di Francesca Ghezzani
Dopo il successo di Utrum,
premiato in oltre venti concorsi letterari, Matteo Nerbi torna con In absentia e
altri racconti di Voce Narrante, una raccolta che esplora il
confine sottile tra presenza e assenza, memoria e perdita, affidando alla
musica il compito di dare voce a ciò che le parole, da sole, non riescono a
esprimere. Un'opera che intreccia narrativa, poesia e suggestioni musicali,
invitando il lettore a un'esperienza immersiva e profondamente emotiva. Ne
abbiamo parlato con l'autore.
Matteo,
cosa ti ha spinto a proseguire il percorso di Voce Narrante invece di
intraprendere una strada completamente diversa?
Ti dirò, prima di tutto, che dobbiamo
cambiare un po' la prospettiva.
Seguire una strada è già metafora del
procedere secondo una certa progettualità: nel mio caso, invece, il mio mettere
su carta, siano essi versi che prosa, o brevi monologhi teatrali, non è mai
frutto di una decisione a monte, della necessità di procedere sino a
raggiungere un certo obbiettivo.
Io cerco semplicemente un “sentire” di
partenza, un’emozione che germogli dentro di me al verificarsi di certe
situazioni, come l’incontro emotivo con persone in un momento di loro
difficoltà o bisogno, oppure, semplicemente, il mio specchiarmi dinanzi alla
natura o a certe opere d’arte: tutti questi momenti generano un sentire
emotivo, che è il punto di partenza, una sorta di “argilla emotiva” che mi
chiede di esse plasmata, tradotta in riflessioni emotive che andranno poi a
finire su carta.
Questa dinamica fa comprendere anche
come io abbia nei miei cassetti virtuali varie opere, quasi complete, ma ancora
non definitive, e vario materiale, anche soltanto abbozzato: ma è il materiale
stesso che mi chiamerà a cullarlo con il mio scrivere, quando sarà il momento; quando
accade, scampoli di narrativa si trasformeranno in racconti lunghi, accuditi da
Voce Narrante, mentre altri embrioni di prosa si faranno di misura più lunga,
diventando così naturalmente bozze di romanzi.
Ad esempio, lo stesso “In absentia”
nasce come un racconto, il cui embrione esisteva già quando fu completato
“Utrum”; ma potrei dirti che quando “Utrum” era ancora embrione erano già state
scritte parti di prosa che hanno poi costituito la base per due romanzi: è
l’opera stessa, insomma, che prende spontaneamente forma, forse esiste già
nella mia “argilla emotiva” per poi plasmarsi da sola, senza io che tenti di
scavarne un certo alveo.
Tant’è che mi sono reso conto che “In
absentia”, inteso come un tema e non solo come il contenuto di un singolo
racconto, fosse una materia che avevo ampiamente trattato, in versi, in prosa e
in monologhi, per cui, giunto il momento della consapevolezza, mi è stato
naturale raccogliere il tutto nel libricino che hai a tue mani.
Voce
Narrante è molto più di un semplice narratore: sembra una coscienza che
accompagna il lettore. Chi è davvero questo personaggio e quanto c'è di te in
lui?
Voce Narrante in apparenza sembra una sorta di
alter ego, ma la domanda, e il richiamo alla coscienza, suggerisce già una
pluralità di interpretazioni.
Confesso che ho dovuto io per primo accettare
l’idea che Voce Narrante desse vita a cose differenti, in momenti diversi.
In alcuni casi, interviene approfondendo
riflessioni, al di là del pensiero dei personaggi principali, con un ruolo
simile a quello del Coro, nel Teatro greco di Eschilo, arricchendo la vicenda
di riflessioni che esprimono il pensiero di una certa collettività.
In altre occasioni, invece, Voce Narrante
esprime ciò che il personaggio non è riuscito a esprimere agli altri, “quel
non detto” che si annida negli anfratti più reconditi del “segreto dei
suoi pensieri”.
In questa diversa direzione, gli interventi di
Voce Narrante somigliano di più ai momenti di pausa durante lo svolgimento
dell’opera teatrale, nei quali si apre il monologo tra l’attore (la maschera, o
la “persona” nella lingua Latina
Antica) e il pubblico (dove l’attore racconta al pubblico ciò che non dice alle
altre maschere).
