Spesso mi sono posto in un chiaroscuro filosofico entrando tra le pagine di Cesare Pavese. Dalle radici greche ma non platoniche, certamente omeriche, intreccia Saffo all'esilio di Ovidio e sa che il mito è abitare il tempo dentro la visione del nostos. C'è un petcorso filosofico. Metafisico.
Una lettura filosofica non può essere sistematica. Pavese non costruisce trattati, non fonda categorie, non disputa con i filosofi di professione.
Eppure ogni suo verso, ogni riga di diario, ogni dialogo con il mito è attraversato da una tensione metafisica antistorica che ha importanza notevole proprio perché sfugge agli schemi. È una filosofia che nasce dal corpo, dalla collina, dal lavoro, dalla solitudine. I capisaldi restano Kierkegaard e Nietzsche, non come autorità da citare ma come sangue. Il primo gli insegna l’angoscia della scelta, il secondo la necessità del divenire e la fedeltà alla terra. Decadente e esistenzialista, fuori chiaramente dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito, resta solo la cronaca. E la cronaca, per Pavese, uccide.
«Lavorare stanca». Non è uno slogan. È ontologia. Il lavoro, in Pavese, non redime. Pesa. «Traversare una strada per scappare di casa / lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira / tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo / e non scappa di casa». L’uomo pavesiano è l’adulto che ha capito che non si scappa. Che le piazze d’estate «sono vuote, distese / sotto il sole che sta per calare» e che «val la pena esser solo, per essere sempre più solo?». Metafore nella vita e oltre la storia. Qui è già la sua filosofia: l’essere è solitudine, ma la solitudine non basta. «Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. / Altrimenti, uno parla da solo». Il dialogo come argine al nulla. Non l’amore romantico: l’amore come necessità metafisica, come unico modo per non «sentire solo il selciato, che han fatto altri uomini / dalle mani indurite, come sono le sue». Il lavoro stanca perché non dà senso. Il senso va cercato in un volto, e il volto è sempre a rischio di non esserci. «Non è giusto restare sulla piazza deserta. / Ci sarà certamente quella donna per strada / che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa». Pregata, non posseduta. Pavese è antistorico perché non crede al progresso: crede all’attesa. E l’attesa è la forma più alta del tragico. In ciò un mondo labirintico che vive in attesa del cerchio.
Il "Mestiere di vivere" è il laboratorio in cui la filosofia di Pavese si fa carne senza farsi sistema. «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi». L’antistoricità è tutta qui: la storia misura i giorni, la vita accade negli attimi. E gli attimi non si lasciano ridurre a dialettica. Si subiscono. «L’unico modo di sfuggire all’abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi». Nietzscheano, certamente. Ma con la pietà di Kierkegaard. Pavese non salta nell’abisso: lo misura. E misurandolo, lo rende abitabile. Entra nel gioco quella metafisica dell'esilio caratterizzante in Maria Zambrano.
«Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola». È la sua etica. Non c’è salvezza nella fuga, non c’è innocenza nell’ignoranza. Bisogna attraversare la noia, il sesso, il fallimento, la città. Bisogna attraversare la morte. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». La morte non è concetto, è sguardo. «Questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso». Kierkegaardiano fino al midollo: l’angoscia è la vertigine della libertà, e la libertà in Pavese ha sempre il volto della fine. Comunque resta sempre un attraversamento dell' aut aut.
«Scenderemo nel gorgo muti». Non c’è redenzione, non c’è sistema che tenga. C’è il gorgo. E il gorgo è la verità. Per questo Pavese è fuori dagli schemi marxisti: rifiuta la storia come salvezza. La storia è «i problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce». Antistorico, dunque. Ma non reazionario. Semplicemente fedele al tragico. Il tragico è nel mito. Ma anche nella sua ermeneutica. Se la filosofia sistematica non basta e non serve, resta il mito. I "Dialoghi con Leucò" sono il tentativo di rifondare il pensiero a partire dal racconto. «Che cos’è il mito?» si chiedevano gli antropologi che Pavese leggeva negli anni ’30. Lui risponde: è la forma che dà nome all’angoscia. «Pubblicati nel 1947, i "Dialoghi con Leucò" appartengono alla singolare categoria dei libri tanto famosi… quanto negletti». Negletti perché scomodi.
