Musica. Giovanni Gorelli: «L'improvvisazione è la forma più autentica della libertà musicale». L'intervista di Fattitaliani

 


Dopo un lungo percorso nella musica classica, Giovanni Gorelli ha scelto di affiancare all'attività di interprete quella di compositore e improvvisatore, dando vita a un linguaggio personale in cui convivono tradizione, jazz e blues. Dalla quiete della campagna toscana al ritorno a Parigi, fino alla pubblicazione dell'album Suite Floyd, il pianista racconta il suo percorso artistico, il valore della creatività e i progetti che lo attendono. Fattitaliani lo ha intervistato.

Negli ultimi anni il suo percorso si è orientato sempre più verso la composizione e l'improvvisazione. Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?

Durante una masterclass di pianoforte classico con Andrei Gavrilov, che frequentai nel 2014, incontrai alcuni pianisti ai quali feci ascoltare delle mie improvvisazioni e ricevetti apprezzamenti molto particolari. Spesso si chiedevano chi fosse a improvvisare durante la preparazione della masterclass, e questo mi fece capire molte cose.

Avevo iniziato a improvvisare sulla chitarra elettrica quando avevo sedici anni. Più tardi, una volta concluso il mio percorso di formazione come pianista classico, sentii spontaneamente il bisogno di integrare quella parte di me nella mia identità musicale. Mi resi conto che tutti i grandi compositori che interpretavo erano stati, prima di tutto, straordinari improvvisatori. Compresi anche che sviluppare questa dimensione creativa mi avrebbe reso un musicista più completo.

Nella sua musica convivono influenze classiche, jazz e blues. Come riesce a far dialogare linguaggi così diversi senza perdere la sua identità?

Per comprendere questo aspetto bisogna fare un passo indietro. Fino a meno di un secolo fa non esistevano pianisti che fossero soltanto interpreti: chi suonava era anche compositore e improvvisatore. L'obiettivo principale non era semplicemente interpretare bene un autore, ma creare musica.

Le celebri sfide tra Mozart e Clementi, oppure tra Scarlatti e Händel, erano basate proprio sull'improvvisazione. Inoltre non è mai esistito un unico stile definibile come "musica classica": un compositore russo poteva ispirarsi alla tarantella, altri alla polka o alla mazurca. Scott Joplin scriveva ragtime ed è oggi considerato un compositore classico; lo stesso vale, in parte, per Gershwin con il jazz.

Per me poter suonare Purcell o Bach e, allo stesso tempo, lasciare che orecchie e dita seguano percorsi musicali spontanei è una necessità vitale. Riesco a mantenere la mia identità grazie alla pratica quotidiana, sia come interprete sia come improvvisatore, e attraverso i concerti, le registrazioni e il confronto con musicologi, produttori, organizzatori, allievi e appassionati di musica.


Il periodo trascorso nella campagna toscana e, successivamente, il ritorno a Parigi hanno segnato profondamente la sua produzione artistica. In che modo questi spazi così diversi si riflettono nei suoi brani?

Il periodo trascorso nella campagna toscana, tra il 2018 e il 2022, è stato fondamentale. Ho ritrovato il contatto con la natura, il silenzio e una dimensione più autentica della vita. Avevo il pianoforte nel salotto di una grande casa, senza vicini: potevo studiare e improvvisare in piena libertà, con davanti agli occhi le colline toscane che mi ispiravano ogni giorno.

Durante l'estate vivevo spesso il mare, che era poco distante. Ho così riscoperto l'importanza dei quattro elementi della natura - acqua, terra, aria e fuoco - così centrali anche nella tradizione alchemica. Tutto questo ha contribuito ad affinare la mia sensibilità, sia sul piano emotivo sia su quello artistico.

Per molto tempo ha privilegiato la diffusione della sua musica online, poi ha scelto di pubblicare Suite Floyd. Cosa l'ha spinta a sentire il bisogno di "cristallizzare" il suo lavoro in un progetto discografico?