Insomma, in queste situazioni Voce Narrante
esprime ciò che i personaggi sono, e sentono, al di là del proprio ruolo, oltre
la propria maschera, come se si trattasse (secondo gli archetipi junghiani) di
un momento in cui il personaggio lascia che si esprima la “parte più interna
della propria maschera”, quella più vicina al proprio “Io”, a nudo di ogni
necessità di adeguamento a stereotipi (altrettante maschere, in realtà) di
natura collettiva, imposti dalla convivenza e consuetudini sociali.
Manca però la quadratura del cerchio: come ho
potuto io, come autore, riuscire a far esprimere la “faccia interna”
della maschera dei miei personaggi? Ho potuto farlo, soltanto, caricandoli un
po' di me stesso.
A conclusione della riflessione, quindi, posso
dirti che mi sono reso conto, dopo aver riletto i miei scritti, che nei miei
personaggi, in realtà, ci fosse molto più di me stesso di quanto io avessi
compreso, scrivendo.
Forse si può dire che Voce Narrante sia stato un banale e inconsapevole piccolo esperimento di autoanalisi.
Nei
tuoi racconti il dolore non viene mai rappresentato come una fine, ma come una
trasformazione. È una convinzione maturata attraverso la scrittura o nasce da
esperienze personali?
Sì, questa è una costante, un minimo
comun denominatore delle mie opere, un qualcosa che c’era già in “Utrum”, ma
che in “In absentia” si è accompagnato anche alla relativa consapevolezza,
mentre nelle prime opere risultava un ingrediente inconsapevole, quasi innato.
La consapevolezza acquisita nel tempo
però me l’ha donata la pratica della poesia a cui, in questi due anni, mi sono
spontaneamente dedicato, nel tentativo di cercare strumenti espressivi che,
come la metafora musicale, mi consentissero di cercare un linguaggio di prosa
che fosse sempre più proteso all’essenza delle cose umane.
Ho così imparato che chi germoglia in
sé versi poetici sviluppa un’arte, ma schiude anche una peculiarità innata, che
lo distingue dagli altri: l’arte che sviluppa, praticando la poesia (ovvero,
leggendo opere poetiche e tentando propri versi), è la capacità di cogliere
sinapsi tra cose in apparenza impossibili da coniugare (come tra un sentimento
umano e oggetti o luoghi della realtà fenomenica) laddove gli altri le
ignorano, come fossero trasparenti; mentre la peculiarità innata del poeta è
una sua particolare sensibilità.
Il secondo aspetto, però, deve essere
spiegato in modo approfondito, altrimenti, detto così, degrada quasi a
banalità.
Io credo che il poeta,
fondamentalmente, abbia una sorta di malanno dell’anima, che definisco
“emofilia emotiva”: il poeta sanguina, sanguina quando incontra gli altri,
semplicemente strusciando la propria pelle con quella altrui; laddove gli altri
si scontrano lievemente, scivolando via ognuno per la sua strada, il poeta
invece sanguina al primo contatto e la sua ferita continua poi a sanguinare.
Ma proprio quell’aver subito la ferita
inferta è il punto di partenza per un agire che lo distingue, una volta in più,
da tutti gli altri: il poeta non restituisce la ferita, non ha l’istinto di
vendicarsi, bensì trasforma quel suo continuo sanguinare in qualcosa di
positivo, ovvero, i suoi versi che, eterni o effimeri che siano, comunque
tendono all’assoluto e all’infinito in quanto tali, perché sono a beneficio di
tutti.
Ecco, da una ferita inferta da un
chicchessia, il poeta non sgorga una ferita restituita, bensì germoglia una
meraviglia in versi poetici, a lenire le pene dell’anima di chiunque poi vorrà
leggerli.
La poesia è oltre il porgere l’altra
guancia, è l’essenza del messaggio cristiano: in questa consapevolezza abita il
mio trattare il tema del dolore, scrivendo.
Nel
racconto I mille orologi di Valeri affronti
temi delicati quali l'autismo e l'Alzheimer. Come documentarsi per raccontarli
con rispetto e autenticità?
Le mie esperienze personali sono la
chiave di tutto; in questo caso si tratta di esperienze solo in parte
autobiografiche, perché in altra parte si tratta invece di mettere in scena un
vissuto altrui, un vissuto che ho incontrato e che mi è rimasto appicciato
addosso.
In questo contesto, l’aspetto medico -
scientifico di quelle esperienze umane diventa secondario, perché io lo pongo
come base dell’opera, ma ciò che indago, in realtà, è qualcosa di diverso, sono
le emozioni umane che stanno attorno a quel contesto, e le indago affinché ci
si interroghi sulle difficoltà e sofferenze che quei contesti sottintendono,
all’insegna della mia lotta contro l’indifferenza.
