Percezione e consapevolezza dell’inconscio in letteratura

 


di Gabriella Izzi Benedetti *

Dalla fine dell’800 lo stretto legame fra letteratura e psicanalisi è venuto a evidenziarsi con la consapevolezza che la risposta emotiva subisce l’influenza dall’inconscio, quell’insieme di aspetti della mente non accessibili alla coscienza. Un’intuizione che parte da Freud, assertore della teoria che la scrittura può divenire la chiave d’accesso alla verità, poiché attinge alle stesse fonti, pur con differente metodologia, alle quali accede la psicanalisi. Percezione che Freud ritiene essere da sempre appartenuta a poeti e letterati, definiti da lui sognatori che non si sono analizzati. 

Italo Calvino, autore tra i più attenti al rapporto letteratura-inconscio, scrive: “L’inconscio è l’oceano dell’indicibile, di tutto ciò che è stato espulso dalla terra del linguaggio, rimosso come risultato di un’antica proibizione”. E dunque l’affiorare dell’inconscio o affondarvi, la ricerca della verità che l’espressione creativa rende acquisibile dalla coscienza, è un fenomeno arcaico. Situazione che ci riporta alle origini del mondo storicamente accessibile; e possiamo trovarne traccia in episodi biblici o classici. Adamo ed Eva: l’albero, il serpente, la conoscenza, l’angoscia della perdita, la frantumazione delle certezze e dell’interezza, propongono un quadro che si protrarrà all’infinito. E l’episodio di Polifemo nell’Odissea, la negazione di identità di Ulisse: Oudeis. Nella fonetica arcaica Odysseus (Ulisse, Oudeis) e Nessuno hanno una matrice comune.

La consistenza dell’io, che è nel nome, si associa alla sua negazione. Legati alla nostra interiorità sono anche i miti di Edipo e Narciso. Un altro simbolo letterario, la letteratura ne è piena, è il mito di Arianna, il labirinto, il filo salvifico, la perdita del sé e il tortuoso viaggio di riscatto. Tant’è che anche oggi diciamo perdere il filo, il filo conduttore, sul filo della memoria, il filo del discorso. Il labirinto è una simbologia tra le più affascinanti dell’intrico interiore. I riti orfici sono altrettanti percorsi d’identificazione. Nella letteratura classica l’ambiguità, la personalità multipla dell’essere umano è presente in Plauto: da qui la maschera, il sosia. E l’idea della personalità multipla ricorre in Seneca, l’uomo che simula dietro la maschera, contrapposto al saggio che costruisce un io saldo nel tempo, venendo incontro all’esigenza del mondo classico che cerca l’equilibrio e non vuole cedimenti, anche se non sempre sfugge, come in Lucrezio o Orazio, a un senso d’incompiutezza. La poesia medievale è anch’essa metaforica e simbolica: il Graal, i cavalieri erranti esprimono una ricerca di verità, ma anche una dimensione onirica del vivere.

Il periodo rinascimentale con la concezione dell’io inteso come coscienza razionale e unitaria si allontana da tentazioni introspettive e avrà un prosieguo nel secolo dei lumi che celebra l’onnipotenza della ragione, ma fra i due momenti letterari il tema identitario, l’incertezza dell’essere, si fanno strada in narratori ma soprattutto drammaturghi, tra fine ‘500 e ‘600, come Calderon de la Barca, voce straordinaria del “Siglo de oro” spagnolo, con la sua Vita es sueño dove finzione, doppiezza, acquistano valore di metafora; e ancor prima in Shakespeare che propone una profonda esplorazione delle azioni umane, con temi ricorrenti: ambiguità, frantumazione dell’io. E dunque anteriormente a una collocazione rigorosa del termine inconscio, esso è presente quale intuito o dimensione visionaria. E quando la razionalità come capacità di dominio sulla coscienza entra in crisi e la lezione romantica scompagina certezze formali classiche, il periodo che verrà, definito romanticismo (e che non è ancora concluso) si distacca dall’armonia e oggettività classica, l’io perde carattere di unità e, attraverso autori come Novalis, Hölderlin, Hofmann, per dirne alcuni, con la suggestione dell’orrido, del sogno, della notte, intende scrutare la parte nascosta che è in noi (e a noi).

Il discorso è lungo, complesso e ricchissimo di esempi; tra essi vediamo come Giacomo Leopardi si dibatta nel conflitto irrisolto tra l’infinitezza delle proprie aspirazioni e la limitatezza umana che le rende irrealizzabili; deluso dalle promesse della logica, del raziocinio, del positivismo trova nell’inconscio un mezzo di comunicazione interiore. Simile appare nel pensiero a Schopenhauer e Kirkegaard, pensiero che pone l’accento sui limiti invalicabili della soggettività individuale. Tra vari passaggi storici, un fenomeno europeo è quello che da noi va sotto il nome di Scapigliatura. Un autore fra i più noti, Rimbaud, pubblica con titolo indicativo: Io è un altro. Non io sono un altro, ma io è un altro.

È in questo tempo, sul finire dell’800, che si colloca la pubblicazione di Sigmund Freud l’Interpretazione dei sogni fondamentale per l’analisi e la definizione della teoria di come la letteratura sia preziosa alleata dello studio dell’inconscio. Pur rivendicando alla psicanalisi il diritto di iscriversi fra le scienze, la colloca nei territori che da sempre sono appartenuti alla letteratura, ai creatori di favole che, andando oltre la logica degli avvenimenti, cercano una relazione che unisca l’immaginario al razionale. Detto per inciso, il suo atteggiamento oscillante fra scienza e letteratura gli costò il premio Nobel, in quanto i suoi Racconti analitici vennero giudicati troppo narrativi per essere esclusivamente scientifici. E invece egli ha avuto il merito, esplorando le zone d’ombra dell’essere umano con metodi scientifici, di spalancare nuovi orizzonti a letterati e artisti, spostando l’attenzione dall’oggettività alla indagine sommersa e identitaria.