Dopo aver pubblicato alcuni miei video su YouTube e averli condivisi su LinkedIn, sono stato notato da Andrea Fasano, produttore di moltissimi artisti. È stato lui a farmi comprendere l'importanza di un progetto discografico come strumento di riconoscimento all'interno del mondo musicale.

Un album raggiunge un pubblico diverso rispetto ai social e attribuisce un valore particolare alla musica, sia dal punto di vista artistico sia da quello simbolico. Esiste anche un aspetto concreto ed economico che contribuisce a valorizzare il lavoro svolto.

Con Andrea Fasano ho firmato un contratto che prevede la produzione di diversi album nei prossimi anni, un progetto nel quale credo profondamente.


Suite Floyd ha attirato l'attenzione di musicisti e operatori culturali, aprendole nuove opportunità. Si aspettava un'accoglienza di questo tipo?

Non immaginavo un riscontro così immediato, anche se non avevo mai escluso la possibilità di dare continuità alla mia attività concertistica. Purtroppo il periodo del Covid ha penalizzato molti musicisti. Nel dicembre 2019 avevo firmato un contratto con un agente americano, ma la pandemia ha bloccato completamente quel progetto.

Nel 2022 sono quindi tornato a Parigi, dove ho potuto ripartire da basi solide grazie all'insegnamento. Oggi collaboro con diverse scuole parigine e non ho mai smesso di dedicarmi sia ai concerti sia alle registrazioni. Quello che non mi aspettavo era che Suite Floyd potesse incidere in maniera così significativa sul mio percorso professionale. È stata una piacevole sorpresa.

A settembre sarà protagonista di un concerto a Foligno e nel frattempo è in arrivo un nuovo album. Cosa può anticiparci dei suoi prossimi progetti?

Il concerto di Foligno metterà soprattutto in luce il mio ruolo di interprete. Eseguirò musiche di Purcell, Rameau, Scarlatti, Bach, Mozart e Beethoven nell'ambito di un festival dedicato alla musica barocca, il cui tema sarà il memento mori. Si tratta quindi di un contesto molto diverso rispetto a quello di Suite Floyd, anche se probabilmente ci sarà spazio anche per qualche momento di improvvisazione.

Il secondo album, invece, sarà più legato alla dimensione romantica del pianoforte classico che alle influenze jazz e blues. Sentivo il bisogno di dare forma discografica a qualcosa che porto dentro da molti anni, ma che finora non avevo mai deciso di registrare.

Credo che l'improvvisazione non appartenga soltanto al jazz o ai linguaggi più eclettici: può essere una forma espressiva di qualsiasi musica. Basti pensare che Chopin improvvisava spesso i suoi Notturni davanti agli amici, oppure alle improvvisazioni di Vladimir Horowitz durante le prove dei concerti, oggi facilmente reperibili su YouTube.

Questo nuovo lavoro sarà quindi profondamente legato all'espressione dei miei sentimenti. Parallelamente continuerò a dedicarmi ai concerti come interprete e alla registrazione del grande repertorio classico, perché ritengo importante lasciare una testimonianza anche di questo aspetto del mio percorso artistico.


Per concludere: oggi, in un'epoca in cui tutto sembra andare veloce, che valore hanno ancora il tempo dedicato allo studio, all'ascolto e all'improvvisazione?

Il tempo può correre veloce, ma la musica segue sempre il proprio ritmo. Pazienza e perseveranza sono qualità indispensabili per chi sceglie un percorso nella musica strumentale e solistica. L'apprendimento richiede serenità e la ricerca artistica dura tutta la vita: non si smette mai davvero di imparare.

L'improvvisazione rappresenta un valore aggiunto, sia nella produzione discografica sia dal vivo, perché permette di comprendere la musica in modo più profondo e autentico. Lo stesso vale per la composizione.

Sono convinto che un musicista, pur potendo dedicare un'intera esistenza al grande repertorio del passato, abbia anche il dovere di lasciare qualcosa di personale: esprimere il proprio linguaggio musicale, la propria sensibilità e il proprio modo di sentire. È questa, in fondo, la traccia più autentica che un artista possa lasciare.

Fattitaliani

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