Dopo aver giurato di non scrivere più, P.M. Mucciolo è tornata in libreria con “Come l’orso nel presepe” (StreetLib), un giallo che riporta in scena Oscar Durango, già protagonista de Il Varco.
Oggi medico di famiglia in un piccolo paese, Durango si imbatte casualmente negli indizi di un possibile omicidio durante una visita domiciliare. Il ritrovamento di tracce di sangue umano in un congelatore lo trascina in un’indagine solitaria tra sospetti, minacce e ricordi del passato, in un percorso che lo porterà alla ricerca della verità e di sé stesso.Cosa ti ha spinto a tornare alla scrittura dopo aver dichiarato di aver chiuso con l’attività letteraria?
Avevo una storia da scrivere. No, non è vero. Avevo al massimo le prime dieci pagine.
Ero delusa e amareggiata dal fatto che si leggesse sempre meno? Ah be' adesso sì che va meglio...
Sono tornata a scrivere perché scrivere è appagante e avevo bisogno di una ricompensa.
Perché si scrive di se stessi ma per mesi si diventa altri, e forse avevo bisogno anche di questo: di muovermi in una dimensione parallela.
Quanto c’è di autobiografico nel tuo modo di raccontare la vita quotidiana di un medico di famiglia?
Ecco, a proposito della dimensione parallela... Ci tengo a dire che io, a differenza del dottor Durango, a casa dei miei pazienti non ho mai aperto neanche un cassetto, figuriamoci scendere in cantina. Per il resto Durango fa quello che faccio io, che nello scrivere ho dato fondo alle esperienze più recenti, ho pescato nella mia agenda, nel mio bestiario personale, nel mio telefono. I messaggi dei pazienti, che qualcuno ha definito inverosimili perché troppo assurdi, sono messaggi che sono ancora lì. Li conservo per rileggerli ogni tanto, quando mi sento giù. Nel romanzo cambiano i nomi, cambia la forma, ma il contenuto è quello: visto dalla giusta distanza è esilarante. Sul momento ha un effetto detonante.
L'avvilente routine di Durango è la routine del medico di famiglia: in studio ben prima dell'orario di apertura per sbrigare la posta e la burocrazia, poi le visite, le telefonate, i consigli (che autobus devo prendere per andare a farmi vaccinare?), i certificati, le discussioni coi pazienti (no, non posso farle l'impegnativa per il parrucchiere, lo deve pagare), con le iene delle prenotazioni (se me la rifà urgente forse ho posto tra due mesi), con gli specialisti che scrivono a mano (con vaniglia coccodoppio intende consiglio ecocolordoppler?) e in studio ben oltre l'orario per evadere le richieste arrivate mentre eri lì, tra quattro muri, impegnato a vederti scappare via la vita che ti resta.
Hai dichiarato di non voler fare una denuncia sociale sul sistema sanitario: come hai bilanciato realtà e invenzione?
Le situazioni raccontate nel romanzo sono reali: le attese per le visite specialistiche sono infinite, le strutture pubbliche boccheggiano, la migrazione verso il privato è la soluzione più ovvia e il malcontento dilaga su tutti i fronti. Il medico di famiglia, che nel frattempo ha visto il suo ruolo svilirsi negli anni, si ritrova lì in mezzo, tra le pretese della platea esasperata e i capricci di quelli che stanno sul palco. La verità è quella e non ci scappi, nemmeno se scrivi una commedia, ma il mio intento era solo raccontare una storia.
E come è stato raccontare la provincia e le sue dinamiche?
La provincia: è da lì che vengo. La conosco, per esserci cresciuta, e me ne compiaccio, perché quando ne parlo male lo faccio con cognizione di causa. É come essere andati a catechismo da bambini: solo da grandi si scopre di averlo subito, ma averlo fatto ti fa sentire più consapevole quando ti liberi delle sue imposizioni.
La provincia chiusa me la sono buttata alle spalle eppure ne sento il richiamo, ne subisco il suo respingente fascino, e raccontarla è una costante nei miei romanzi. Ogni tanto ci torno, per rinfrescare il senso di limitazione geografica e sociale che mi mette addosso e poterne scappare con sollievo e la promessa di non tornarci più. Ma ogni volta che racconto, inevitabilmente ci torno, con la memoria. Le storie partono da lì, da paesi incastrati su un fondo valle, con la statale che li attraversa e i bar che ci si affacciano. In paese tutti si conoscono, realizza a suo discapito il protagonista, quando non sono addirittura mezzi parenti, e sotto il campanile si finisce per sapere tutto di tutti.
Raccontare la provincia è stato ancora una volta calarsi in quell'altra dimensione. Ci entri, come entreresti a farti un bagno nel fiume: ti immergi, senti i sassi viscidi sotto i piedi, rabbrividisci, esci.
Che rapporto hai oggi con il genere giallo rispetto ai tuoi lavori precedenti come Il Varco? Te lo chiedo nelle vesti di scrittrice e lettrice…
Ho sempre letto gialli, a volte mi piacciono, di recente mi deludono, ma non avrei mai pensato di scriverne uno: un giallo richiede troppo impegno, e ruoli e dinamiche all'interno di una inchiesta non sono in grado di affrontarli. Scrivere questo romanzo dove non c'è un'inchiesta mi ha permesso di evitare i risvolti polizieschi e lasciare spazio alla storia molto personale di uno che inciampa in un delitto, si mette nei guai e poi deve uscirne da solo. Ne scriverei un altro? Un altro romanzo dal genere incerto senz'altro, un altro romanzo con Oscar Durango può darsi, un altro giallo con Durango lo vedo difficile.
Per concludere, se dovessi descrivere questo romanzo in una sola parola, quale sceglieresti?
Facile.
Perché di inutilmente difficili e pure faticosamente inutili ne ho letti troppi. Facile, perché se anche non sposterà di una virgola la vostra visione del mondo, che almeno a questa conclusione sia facile arrivare.