Dopo aver spiegato il concetto
dell’argilla emotiva mi piace ricordare il modo in cui amo definire le mie
opere, non soltanto le poesie: di “Utrum”, come di “In absentia”, posso dire
che la migliore definizione sia quella “a contrario”, allora ne immagino
“l’ossimoro” nella “terra arida dell’indifferenza”.
Un
QR Code accompagna il libro e amplia l'esperienza di lettura attraverso brani
musicali e poesie. Pensi che il futuro della narrativa passi anche attraverso
forme di fruizione sempre più multisensoriali e crossmediali?
Il mio rapporto con la musica è viscerale, profondo ed irrinunciabile, e
ovviamente condiziona tutta la mia attività letteraria, tant’è che la mia prosa
ha sempre il sapore della sceneggiatura, dove la colonna sonora è espressamente
indicata e posta a disposizione immediata del lettore, mediante link tramite
QrCode.
Posso solo spoilerare che senza le emozioni risentite ascoltando “Life”,
un brano di Ludovico Einaudi, io non avrei ma scritto “I mille orologi di
Valeri” e allo stesso modo senza aver ascoltato “Albert Road”, un
brano degli English Teacher, non avrei mai scritto “Né fretta, né moka, né
freddo”.
La mia narrativa quindi evoca un linguaggio polisemico che coinvolge
l’uso della “metafora musicale”,
ovvero, spesso Voce Narrante invoca metafore in musica capaci di descrivere più
compiutamente gli stati emotivi dei singoli personaggi: per farvi un esempio,
citando proprio dei passi di “In absentia”, potrei domandarvi se avete mai
ascoltato e “assaggiato” qualcosa che fosse “più dolce” del Preludio, Opera 28,
Numero 7, di Chopin, suonato da Arthur Rubinstein? Voce Narrante non saprebbe
come meglio descrivervi la dolcezza umana se non attraverso quelle
meravigliose, sporadiche, note.
Tutte queste mie sperimentazioni
letterarie, a loro volta fondate sulle “esperienze musico – emotive”,
ovviamente mi hanno portato poi, ex post, a cercare di farne sistema,
ragionando appunto su quale potrà essere l’approdo di questo mio navigare: non
saprei dirvi, oggi, quale potrà essere questo approdo, ma certo che mi sento di
continuare a plasmare una prosa che sia poetica, e versi di poesia che siano
musica, a prescindere dall’uso della metrica tradizionale.
In definitiva, il continuo confronto tra
letteratura e musica mi è guida e stella polare in un percorso di ricerca, del
quale sono sempre più convinto, perché la contaminazione di versi e prosa rende
la prosa fluida e perché il senso ritmico dei versi contemporanei non può
essere ridotto alle forme metriche del passato e questo semplicemente perché ci
sono due secoli di storia della musica che non possono essere ignorati: su
questo tema, comprendo bene che vi siano molti scettici, ma io li invito a
esplorare, perché l’arte, le forme d’espressione artistica, e il progresso
umano, si fondano sulla curiosità e non sull’ortodossia e sulla conservazione.
Provate ad ascoltare “Prayer for you”
(versione acustica pianoforte e voce) oppure “Crash”, entrambi brani di Clara
Mae, senza pregiudizio per la classificazione del genere commerciale: è musica
o poesia? Per me è poesia in musica, con una sua metrica contemporanea. No? Non
siete convinti? Allora è una prosa musicale e quindi poetica.
In ogni caso, in un mondo digitalissimo
con l’immagine che è oramai dominante al
punto che ne siamo assuefatti, che siamo divenuti indifferenti a immagini vere
e dolorose a causa del continuo abuso a cui quale siamo sottoposti dai nostri
quotidiani strumenti informatici, se vogliamo ancora “tendere all’essenza delle
cose”, ovvero, all’assoluto, allora dobbiamo a maggior ragione schivare il
video e darci a leggere, al contempo sapendo anche quando chiudere gli occhi e
ascoltare: sono convinto che musica e lettura possono impedire che la “società
delle immagini” ci degradi definitivamente a “terra arida dell’indifferenza”.
Sei
avvocato civilista. In che modo la professione influenza il tuo modo di
osservare l'animo umano e di costruire i personaggi?