Tant’è che, con riscontro quasi immediato, le teorie freudiane vengono assorbite da molti; dal tedesco Wilhem Jensen ne I Deliri e sogni della Gradiva, scavando nel profondo e attribuendo alla letteratura una funzione catartica; narrazione di un viaggio interiore che colpirà molto Freud, così come avverrà per il romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler in cui emergono, in una coppia, impulsi e conflitti oscillanti fra realtà e sogno. Il regista Stanley Kubrick ne ha tratto lo splendido film Ad occhi chiusi. Nello stesso filone può collocarsi Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Stevenson.

Il passaggio dalla percezione alla consapevolezza diviene uno stimolo che investe tutta la letteratura futura. A esso s’ispira la nuova poetica del Decadentismo, stravolgendo i modelli del Realismo e Positivismo, sostituiti da un senso d’inquietudine esistenziale; così come il Simbolismo, espressione più matura del Decadentismo, che vedrà tra i massimi esponenti poeti come Verlaine, Mallarmé, Rimbaud, Pascoli, scrittori come Pirandello, Svevo, Joyce. Assai peculiare è l’esperienza letteraria di Giovanni Pascoli che nel suo Fanciullino esprime la crisi della soggettività razionale. Se il poeta-fanciullo arriva alla verità in maniera irrazionale, deve affidarsi alla suggestione e al mistero che circondano la vita. E la poesia non è invenzione, ma svelamento della realtà segreta che solo il poeta sa vedere attraverso la percezione; il poeta è un veggente che sa andare oltre l’apparenza. Di particolare suggestione è la narrativa di Franz Kafka, dove situazioni assurde, prive di logica sono vissute come reali e raziocinanti, all’interno di situazioni in grado di mettere in crisi sicurezze e identità. Ma anche Oscar Wilde con il Ritratto di Dorian Gray si confronta con la metafora di un conflitto, di una distruzione di sé.

Sarà dunque questo il filo conduttore di molte espressioni letterarie europee. Fra i tanti autori non è possibile non citare Thomas Mann e la sua straordinaria Montagna incantata. Per non parlare dell’Ulisse di James Joyce che in uno stile antitradizionale, smembrato, cerca nel racconto un ritmo configurato come struttura mentale, individuale, all’interno del quale ogni personaggio segue il proprio flusso di coscienza, cioè quella formula in cui più che il narratore è la mutevolezza dell’io ad avere la meglio. Non esiste continuità narrativa in quanto la narrazione è affidata alla sola registrazione della soggettiva mutabilità. Un’associazione d’immagini, parole, pensieri in grado di far emergere strati profondi della psiche. L’affermarsi di una presenza femminile come quella di Virgina Wolf, dimostra come questa formula letteraria si addica alla sensibilità e all’intuito femminile, poiché non sarà l’unica, anzi ci sarà una sorta di sdoganamento. Ad esempio Marguerite Duras è alla ricerca del disvelamento della realtà, dando voce all’ignoto che è in noi; Ada Negri discostandosi da una primaria poesia civile, è attratta dalla esplorazione dell’intima essenza, ma anche dal ripiegamento emotivo di tipo decadente; Maria Luisa Spaziani subisce l’affascinante percorso dell’ascolto interiore e attraverso simboli cerca di fondere l’impalpabile con il tangibile.

Tra gli italiani spicca Italo Svevo influenzato sia da Freud che da Schopenhauer. Ne La coscienza di Zeno l’eroe del passato si trasforma in antieroe ripiegato su se stesso, escluso, inadeguato. In seguito, la poetica dell’Ermetismo con la descrizione del vissuto, soggettiva, una sorta di flusso di coscienza, o del Surrealismo che esaspera l’affondo nel rimosso divenendo scrittura automatica, automatismo mentale nel rifiuto di ogni regola, e in ambito filosofico la crisi radicale dell’io espressa nell’Esistenzialismo di cui massima espressione si può definire Jean Paul Sartre, portano la teoria di Freud a conseguenze estreme, e possiamo collocare perfettamente in esso lo scrittore Samuel Beckett con una narrativa realizzata con processi di negazione e disgregazione. Innumerevoli sono gli autori che risentono in maniera, più o meno radicale, di questo clima e Italo Calvino ne è un esponente di straordinaria forza con la simbologia dell’ambivalenza, della personalità multipla. Di sensibilità affine, Raimond Queneau ne I fiori blu affascina con una narrazione di visionaria spazialità e atemporalità.

In seguito la letteratura proseguirà fra corsi e ricorsi, ma alcuni autori mi piace infine citare, Umberto Eco con il suo gioco del labirinto e dello specchio ne Il nome della rosa, dove il lettore si perde nell’intrico di ciò che sembra e non è. Il giapponese Murakami Aruki specie in Kafka sulla sabbia (titolo indicativo) dove il soggetto diviene l’oggetto, dove l’ambiguo e il doppio sono l’asse portante della narrazione. Oggi una parte di critica tende a giudicare eccessivo il dominio della psicanalisi in ambito letterario, restituendo valore all’oggettività. Il fatto è che ogni formula letteraria deve fare i conti con tutto il suo passato culturale. Il che porta a metamorfosi, ma non a esclusioni. La grande stagione freudiana rimane un substrato ineludibile; in quanto il rimosso che si agita nelle nostre coscienze e che la scrittura riesce a far riemergere e decifrare, è un viaggio suggestivo che nessuna nuova formula poetica riuscirà mai ad eliminare.

 

*Presidente della Società Vastese di Storia Patria


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