di Giovanni Zambito - C'è un'opera che più di ogni altra mette a nudo la fragilità dell'essere umano di fronte al potere, all'amore e alla morte. È la Tosca di Giacomo Puccini, capolavoro del melodramma italiano che da oltre 125 anni non smette di interrogare il pubblico di tutto il mondo. A cantare il ruolo di Mario Cavaradossi nella nuova produzione della Monnaie di Bruxelles - in scena dal 17 giugno al 1° luglio 2026 - è il tenore italiano Stefano La Colla, voce di riferimento del repertorio pucciniano e verdiano sui palcoscenici internazionali.
La produzione, firmata dal regista spagnolo Rafael R. Villalobos (intervista di Fattitaliani) e diretta musicalmente da Jordan De Souza, è una delle letture più discusse e provocatorie degli ultimi anni: sovrappone il dramma di Tosca agli ultimi giorni di vita di Pier Paolo Pasolini, trasformando il melodramma in una requisitoria politica sul potere, la violenza e il sacrificio dell'intellettuale libero. Una scelta che non lascia indifferenti - tanto che il teatro stesso avverte in programma che alcune scene possono urtare la sensibilità degli spettatori.
A Fattitaliani Stefano La Colla racconta il suo Cavaradossi: le sfide vocali di un ruolo che non perdona, il rapporto tra arte e ideali politici, il significato profondo di "E lucevan le stelle" e il messaggio che vuole lasciare a chi siederà in platea.
Cosa rende Mario Cavaradossi un personaggio speciale per un tenore?
Per un tenore lirico o lirico-spinto, Mario Cavaradossi in Tosca di Giacomo Puccini non è solo un ruolo: è una vera e propria cartina tornasole vocale e interpretativa. È un personaggio speciale perché unisce un'estrema passionalità amorosa a un profondo ideale politico, il tutto tradotto in una scrittura musicale che non lascia spazio a esitazioni.
Cavaradossi richiede una vocalità generosa, capace di piegarsi a sfumature molto diverse nel giro di pochi minuti. Il lirismo amoroso: romanze come "Recondita armonia" (Atto I) richiedono un legato impeccabile, morbidezza e la capacità di salire all'acuto - il si bemolle - con naturalezza ed eleganza, dipingendo l'estasi del pittore davanti alla bellezza. Al polo opposto, il secondo atto esige una vocalità robusta, di forza. Il momento centrale è il celeberrimo "Vittoria! Vittoria!" dopo la notizia della sconfitta di Melas a Marengo. Quei due La acuti - in particolare il secondo, tenuto a lungo - richiedono uno squillo penetrante che deve dominare l'orchestra pucciniana a pieno organico. Lì il tenore non può nascondersi.
Se "Recondita armonia" apre l'opera con i colori caldi della vita, "E lucevan le stelle" nel terzo atto è il momento in cui il tempo si ferma. Non è un'aria di pura esibizione vocale, ma un disperato addio alla vita. Puccini scrive in partitura indicazioni come "con grande sentimento", "inerte", "morendo". Musicalmente inizia quasi come un recitativo sussurrato sulle note del clarinetto, per poi esplodere nella celebre melodia "O dolci baci, o languide carezze". Per un tenore, la sfida qui è puramente espressiva: non serve solo la voce, serve il "colore" del pianto, la capacità di trasmettere la carne e il sangue di un uomo che "muore disperato" proprio ora che ama così tanto la vita.
In sintesi è un ruolo generoso: dà tantissima soddisfazione al cantante perché il pubblico ne percepisce immediatamente l'eroismo e la fragilità, ma esige una tenuta del fiato, una gestione dei centri e una sicurezza nel registro acuto che solo la piena maturità vocale sa governare.
Quali sono le principali sfide vocali di questo ruolo?
Entrare nei panni di Mario Cavaradossi significa affrontare una partitura che non perdona. Sebbene non sia il ruolo più lungo del repertorio pucciniano - come può esserlo Des Grieux in Manon Lescaut - la sua concentrazione di passaggi insidiosi e la richiesta di un volume costante sopra un'orchestra densa lo rendono una sfida micidiale.
Le insidie principali che un tenore deve governare si concentrano in quattro punti critici.
Il primo è l'apertura: la voce è ancora fredda, ma la pagina richiede un legato perfetto, un controllo assoluto del fiato e un'espressività solare. L'aria culmina su un Si bemolle acuto - "Tosca, sei tu!" - che deve essere morbido, luminoso e non sforzato. Sbagliare o irrigidirsi qui, a inizio opera, rischia di compromettere la fluidità di tutto il primo atto.
Il secondo riguarda la tessitura centrale: cantare continuamente in questa zona richiede una tecnica d'appoggio impeccabile. Se il tenore spinge troppo, la voce si affatica subito; se alleggerisce troppo, viene coperto dall'orchestra.
