Durante un recente convegno al CNEL è stato presentato un numero monografico su “Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze”.
Il rapporto è stato curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche e coordinato da Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT. I dati illustrati e le prospettive non sono incoraggianti.“L’invecchiamento della popolazione comporta conseguenze plurime di
carattere economico e sociale. Le più evidenti sono quelle relative alla
sostenibilità del mercato del lavoro e delle prestazioni. La riduzione delle
nuove nascite nel corso degli ultimi anni si è progressivamente trasferita
sulle persone in età di lavoro, basta guardare come la quota dei lavoratori
over 50 abbia superato da circa tre anni la coorte dei lavoratori tra i 35 e i
49 anni. In più, da qui al 2040, avremo una perdita di circa 4 milioni di
persone in età di lavoro. Ora più che mai è necessario costruire una silver
economy per mobilitare le risorse finanziarie, tecnologiche e umane per
coniugare l’invecchiamento della popolazione con il mantenimento di benessere e
di dignità delle persone anziane e non autosufficienti”.
Noi
viviamo la realtà che ci circonda, ma spesso non ci rendiamo conto dei
cambiamenti, perché essi sono lenti. Però se i cambiamenti, negli anni, vanno
sempre nella stessa direzione, essi sono capaci di cambiare sensibilmente la
struttura della popolazione. È quello che accade con il progressivo
invecchiamento della popolazione. Nel 1991 il rapporto tra popolazione sotto i
35 anni e quella sopra i 65 anni era di 5:1; nel 2050 tale rapporto sarà 1:1.
Appare quindi opportuno conoscere i fenomeni in atto e misurarsi con essi, in
modo da poter trasformare i problemi in opportunità, se possibile.
Quello che riesce ancora difficile è immaginare come si vivrà tra 25 anni,
quando oltre un terzo del totale degli abitanti avrà più di 65 anni. Oggi
invece gli over 65 sono il 26%.
Sicuramente ci saranno più spese per pensioni e sanità. Il circuito
pensionistico verrà messo a dura prova, perché il numero dei lavoratori che lo
alimenta si assottiglia. Basti pensare che nel 1990 c’erano quasi 5 lavoratori
per ogni pensionato; oggi ci sono 1,5 lavoratori per ogni pensionato: nel 2050
il rapporto scenderà a 1 a 1. Per la sanità è assai probabile che le Regioni,
cui spetta la regolamentazione, o ridurrà gli investimenti negli altri settori per
mantenere lo stesso livello dei servizi sanitari e assistenziali o innalzerà le
tasse regionali.
L’aumento dell’età inciderà direttamente su alcuni settori produttivi. I trasporti, i ristoranti, l’abbigliamento e le calzature, soffriranno perché gli anziani spendono meno in queste cose. Di contro ci saranno più spese per l’assistenza medica e per l’assistenza domiciliare, ma anche per la sicurezza e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Probabilmente si avrà anche una contrazione del numero di persone alla guida delle auto, con beneficio per il traffico.
Effetti negativi si faranno sentire
anche sul mercato delle costruzioni residenziali tradizionali. La minore
presenza di giovani farà calare il numero degli acquirenti delle nuove case,
spingendo al ribasso i prezzi e scoraggiando gli investitori. È difficile che
il movimento migratorio interno e l’immigrazione giovanile estera possano
sostenere il settore. Di sicuro interesse immobiliare saranno invece le
residenze attagliate ai bisogni della popolazione anziana.
“I progressi della medicina
hanno allungato la vita dal punto di vista biologico-quantitativo, ma non da
quello esistenziale e qualitativo. Insomma, hanno prolungato la vecchiaia. In
Italia, gli anziani sono già una grossa fetta della popolazione e le proiezioni
ci dicono che nel 2050 saranno venti milioni, un terzo della popolazione”. Così Umberto Galimberti, che ha scritto e parlato spesso di terza e
quarta età, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti culturali e sociali. “La questione è che se un tempo gli
anziani erano i depositari di informazioni utili, oggi scienza e tecnologia
possono svolgere la stessa funzione con maggiore efficacia. Inoltre, per
effetto della velocità del progresso, soprattutto in ambito informatico, i
giovani adesso ne sanno più dei vecchi che sono diventati quelli che non
riescono più a stare al passo con i tempi. Ciò che resta non sostituibile è il
loro patrimonio cognitivo ed etico-affettivo. Ma dal momento che gli “over”
vengono visti come portatori di equilibrio, prudenza, dolcezza, per essere
accettati, devono corrispondere a tutte queste qualità, da cui i giovani sono
dispensati. In loro non è ammesso il desiderio sessuale e, quindi, ci si
aspetta che rinuncino ai contatti fisici. Devono essere allegri ma senza
esagerare, perché altrimenti potrebbe essere letto come un segnale di non
accettazione della propria vecchiaia, dolci, sensibili ma non troppo: se un
anziano si commuove in modo eccessivo “potrebbe avere l’arteriosclerosi” o
problemi di demenza. Devono prendere parte alla vita familiare e sociale, ma
senza pretendere di avere voce in capitolo e guai a ripetere un aneddoto già
raccontato, avere interessi, senza entrare in campi considerati adatti ai
ventenni e, infine, essere autonomi e indipendenti: in altre parole “soli”. La
vecchiaia, oggi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli
altri. Ora, nessuno vuole negare che con l’età che avanza si verifichino
processi degenerativi dal punto di vista della funzionalità e dell’estetica, ma
oltre che per questioni di tipo biologico, si invecchia anche e soprattutto per
ragioni culturali, nello specifico per l’idea che la nostra cultura si è fatta
della vecchiaia come di un tempo inutile”.
Immagine creata con IA


