni aiuta a non lasciare che il sintomo occupi tutto lo spazio della vita, anche se sembra difficile;
-Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Significa riconoscere che qualcosa sta facendo soffrire e scegliere di prendersene cura.


