Ci saranno altri giorni e altre notti. Ma il destino richiama il tragico avrebbe detto Cesare Pavese. Una sottolineatura significativa in un Novecento delle contraddizioni e delle sfide che restano come ferite nel cuore straziato del tempo.
Il Novecento è un secolo non lungo non corto. Definizioni senza senso. È piuttosto il secolo delle cadute e delle ribellioni ma anche delle riprese. Ha conosciuto scontri e confronti. Ideologie tristi e tristezze ironiche. Un pò cime tutte le epoche passate. Fare distinzioni non ha fondamenta e non è fondamentale.
Dentro questo tempo vivono tre uomini diversi per formazione e contesti ma legati da un attraversamento filosofico che è quello di Nietzsche. Cesare Pavese, Ernst Jünger, Julius Evola. Un poeta delle Langhe. Un soldato della trincea. Un filosofo della Tradizione. Tre scrittori che non Hanno mai accettato la modernità ma sono vissuti tra la ricerca del mito e la metafora della rovina.
Jünger si confronta con l'uomo e osserva la battaglia che diventa “un brutale scontro di masse, una lotta sanguinosa della produzione e dei materiali”. Vede che “il destino del singolo scompariva”. Vede che si muore senza vedere il nemico. Che si spara “senza sapere da che parte arrivava lo sparo”. Il fronte è la fabbrica. La fabbrica è il fronte. L’uomo è ingranaggio. L’uomo è numero. L’uomo è statistica. Non si pensa che possa essere destino.
Evola osserva il mondo moderno o lo definisce come ultima età. Entra nel mondo in rovina. Scrive: “Li si lascino alle loro ‘verità’ e ad un'unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine”. Il mondo è crollato. È crollato perché ha tradito la Tradizione. Ha tradito il sacro e lo spirito. È rimasto orizzontale. È rimasto sostanzialmente plebeo.
Pavese porta la sua inquietudine nel “mestiere di vivere”. Vivere è mestiere? Osserva: “Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”. La città è senza dèi. La città è senza miti. La città é l’attesa ma l'attesa spesso tradisce.
Il vero argomento di tutto resta il tempo. O meglio il tragico del tempo. Un tempo senza mito senza forma senza destino. Ciò impone una ricerca dura. Ovvero una cura.
Per Pavese: il mito è ritorno e destino. Ma il mito non si pensa. Si ricorda. Si ripete. Si vive. È gesto. È archetipo. È Dialoghi con Leucò. Sono dèi che parlano come contadini. Stanchi. Soli. Sapienti. Dicono una cosa semplice. Dicono che “Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino”. Il destino è dunque ripetizione. Il destino é morte e poesia.
La filosofia di Pavese nasce qui. Nasce prima del concetto. Nasce dall’immaginazione. Nasce dal sangue. Nasce dal mare. Nasce dal bosco: “Tu fiuti l'aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte”. La natura è morte. La morte è donna. La morte è ritorno. La morte è destino. E il destino non si cambia. Si racconta. Si subisce.
Pavese scava nel diario che è vita: “Non è che accadano a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta, se ne ha la forza, disponendole secondo un senso – vale a dire, un destino”. Il destino è interpretazione. È racconto. È mito. È l’unica forma che abbiamo per non impazzire. Direi per non sparire.
Per Jünger invece: il mito è forma, è acciaio, è figura. Ovvero entra nel mito con Der Arbeiter. È l’operaio. È la figura che attraversa la tecnica. Che non la fugge. Che la domina. Che dà forma al caos. Che dà forma alla massa. Che dà forma alla guerra. La guerra è mito perché è iniziazione. Perché è fuoco. Perché è pericolo. Perché è “la rigida maschera dei titani”.
L’uomo di Jünger è il singolo che cammina nella metropoli ma non le appartiene. Che usa la legge ma non crede nella legge. Che sta nella tempesta ma ha il cuore freddo. Il destino per Jünger è prova. È metallo da forgiare e da rendere stile: “Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che a sangue freddo, spara sulla creatura più sviluppata?”. È la lacerazione. È il tragico. È la forma che tiene insieme l’abisso. Ma è complesso dover fare una comparazione con Pavese anche se ciò che potrebbe unirli in questo caso è il tragico.
Pee Evola il mito è Tradizione e rito. Ma è anche metafisica. È quella Rivolta contro il mondo moderno che diventa un vero manifesto. La prima parte è “interamente dedicata ad una esposizione comparata delle dottrine e delle simbologie di quelle civiltà antiche definite dall'autore ‘tradizionali’”. La seconda parte è storia letta come involuzione. Come “regresso”. Dalle età dell’oro al ferro e dal satya al kali yuga. Elementi che non appartengono a Pavese ma neppure a Junger.
Il compito sembra uno: “È importante, è essenziale, che si costituisca una élite la quale, in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore intellettuale ed un'assoluta intransigenza l'idea, in funzione della quale si deve essere uniti, ed affermi questa idea soprattutto nella forma dell'uomo nuovo, dell'uomo della resistenza, dell'uomo dritto fra le rovine”. L’uomo dritto. Il kshatriya. Il guerriero. Il guerriero interiore. Il guerriero della Tradizione. Il destino è missione. È ascesi. È differenziazione. È cavalcare la tigre. È stare nel Kali Yuga senza esserne. È restare in piedi quando tutto crolla. È appartenere “a quella patria, che da nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta”. Una simbologia che resta astratta. A volte tutte il simbolico è astratta perché è metafora dell' incompreso o del non conosciuto.