Il terzo è la proiezione costante: frasi come "Qual l'occhio al mondo / Cerca il crine biondo" nel duetto con Tosca, o gran parte del confronto con Scarpia nel secondo atto, costringono a mantenere la voce costantemente "in maschera" e proiettata, per non farsi schiacciare dal tessuto orchestrale.
Il quarto e ultimo è il terzo atto: arrivati a questo punto, la sfida non è più la forza, ma il controllo millimetrico delle dinamiche e la tenuta psicologica. L'aria inizia in una tessitura centrale, quasi parlata - "E lucevan le stelle..." - dove è fondamentale saper sussurrare e usare le mezze voci senza far calare l'intonazione. L'esplosione sul La acuto di "O dolci baci, o languide carezze" e il successivo La bemolle di "E muoio disperato!" richiedono un legato struggente. Qui la sfida è puramente tecnica: gestire l'aria residua dopo due atti intensi per dipingere il disperato addio alla vita con un suono che sia al contempo dolente, pieno e privo di tensioni.
Come descriverebbe il carattere di Cavaradossi?
Mario Cavaradossi è, in assoluto, uno dei personaggi più completi e moderni usciti dalla penna di Puccini e dei suoi librettisti. Spesso, nei melodrammi, il tenore è l'innamorato romantico un po' ingenuo, quasi passivo di fronte agli eventi. Cavaradossi no. Il suo carattere è un incrocio perfetto tra l'idealismo dell'artista e la concretezza dell'uomo d'azione. Devo dire che rispecchia anche il mio carattere.
Quale momento dell'opera sente più vicino alla sua sensibilità artistica?
Penso che tutta l'opera mi sia molto vicina, ma l'esplosione su "L'ora è fuggita, e muoio disperato!" richiede una transizione tecnica ed emotiva pazzesca. Bisogna scaricare tutta la tensione accumulata in un suono che sia pieno, nobile, ma che porti dentro la frattura di un uomo che sente la vita scivolargli via tra le dita.
È in quel preciso momento, nell'oscurità della piattaforma di Castel Sant'Angelo prima che sorga l'alba, che il personaggio si spoglia della veste di eroe o di politico per rimanere solo un uomo. Ed è proprio quella vulnerabilità così assoluta che, dal punto di vista artistico, trovo più potente e vicina alla sensibilità di chi canta.
Che importanza ha l'aria "E lucevan le stelle" nel percorso del personaggio?
Se il viaggio drammatico di Mario Cavaradossi fosse una traiettoria, "E lucevan le stelle" rappresenterebbe il punto di arrivo assoluto, il momento in cui il personaggio si compie e si svela nella sua verità più profonda.
È un paradosso tragico ma straordinariamente umano. Mario non muore rassegnato, né consolato dall'idea di un aldilà o del martirio glorioso. Muore disperato proprio perché la vicinanza della morte gli rivela la bellezza inestimabile di ogni singolo istante vissuto.

©P. Claes
Come ha lavorato con la regia per costruire il suo Cavaradossi?
La visione di Rafael R. Villalobos - creata per la Monnaie di Bruxelles - è una delle letture registiche più politiche, radicali e discusse degli ultimi anni. Villalobos sovrappone il dramma di Tosca agli ultimi giorni di vita di Pier Paolo Pasolini e, in particolare, alla sua ultima sconvolgente pellicola: Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Non si tratta di una semplice provocazione visiva, ma di un parallelismo concettuale profondo che ruota attorno ad alcuni punti chiave.
Il primo è Scarpia come il potere fascista e sadico di Salò: per Villalobos, il barone non è solo un viscido capo della polizia dello Stato Pontificio, ma incarna lo stesso potere corrotto, totalitario e sadico descritto da Pasolini nel suo film. Il regista traccia un filo diretto tra il sadismo di Scarpia - che usa la tortura e il ricatto sessuale protetto dall'autorità e dalla complicità ipocrita dell'istituzione ecclesiastica - e i "Signori" di Salò, che abusano del corpo dei giovani in totale impunità.
Il secondo parallelismo è quello tra Cavaradossi e Pasolini, entrambi artisti e intellettuali liberi e laici che si oppongono a un sistema oppressivo e ne vengono stritolati. Nella messinscena, la figura stessa di Pasolini - interpretata da un attore - compare sul palco, e l'opera si trasforma in una riflessione sulla sua tragica fine, avvenuta all'Idroscalo di Ostia nel 1975 in circostanze mai del tutto chiarite. Cavaradossi, con i suoi ideali giacobini e la sua pittura, diventa il simbolo dell'arte che disturba il potere e che, per questo, deve essere eliminata.
