C’è una forza silenziosa nel sapersi dichiarare "incompleti", specialmente in un’epoca che ci vuole performanti a ogni costo. Maria Sofia, talento cristallino che fonde l'eleganza del jazz alla freschezza dell'indie-soul, ha scelto di fare di questa vulnerabilità il suo vessillo. Dopo un percorso iniziato nel gospel e affinato attraverso esperienze internazionali — dal musical negli Stati Uniti fino alle contaminazioni pop più dinamiche — l'artista torna con "Giovani incompleti", un singolo che intreccia le riflessioni di Italo Calvino alle incertezze universali dei vent’anni.
In questa
conversazione con Fattitaliani, Maria Sofia ci guida dietro le quinte
della sua scrittura: dalla folgorazione letteraria in libreria alla necessità
terapeutica della sala d’incisione, fino al sogno di una collaborazione con
Raye. Un racconto sincero di chi ha capito che la musica non è solo una
professione, ma l'unico modo possibile per "unire i puntini" della
propria storia e non sentirsi mai soli nel caos della vita.
Parliamo
di "Giovani incompleti", disponibile dal 10 aprile. Il brano trae
ispirazione da Il visconte dimezzato di Calvino: com’è nato questo parallelismo
letterario e cosa rappresenta per te l'idea di "incompletezza"?
Il brano Giovani Incompleti è nato da un momento di profondo smarrimento, una sensazione tipica dei vent’anni in cui sembra sempre che manchi un tassello fondamentale per capirsi davvero. L’ispirazione letteraria è arrivata per caso in libreria, leggendo una citazione di Italo Calvino tratta da Il visconte dimezzato che mi ha letteralmente folgorata. Ho capito subito che quel concetto di 'incompletezza' descriveva perfettamente la nostra difficoltà nel decidere cosa fare della nostra vita. Intrecciando Calvino alla mia storia personale, ho voluto creare un brano che fosse un rifugio per chiunque si senta disorientato, per far sì che nessuno debba sentirsi solo nel proprio smarrimento.
Il
brano descrive emozioni confuse e il sentirsi smarriti: a quale idea visiva si
ispira il videoclip per tradurre in immagini questo "crescendo
emotivo" e la ricerca di sé?
Per ora non c’è un videoclip. Ho preferito concentrarmi sulla dimensione sonora di questo singolo, ma non escludo in futuro di dare anche un volto visivo a questo racconto, magari con dei contenuti che esplorino l'estetica di questo progetto.
Il
tuo stile è un intreccio fluido di generi diversi. Oltre ai grandi del passato,
quanto hanno influenzato la tua scrittura le esperienze internazionali e il
lavoro con le PopUp?
Il mio stile risente molto delle contaminazioni raccolte negli anni. Vivere un anno in America mi ha permesso di mettermi alla prova con il musical scolastico, mentre l'esperienza con le PopUp mi ha insegnato a vivere la musica in modo dinamico, unendo la voce al movimento. Queste realtà internazionali e collettive, unite ai vari contest a cui ho partecipato, mi hanno permesso di esplorare generi diversi e di acquisire quella consapevolezza che oggi porto nella mia musica.
La
tua passione per la musica affonda le radici nella natura e in oltre dieci anni
di studi specialistici. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la
musica sarebbe stata la tua strada professionale?
Ho capito che la musica smuoveva qualcosa in me nell'esatto momento in cui ho sentito il bisogno di cantare per stare bene. È successo in studio: dopo la sessione mi sentivo liberata da un peso, più leggera. È stato lì che ho capito quanto la musica fosse importante nella mia vita.
Hai
studiato con grandi vocal coach e spazi tra soul e indie: con quale artista
della scena italiana o internazionale ti piacerebbe collaborare oggi per
trasformare le tue "fragilità in storie condivise"?
L'artista
che oggi ammiro di più per la sua arte è Raye. Parla alle persone attraverso la
sua musica, arrivando dritta al cuore di chi l'ascolta. Sarebbe un sogno poter
collaborare con lei.