La mia doppia anima è sempre un tema di curiosità.
Per provare a spiegare la conciliazione tra i due
apparenti opposti, posso citarti “Lo Zen e l'arte della manutenzione della
motocicletta” di Robert Pirsig, che contrappone lo "spirito
classico", fondato sulla razionalità, e lo "spirito romantico",
guidato dall'intuizione e da una più profonda sintonia con la natura: sarebbe
facile dire che vivo il primo come Avvocato e il secondo come autore, ma la
vera ricchezza nasce proprio dall'equilibrio tra i due, perché la razionalità
mi orienta nella professione e nella vita, mentre la creatività mi permette di
guardare oltre l'ovvio, di trovare idee e soluzioni nuove; d’altronde, anche un
avvocato ha bisogno di fantasia ed è spesso lì che nasce la risposta migliore
al caso concreto.
Quindi, dopo questa premessa, la risposta alla tua
domanda non potrebbe mai essere completa, scindendo il punto di vista
dell’avvocato da quello dell’autore.
Posso però dirti che il mio “tutt’uno”, oggi,
ritiene che tragicamente la terra sia “piatta”. Ne sono convinto … L’amarezza
per la direzione che ha preso il mondo ha fatto di me un “terrapiattista”
convinto.
Non parlo, ovviamente, della “terra” intesa come
corpo celeste in cui si sviluppano gli ambienti naturali e antropici, ma parlo
del globo come insieme delle relazioni e delle emozioni umane: il nostro
contemporaneo velocissimo e digitalissimo pare proteso a rendere tutto
riducibile a una logica binaria, come una moneta, con due sole facce, o si
millanta di aver ragione o ci si difende dall’accusa di aver torto, o si
venerano incondizionatamente certe cose, oppure, le si odiano visceralmente, in
entrambi i casi senza alcun approfondita riflessione, rifuggendo l’idea stessa della
complessità delle cose.
Questa nostra attuale socialità liquida, come
direbbe Baumann, per altro, oltre che digitale e velocissima, ha anche il vizio
dell’effimero, per cui le convinzioni passano non appena espresse e non c’è
neppure lo spazio tempo tra ieri e oggi per enuclearne le contradizioni: oggi,
siamo immuni anche a quello, ieri si odiava ciò che oggi si venera, ma guai a
porsi il dubbio del perché.
Chi è tentato da quel dubbio si trova, nella
metafora della moneta, in bilico sul taglio, sullo spessore, e inevitabilmente
poi la moneta rovinerà su una delle due facce.
La terra delle cose umane, oggi, è miserabilmente
piatta come una moneta e Voce Narrante vuole denunciare questo regresso: il suo
scrivere, in questo senso, è un atto di resistenza, fondato sulla
consapevolezza che la complessità delle relazioni umane non possa ridursi a una
logica binaria, alla limitata profondità dello spessore di una moneta: citando
l’ultimo brano di “in absentia”, il nostro globo emotivo è pieno di spigoli,
senza dubbio, ma anche di profonde diversità che non sono riducibili e che
vanno coltivate nella direzione dell’empatia, così che possiamo immaginarlo
come un “dodecaedro” che però deve tendere all’assoluto, ovvero, alla “sfera”.
Dopo
questo viaggio tra memoria, amore e assenza, c’è comunque una nuova direzione
che immagini per Voce Narrante?
È difficile rispondere. Come ti ho
detto, Voce Narrante non progetta, ma viaggia come un esploratore d’altri tempi
nell’infinito mare delle esperienze umane, lì osserva, sente e risente, e la
sua argilla emotiva poi qualcosa germoglierà. Ma chissà cosa.
Più concretamente, non saprei dire oggi quale
prodotto si dichiarerà terminato ai miei occhi nel futuro prossimo: forse un
romanzo, che nella sua prima versione ha ottenuto anche un premio e una
proposta di pubblicazione, ma che nel frattempo era già andato oltre,
trasformato e che ancora oggi è materia viva e non carta stampata; forse una
terza serie di racconti lunghi, alcuni dei quali, già completi, hanno anche
ottenuto premi letterari quali inediti; forse un romanzo a sfondo storico,
completo per due terzi. Forse una raccolta di poesie, che nella mia indole
ecclettica sarà opera atipica, composta da brevi monologhi teatrali e versi
poetici, tutti però convergenti su certi temi del nostro contemporaneo.
Chi può dire quale sarà la direzione, vedremo dove
mi porterà la musica.



