Ci avviamo verso il centenario della nascita di Guido Ceronetti. Il tragico e l'esistenza si intrecciano. Come un mosaico di tempo. Come la bellezza nel tempo. Come un tocco nella notte che riesce a misurare il tempo. E il resto? "L'uomo è degenerato. La bellezza gli bussa alla porta ma è come se in casa non ci fosse nessuno". L'intensità della solitudine è nell’aver scelto di restare a casa e osservando dal davanzale cosa è rimasto ormai per le strade. Cosa è rimasto di interessante per permetterci di restare oltre la soglia? Guido Ceronetti. Ha scelto di non appartenere alla cultura. Perché ha capito che l’intellettuale, oggi, è un funzionario del nulla. E allora si fa marionettista, vive il teatro delle marionette, traduttore, viandante. "Per le strade della Vergine" non è un libro. È un cammino. È la teologia che si fa randagia, che esce dai templi e chiede l’elemosina di senso alle periferie dell’anima. Dentro questa periferia c'è il silenzio al quale dovremmo legarci.
La follia della modernità è tutta qui: aver smarrito il sacro e averlo sostituito con l’igiene o con l'ecologismo Aver barattato il mito con la statistica. Aver ridotto il tragico a problema tecnico. Ceronetti lo sa. Per questo la sua eleganza non è stile. È un tragico profondo. È lutto. È il nero che si porta quando la parola è stata profanata. Scrive con la febbre di chi ha visto il disfacimento e non vuole mentire. La disfatta è già avvenuta. Non nel futuro. Nell’origine. Siamo postumi di noi stessi. Il relativismo non è una libertà. È l’ultima maschera del potere. Quando tutto è uguale, nulla è più sacro. Quando ogni verità è opinione, l’uomo è già servo. Ceronetti lo grida nei suoi "Taccuini" e lo sussurra nelle sue traduzioni. Il mito non è favola. È la lingua che l’uomo parla prima della storia. È Antigone che seppellisce il fratello contro la legge di Creonte. È il sacro che irrompe e spezza l’algebra della polis.
Ceronetti: "I demoni non sono più esclusivi abitatori di rovine. Hanno capito che questa civiltà è tutta un immenso brulicare di rovine, perché riflette l'uomo nella sua integrità di male". Oggi abbiamo ucciso il mito e lo abbiamo sostituito con le narrazioni. Ma le narrazioni consolano. Il mito ferisce. Il mito chiede sangue. Chiede che tu metta in gioco la vita. Per questo la modernità è folle: ha espulso il tragico e si stupisce che resti solo il panico. Ha espulso il tempo e si stupisce che resti solo l’attimo. Ha espulso l’ironia e si stupisce che resti solo il sarcasmo. "Ogni libro è la storia della propria vita". Scrive Stendhal. Ceronetti pone come apertura questa frase. Qual è il punto? Non si scrive per dire. Si scrive per essere. "Il rosso e il nero" non è solo un romanzo. È autobiografia travestita da secolo. Julien Sorel è Stendhal senza talento. È Stendhal se la storia lo avesse condannato alla provincia. Ecco il punto: la letteratura, quando è vera, è sempre indiscreta. Racconta ciò che la filosofia tace. Che l’uomo non è ragione. È vanità, è desiderio, è tempo che si consuma. Stendhal è moderno perché è tragico senza saperlo. Perché cerca la felicità e trova la scrittura. Perché insegue l’energia e inciampa nell’ironia. L’ironia è la pietà degli intelligenti. È il modo che ha il tragico di non diventare patetico.