Il culmine di questa intuizione si realizza nel terzo atto: la celebre esecuzione di Cavaradossi non è più il classico melodramma orchestrato da Scarpia ai danni di Tosca, ma evoca direttamente la brutale violenza della notte in cui Pasolini fu assassinato. L'atmosfera claustrofobica, spietata e cupa di Castel Sant'Angelo si fonde con la solitudine della spiaggia di Ostia.
Villalobos inserisce inoltre elementi visivi imponenti - con i dipinti di Santiago Ydáñez, ispirati anche a Caravaggio e alla decapitazione di Oloferne - per sottolineare come Tosca e Mario commettano l'errore fatale di credere ancora nella giustizia, nell'amore e nella bellezza dell'arte in un mondo governato esclusivamente dalla violenza e dal controllo dei corpi.
È una lettura cruda, fredda e minimalista nell'estetica, ma dal grandissimo impatto politico, che trasforma il melodramma pucciniano in una requisitoria senza sconti contro l'ipocrisia del potere totalitario. La domanda che ci poniamo è: il mondo si è evoluto o siamo sempre allo stesso punto? È stato un grande lavoro, e penso siamo riusciti nell'intento.
Qual è il rapporto tra arte e ideali politici nel personaggio?
In Mario Cavaradossi l'arte e l'ideale politico non sono separati, ma sono due facce della stessa medaglia: la libertà.
Come si sviluppa in scena la relazione con Tosca?
In scena, la relazione tra Mario e Tosca non è statica: compie un arco drammatico perfetto che va dalla commedia sentimentale alla tragedia assoluta, evolvendo di atto in atto attraverso dinamiche di potere, segreti e, infine, una straziante illusione.
Cosa pensa renda Tosca ancora così attuale per il pubblico di oggi?
Tosca non è solo un capolavoro del melodramma ottocentesco: è, a tutti gli effetti, un thriller psicologico e politico moderno camuffato da opera lirica. Se oggi, a più di 125 anni dal suo debutto, continua a riempire i teatri di tutto il mondo e a scuotere il pubblico, è perché tocca dei nervi scoperti della nostra contemporaneità.
In Tosca non ci sono filtri moralistici o consolatori. Non c'è la redenzione finale, non c'è un dio che interviene a salvare i giusti. Ci sono solo esseri umani nudi: una donna che per amore diventa un'assassina, un uomo che muore disperato perché ama troppo la vita, e un tiranno stritolato dal suo stesso sadismo. È questa cruda, tragica e splendida verità della carne e del sangue che rende quest'opera immortale e sempre dolorosamente attuale.
Quale messaggio vorrebbe lasciare agli spettatori che assisteranno a questa produzione?
Se dovessi rivolgermi direttamente agli spettatori seduti in platea prima che si spenga la luce in sala, il messaggio che vorrei lasciare loro nel profondo è questo: non venite a vedere un monumento del passato, ma uno specchio spietato del nostro presente.
Tosca viene spesso vissuta come il melodramma delle grandi arie, dei costumi d'epoca e delle passioni ottocentesche. Ma la produzione su cui stiamo lavorando ci ricorda che questa storia parla di noi, oggi.
Vorrei che il pubblico percepisse tre cose fondamentali. La prima è il prezzo della libertà: attraverso il mio Mario vorrei far arrivare la vertigine di un uomo che ha tutto - il talento, il successo, la bellezza, un amore totalizzante - e che sceglie consapevolmente di rischiare e perdere ogni cosa per non piegarsi all'ingiustizia. In un'epoca in cui conformarsi è spesso la via più comoda, Cavaradossi ci sfida a chiederci: per cosa saremmo disposti a lottare davvero?
La seconda è la fragilità dell'arte di fronte al potere: l'arte e la bellezza sono armi potentissime, ma sono anche fragili. Come ci mostra la lettura registica, l'intellettuale e l'artista libero sono sempre i primi bersagli dei sistemi autoritari e cinici. Quando canto il disperato addio alla vita nel terzo atto, non sto solo piangendo il destino di un pittore romano del 1800, ma sto dando voce a chiunque, ancora oggi, viene messo a tacere perché la sua voce è fuori dal coro.
La terza è l'assoluta sacralità della vita: il grido "E non ho amato mai tanto la vita!" non è un lamento passivo. È un inno feroce, carnale e disperato all'esistenza. Vorrei che lo spettatore uscisse dal teatro scosso da questa vitalità, con la consapevolezza che l'amore, l'arte e la libertà sono le uniche cose che rendono il nostro transito su questa terra degno di essere vissuto.
Spero che questa produzione non vi lasci semplicemente un bel ricordo musicale, ma che vi graffi l'anima, lasciandovi addosso la stessa urgenza di verità che noi sentiamo ogni volta che mettiamo piede su questo palcoscenico.




