C’è
un senso di attraversamento continuo in “Tra mandrie e stormi hai un déjà vu”,
il disco d’esordio dei Fujiiro: un lavoro che non si limita a raccontare, ma
costruisce un’esperienza. Le sette tracce si muovono tra psych rock, new wave, cantautorato e folk,
dando vita a un percorso sonoro in cui ogni elemento contribuisce a creare un
immaginario preciso ma in costante trasformazione.
Più
che un concept tradizionale, il disco sembra svilupparsi come una traiettoria
emotiva, fatta di fratture, ritorni e tentativi di comprensione. Il
protagonista si confronta con un conflitto interiore che si riflette nel mondo
esterno, in un gioco di rimandi tra dimensione personale e collettiva. Le
atmosfere, a tratti sospese e a tratti più tese, accompagnano questo movimento
senza mai semplificarlo.
Le
suggestioni visive — tra paesaggi mediorientali e richiami western — ampliano
ulteriormente il racconto, rendendo il disco un territorio aperto, da
attraversare più che da interpretare in modo univoco. Ne viene fuori un lavoro
che rifiuta l’immediatezza e invita a un ascolto più lento, stratificato.
In
questa intervista per Fattitaliani, i Fujiiro ripercorrono la nascita
del disco, soffermandosi sul processo creativo e sul modo in cui hanno
costruito un linguaggio capace di tenere insieme suono, visione e ricerca
interiore.
Come
nasce il concept del disco?
Visto dal
futuro, cioè da oggi, in effetti il concept del disco è nato da una
combinazione piuttosto intensa di crisi intime e interiori ma anche di crisi
collettive e sociali. Abbiamo vissuto momenti di spaesamento ma anche di
profonda ricerca interiore, questo penso sia avvenuto sia a livello
microscopico che macroscopico, dato che l’ideazione, la creazione e la
produzione del disco sono avvenuti nel periodo che va dalla pandemia del 2020
fino ai giorni nostri. Ne abbiamo viste tante. L’urgenza ha dipinto il resto.
Avete
lavorato prima sui testi o sulle sonorità?
In alcuni
casi il testo è arrivato molto dopo l’ideazione strumentale. In altri casi
invece, più classicamente, il testo e la melodia vocale sono nati in un
tutt’uno con la struttura e l’armonia strumentale. Salvo poi attraversare
decostruzioni, ripensamenti e reinvenzioni durante le varie e folli fasi di
autoproduzione
Quanto
contano le influenze nel vostro percorso?
Contano
molto per poter conoscere diversi linguaggi di espressione, quando scopriamo
qualcosa di nuovo ed efficace è sempre bello lo stupore di dire “ah, vedi, si
può fare anche così!”. Detto ciò, tutto è solo funzionale alla ricerca di una
propria e personale voce interiore, in certi momenti bisogna evitare di
ascoltare troppa altra musica. Per noi, come influenze, sono molto importanti
anche il cinema e il teatro.
Il
disco ha una forte componente visiva: quanto è importante per voi?
Come
dicevo prima, il cinema è una componente molto importante. In generale, la
visione e l’immaginazione di un colore, una scena, una situazione è
fondamentale. In questo senso ciò influenza la musica. Successivamente, poi, la
musica viene “riesteticizzata”, magari da un occhio esterno, come è avvenuto in
questo caso grazie alle meravigliose cover di Nicole Francesconi, che ha anche
curato i due video dei singoli Sioux e Sister Gone.
Qual
è stata la fase più complessa della produzione?
Il fatto
che fosse un “auto” produzione. Dunque, l’assenza di un parere esterno fino al
momento del mix (in cui è intervenuto Bruno Germano). Questo è stato, però,
anche il punto di forza.
Che
tipo di ascoltatore immaginate per questo lavoro?
Qualcuno
che voglia rifuggire dalla necessità di immediatezza che ci circonda oggi. Qualcuno che cerchi domande, non risposte.
Qualcuno che ricerchi almeno un momento per andare a fondo, per attraversare la
musica e se stessi. I concerti dal vivo restano una ottima occasione per
incontrare il nostro ascoltatore ideale, trascendendo più facilmente tutti i
possibili filtri intellettuali. Pensiamo anche, però, che il nostro lavoro,
essendo difficilmente etichettabile in un genere definito, possa arrivare, con
tempo e pazienza, a chiunque.