Si potrebbe affermare che tutti e tre vengono da radici nicciane? Tutti e tre vengono da Nietzsche. Tutti e tre tornano in Grecia. Ma tornano in tre Grecie completamente diverse. C'è da una parte una profonda classicità e dall'altra una antimodernità.
Ci sono comunque diversità di fondo. Pavese torna nella Grecia di Leucò. Grecia quotidiana di ninfe e pastori di dèi stanchi. Grecia del fato. Grecia dove “queste notti moderne, – disse Pieretto. – Sono vecchie come il mondo”. Il tragico è ripetizione. È destino. È collina. È donna. È morte che ha i tuoi occhi. Una metafora che attraversa comunque completamente la poesia nel mito.
Jünger torna nella Grecia di Omero. Grecia di bronzo. Grecia di eroi. Grecia di Ettore di Achille e della forma. Una Grecia che dà figura al caos con il tragico che è pericolo. Pavese entra nel tragico.
Evola torna nella Grecia di Platone. Grecia dei misteri. Grecia dorica. Grecia apollinea. Grecia iniziatica. Grecia dell’Uno. Grecia che ordina. Grecia che comanda. Grecia che trascende.
Forse da questo punto di vista il più vicino a Nietzsche resta Pavese. Perché? Perché Nietzsche come Pavese nasce nella poesia.
C'è da dire che per tutti e tre insiste la necessitàdi il tempo. Ma si combatte con strumenti completamente diversi.
Pavese ferma il tempo con il ricordare: “Quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l'altra riva, e arriverò”. L’altra riva è il mito. È l’eterno. È la poesia. Anche la donna è tempo. È attesa. È assenza. È isola: “Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre”. Ma anche la morte perché è riposo: “la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo”. E quando il riposo non arriva, resta il suicidio. Resta quel suo “non scrivo più”. Ed è la fine.
Jünger doma il tempo con la forma perché la morte è iniziazione. È passaggio. È lucidità. È parte della bellezza. È parte dell’ordine. Si sta nel pericolo con gli occhi aperti. Si sta nella tecnica con il cuore freddo e senza esserne travolti.
Evola trascende il tempo con il rito. Con la Tradizione: “Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la ‘visione del mondo’ ciò che, di là da ogni ‘cultura’, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell'anima”. La morte così è superamento. È distacco dal ciclo. È vittoria. È regale. È ritorno all’origine. È fuori dal tempo. È eterno. Concetti chiave in un ordine. Pavese invece è disordine completo.
Pur nelle loro diversità restano tre solitudini. Cercano una risposta al buio. Pavese risponde con la poesia. Con il mito che nomina il dolore. Con il mito che non salva ma accompagna. Con il mito che si fa destino e si fa morte. Jünger risponde con la forma. Con il mito che ordina il caos. Con il mito che arma l’uomo. Con il mito che permette di attraversare il fuoco. Evola risponde con la Tradizione. Con il mito che fonda. Con il mito che comanda. Con il mito che trascende. Con l’ascesi di chi resta dritto fra le rovine.
Sono differenza. Non si conciliano. Sono tre strade. Una porta alla collina e al silenzio. Una porta nella trincea e nel bosco. Una porta sulla vetta e nel rito. Tutte e tre dicono la stessa cosa con voce diversa. Dicono che senza mito l’uomo è nudo. Dicono che senza mito il tempo è vuoto. Dicono che senza mito il destino è cieco. Dicono che senza mito non c’è storia. Non c’è poesia. Non c’è guerra. Non c’è sacro. Non c’è vita.
Comunque sono in un secolo inquieto qual é il Novecento. Il Novecento è stato Pavese che si uccide perché il destino è più forte. È stato Jünger che vive cent’anni perché la forma è più forte. È stato Evola che scrive immobile perché la Tradizione è più forte. È stato il mito che torna. Torna perché il moderno non basta. Torna perché l’uomo, quando tutto crolla, cerca un nome una figura il destino. E il destino, alla fine, “si chiama il destino”. Infatti è proprio Pavese che attraversa la parola e la vita con il destino tragico in un incastro tra umano e immortale superando completamente la storia. Se dovessi creare una comparazione dovrei ammettere che il poeta è il tragico che ha trovato in Nietzsche l’inquietudine greca dell’abisso.
È proprio Pavese che avendo conosciuto Zarathustra lo supera perché Leucò potrebbe accoglierlo nel mito perfetto. Perfezione? Una pesante domanda. Forse la perfezione pavesiana è nello scendere nel gorgo muto. È lo scrittore di Leucò che vive il tragico Nietzsche.
In Pavese non c'è esoterismo. Almemo come quello di Evola. Il mito greco è altro in Pavese. È Ibico. È Leucò appunto. È il tratteggio tra Omero e Ovidio in modo più concreto. Non c'è un aspetto propriamente nichilistico. C'è il superamento di Junger. C'è la tragedia intesa nella grecità profonda. Ma anche la consolazione dell'inconsolabile di "quel che è stato sarà". Tutto qursto lo riporta a Nietzsche ma un Nietzsche che conosceva molto bene Kierkegaard. Infatti in Pavese compare il concetto di "salto". Tipico in Kierkegaard. Saltare il tempo. Saltare la tragedia stessa. Saltare il dolore della mancanza. Perché tutto è destino.


