Una storia nelle storie del Novecento. O viceversa. C'è comunque un secolo travagliato, inquieto, tragico. Intorno ci sono Antonio Salanda e Giovanni Giolitti.
Una foto in bianco e nero in copertina con uomini in fez, labari, mani alzate. Al centro, Giuseppe Caradonna (Cerignola, 5 ottobre 1891 – Roma, 14 marzo 1963). Attorno a lui, il tempo che fu: Acerbo, Marpicati, Starace, Pavolini. Bari, 17 settembre 1933. Il Direttorio del partito fascista. E sopra, un titolo che è già provocazione: "Giuseppe Caradonna e la Destra Nazionale". Solfanelli, 2026. Euro 14,00, una prima edizione era stata pubblicata negli anni novanta da Serarcangeli. Un libro tutto da chiosare per entrare nel fascismo e oltre la fine della guerra.
Pierfranco Bruni in questo lavoro, ben costruito e scientificamente annotato, evoca personaggi che hanno vissuto storie dentro la Storia. Li siede a tavola e chiede loro conto. Lo ha fatto con Hegel, con D’Annunzio, con Duse. Ora lo fa con Caradonna, “fascista della marcia su Roma”, squadrista, deputato, uomo di un Sud che scelse la camicia nera. Ma Bruni non processa. Non assolve. Interroga. Perché la Storia, per lui, non è tribunale: è dialettica in termini hegeliani.
La storiografia recente ha avviato una necessaria revisione della figura di Giuseppe Caradonna, eliminando ogni riferimento all’etichetta di ‘fascista della marcia su Roma’”. Ecco il punto. Ecco il fuoco. Revisione. Parola che oggi brucia le dita. Perché revisione è diventata sinonimo di riabilitazione, e riabilitazione è diventata sinonimo di tradimento. E così non è. Ma Bruni sa che senza revisione non c’è Storia. C’è solo la lezione mandata a memoria, il 25 aprile recitato senza più sapere perché.
Il suo Caradonna non è il mostro né il santo. È uomo. È l’Eroismo che lega le viscere alla Patria, è la Grande Guerra con tre medaglie d’argento, è la Destra Salandrina che fu “profondamente influenzata da Antonio Salandra”. È il Sacro che emerge in un legame inedito con Padre Pio, il Santo di Pietrelcina che “intervenne più volte nella vita di Caradonna”. Qui Bruni compie l’eresia più grande: mette insieme il fez e il saio, la marcia su Roma e la stimmate, il fascismo di sinistra e il misticismo cattolico. Non per confondere. Per complicare. Perché la Storia, quando è vera, è sempre complicata. È sempre tragica. E il tragico, come scriveva lui stesso, “è la bellezza che sanguina”.
Cosa fu la Destra Nazionale? Per Bruni non è categoria politologica. È il tentativo di tenere insieme Patria e sociale, ordine e rivoluzione, Roma e lieto fine. Caradonna, “nobile e austero”, seppe interfacciarsi con il fascismo “più sensibile alle derive sociali del fascismo di sinistra”. Parole che oggi sembrano bestemmia. Perché abbiamo diviso il mondo in buoni e cattivi, in puri e impuri, e abbiamo dimenticato che il Novecento fu mescolanza. Fu D’Annunzio socialista e poi Comandante, fu Marinetti anarchico e poi Accademico, fu Caradonna squadrista e poi devoto di Padre Pio.
Bruni non assolve Caradonna. Lo restituisce. Lo toglie “da vecchi e abusati pregiudizi faziosi” e lo inserisce “in un ordine interpretativo più equo”. Equo non vuol dire indulgente. Vuol dire giusto. E la giustizia, per chi viene dalla grecità, è dare a ciascuno il suo. Anche al nemico. Soprattutto al nemico. Perché solo così la Storia smette di essere guerra civile e diventa memoria. C’è ironia, feroce e sottile, in questo libro. L’ironia di pubblicare Caradonna nel 2025, mentre a Più libri più liberi si chiede di firmare l’antifascismo. Bruni sembra dire: “Volete la dichiarazione? Eccovi la complicazione”. Volete il timbro? Eccovi il dubbio. Volete il modulo? Eccovi la verità dialettica. Lui, che è presidente del Centro Studi “Francesco Grisi”, che ha scritto di Dante, di Camus, di Casanova, sa che la letteratura non ha dogane. E la Storia, che è letteratura del vero, neppure. Per questo "Giuseppe Caradonna e la Destra Nazionale" non è un libro per nostalgici. È un libro per inquieti. Per chi sa che “lo diventerò”, la risposta di Cardini sull’antifascismo, vale anche per il contrario. Che si diventa, sempre. Che nessuno nasce assolto o condannato.
Per un uomo che fu “l’espressione di una Destra Salandrina” e che ora torna a chiederci: “Ma voi, cosa siete?”. Bruni non risponde. Lui non è giudice. E in questo Caradonna, fascista e mistico, squadrista e devoto, c’è tutto il Novecento italiano: la sua storia e la sua ferita, il suo inizio e la sua caduta. Leggere questo libro non è riabilitare. È capire. E capire, diceva Gramsci, “è sempre rivoluzionario”. Perché anche la storia ha una ermeneutica. I fatti si leggono attraverso i documenti e le eresie e non attraverso la forzatura ideologica. Caradonna è un tragico e un eretico nel fascismo. Questo importante libro lo dice benissimo e non si presta ad alcuna forzatura ideologica ma dialettica certamente.