Perché Pavese osa dire che l’uomo è mito, che «il solo essere che, gardando in sé la forza primordiale del germe mitico, è capace di lottare per guadagnare margini di libertà al di là del cerchio opprimente del destino». L'altra dimensione sta nel legame tra destino e pensare al destino. Qui il decadente diventa esistenzialista. Il destino c’è, ma si può nominare. E nominandolo, lo si ferisce. «La forma dialogica diventa l’espressione formale della filosofia sottesa al contenuto di Leucò che promuove il potere salvatore del discorso dell’uomo verso l’uomo». Non la rivoluzione, non la classe: la parola. La parola che ricorda, che racconta, che trasfigura. «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta».
Il mito è memoria che diventa conoscenza. È l’unico antidoto alla banalità del tempo. Ciò in Pavese é ermeneutica del pensiero vissuto. Ovvero abitato. In Pavese, stile ed esistenza coincidono. La sintassi è secca, le colline sono frasi, i ritorni sono anafore. «È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla». Scrivere è il modo di stare nella piazza deserta e non impazzire. È costruire la casa con le parole quando la donna per strada non c’è. L’estetica della solitudine è nel viaggio. Il viaggio è l'imprevisto. L’accadere.
L’estetica che ne deriva è un’estetica dell’edificazione. Edificare significa mettere una pietra sopra l’altra sapendo che crollerà. Ma intanto la casa sta in piedi, e ci ripara. Lo stile pavesiano è fatto di questo: di tetti che riparano per una notte, di versi che trattengono il gorgo per un attimo. «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Cominciare è già edificare. Anche se «quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire». Già. È quel verrà la morte... Per questo Pavese lega il mito al pensare filosofico: perché il mito è la prima edificazione. Dà un nome al caos, traccia un recinto nel selvaggio. Dopo, si può pensare. Ma prima bisogna cantare. E Pavese canta. Canta le Langhe, canta il mare, canta la morte con gli occhi di una donna. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio». Appunto. Smesso il vizio, resta lo stile. E lo stile, in Pavese, è l’ultima forma di resistenza al nulla. Perché nello stile c'è l'uomo con le sue cadute e la rivolta comusiana.
Cosa c’è di filosofia in Pavese?
C’è la domanda che non cerca risposta ma forma. C’è l’antistorico come unica possibilità di non essere macinati dalla cronaca. C’è il mito come metodo, la solitudine come categoria, la morte come sintassi.
C’è Kierkegaard quando scrive «la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo».
C’è Nietzsche quando dice «quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l'altra riva, e arriverò». Certo. La donna mare è donna tragedia. È crepuscolo che attende il tramontare. E c’è Pavese, finalmente, quando tace. Perché «aspettare è ancora un'occupazione. È non aspettare niente che è terribile».
Lui non ha aspettato. Ha scritto. Ha edificato nel gorgo. E l’edificio, anche se muto, resta come punto di una impareggiabile attesa. La filosofia di Pavese non consola. Misura l’abisso, lo attraversa, e torna a dirci che «non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più ossessionati». È una filosofia feroce, decadente, esistenzialista. Fuori da ogni ideologia perché dentro la vita.
La vita, per Pavese, è il mestiere più duro. Quello di vivere, sapendo che «chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce». La croce però non è quella di legno. La si porta dentro. Sulla croce, alla fine, non restano che lo stile il pensiero e il silenzio. Il silenzio dappertutto non è una resa. Ma l’esilio che è comunque solitudine. La metafisica è un pensare oltre l'oblio. È quel gorgo muto che lo ha accompagnato. Sino a fare di Leucò il mistero.