Emil Cioran è il monaco dell’impossibile. Ha preso il tragico greco e gli ha tolto gli dèi. È rimasto il grido. "Sommario di decomposizione", :L’inconveniente di essere nati": titoli che sono già teologia negativa. Cioran non bestemmia. Constata. Dice che esistere è un abuso, che la coscienza è una malattia, che il tempo è la ferita che non si chiude. Sottolinea Ceronetti: "Cioran, lo squartatore misericordioso". Eppure Cioran è elegante. Perché l’eleganza è l’ultima forma di preghiera quando Dio è morto. È scrivere bene sul nulla. È curare la frase mentre il mondo crolla. È l’etica di chi non crede più all’etica. Sgalambro lo ha capito. Per questo lo amava. Perché Sgalambro è Cioran che ha studiato teologia. È il nichilismo che si fa sistema, che si fa "Trattato dell’empietà", che si fa "La morte del sole".
Manlio Sgalambro è l’antifilosofo che la filosofia meritava. Ha capito che pensare, oggi, è un atto di cattivo gusto. Che le idee sono pettegolezzi. Che la verità è un’infezione. E allora ha scelto l’eleganza. Ha scelto di vestirsi bene per il funerale dell’Occidente. Sgalambro: "Il primo venuto che vuol dire la sua vanta il diritto all'autonomo pensiero a cui è stato educato. Lasciate che parli: si impiccherà da sé". L’eleganza di Sgalambro non è dandismo. È metafisica. È sapere che tutto è perduto e comportarsi come se nulla fosse. È scrivere "Trattato dell’età" quando l’età non ha più trattati. È l’ironia portata all’incandescenza. Si potrebbe affermare che ridere è un pianto che potrebbe diventare servile. Sgalambro è il punto in cui Ceronetti e Cioran si incontrano. Ha il sacro di Ceronetti ma senza Dio. Ha il tragico di Cioran ma con stile. Ha capito che dopo la disfatta resta una cosa sola: la forma. La sintassi come ultima resistenza. La parola esatta come ultimo rito.
In "Per le strade della Vergine". Ceronetti cerca ciò che la modernità ha smarrito: l’attesa. La Vergine è il tempo che non si consuma. È il femminile che non si possiede. È il sacro che non si amministra. La modernità è folle perché ha violato l’attesa. Ha trasformato il desiderio in diritto o forse in dovere, il mistero in trasparenza, il tempo in scadenza. Il tempo, per i greci, era kairós e chrónos. Era occasione e durata. Oggi è solo agenda. Per questo non abbiamo più tragico. Il tragico vuole tempo. Vuole che Edipo impieghi una vita a capire di essere Edipo. Vogliamo sapere la fine senza attraversare il mezzo. Ma senza mezzo non c’è catarsi. C’è solo noia. Perché "Un uomo che viene lodato è un uomo che viene messo in catene (Ceronetti).
Ceronetti, Cioran, Sgalambro. Tre modi di abitare la disfatta. Ceronetti con la pietà. Cioran con la bestemmia. Sgalambro con l’eleganza. Tre modi di dire che la modernità è folle perché ha creduto di poter fare a meno del mito, del sacro, del tragico. Il relativismo ci ha tolto il volto. Il mito ce lo restituisce. Ma il mito chiede un prezzo. Chiede che tu accetti di non essere tutto. Che accetti il limite, la ferita, l’ombra. Chiede che tu sappia che ogni libro è la storia della propria vita e che la vita, senza ironia, è insopportabile. Resta l’eleganza. Non come estetica. Come etica. Come ultimo modo di stare al mondo quando il mondo non sta più. Resta la parola esatta, la frase che non mente, il pensiero che non consola. Resta la soglia.
Ceronetti: "Nessuno è perso, nell'infinito. Terribile è perdersi, sentire di essere persi, nel finito". E sulla soglia, sempre, c’è un uomo che scrive. Che scrive perché scrivere è l’unico modo di non disertare. Che scrive perché, come diceva Stendhal, "la beauté n’est que la promesse du bonheur. E in questa disfatta di promesse abbiamo bisogno. Non per illuderci. Per resistere non dimenticando di ripetersi che "La bellezza non è altro che la promessa della felicità". La felicità? La gioia? Ma "Dare gioia è un mestiere duro". Guido Ceronetti è mato il 1927 e scomparso il 2018.


