Da Parigi a Istanbul,
un viaggio lento, a tratti lentissimo,
sulla rotta ferroviaria più famosa della storia
con Marco Carlone e Tino Mantarro
La sera del 4 ottobre 1883, dalla stazione di Parigi partiva il primo Orient Express, destinazione Costantinopoli. Una sera di giugno, centoquarant’anni dopo, Marco Carlone e Tino Mantarro si ritrovano nello stesso luogo per ripercorrere quella rotta fino a Istanbul, ma a bordo di treni tutt’altro che lussuosi. La traversata comincia su un espresso notturno verso Vienna, che in una notte accumula tre ore di ritardo: è l’inizio di un itinerario a velocità ridotta. Orient Express (Bottega Errante Edizioni), in libreria dal 20 maggio, racconta il loro viaggio sulle tracce di un treno leggendario su cui hanno viaggiato sovrani e scrittori, spie e assassini, migranti ed esuli.
Nel libro Orient Express, gli autori si confrontano con la fine del mito e con il significato di ripercorrere oggi quella tratta. Tino Mantarro racconta: «Quando è nato, nel 1893, l’Orient Express era un treno innovativo, comodo e rapido. Quando ha smesso di viaggiare, nel 1977, sugli orari lo chiamavano ancora Rapido, ma moriva per la sua lentezza. Il mondo aveva preso una accelerata, l’attenzione e il baricentro d’Europa non era più verso Oriente, ma altrove. Quella linea entrata nel mito non trasportava più potenti e aspiranti tali, ma solo poveri. E non aveva più ragion d’essere, considerato che i tempi di percorrenza erano i medesimi e quei mondi non così connessi. Ripercorrerla oggi significa abbandonare i sogni di lussi e comodità, e essere disposti a muoversi a un’altra velocità rispetto a quella contemporanea. Significa anche accettare la scomodità come parte del viaggio, uscire dal mito ed entrare nel mondo reale, quello delle stazioni screpolate, dei sedili duri, dei panini gommosi e degli eterni ritardi».
A questa riflessione si affianca quella di Marco Carlone, che amplia lo sguardo al cambiamento storico e geopolitico: «La risposta didascalica è perché praticamente è cambiato tutto. Non esiste più Costantinopoli esiste Istanbul, non esiste più l’impero Ottomano, non esistono più i paesi, gli Stati, che esistevano quando è stata costruita l’idea dell’Orient Express. Sono in realtà aumentati i paesi, sono aumentate le frontiere. Non ci sono più le teste coronate e i ricchi che viaggiano sui treni, ora i ricchi e le teste coronate prendono gli aerei perché sono più rapidi. Si sono modificate anche le rotte commerciali e le rotte di interesse. L'aereo ha sostituito il metodo più rapido per andare da un punto all’altro, così come aveva fatto in quel periodo l’Orient Express con le carrozze a cavalli per esempio. La storia ha seguito la sua naturale o artificiale evoluzione e quindi oggi prendere un treno sulla tratta dell’Orient Express vuol dire prenderne tanti perché non esistono più collegamenti internazionali diretti tra la Francia, la Germania, l’Europa centro-occidentale se così vogliamo chiamarla geograficamente e quella sud-orientale e quindi per questo bisogna seguire delle nuove tratte, che sono più legate agli interessi dei vari paesi che un tempo che questa tratta attraversava».
Se un tempo l’Orient Express era il palcoscenico di spie e sovrani, oggi sui suoi binari si muove un’umanità diversa, che riflette le trasformazioni del viaggio e dell’Europa. Come spiegano gli autori: «Ora su quei treni viaggiano due tipi di umanità, dipende dalla stagione e dalle tratte. In estate sulle lunghe tratte trovi ancora tanti viaggiatori da Interail, tra le capitali molti americani, asiatici, gente che vede l’Europa dal finestrino, per scelta di viaggio, qualcuno giovane con motivazione ecologiste. Nelle altre stagioni a Est è gente che prende i treni perché costano meno, anche se lenti, perché non hanno alternative, perché la vecchia abitudine di usare le ferrovie, che in posti come Ungheria, Romania e Bulgaria sono comunque capillari, rimane. Ma sono per lo più giovani e anziani, ecco. Spie e sovrani non ne abbiamo incontrati».
Nel racconto emerge anche il tema del viaggio in treno come spazio di relazione, sempre più raro. Tino Mantarro riflette: «Non so se oggi abbiano ancora quella funzione sociale, anche sui treni ormai tutti stanno immersi nel telefonino – lo abbiamo detto da qualche parte, sconfortati –, scrivono agli amici, non parlano con i vicini. Succede un poco di più sui treni notturni, dove forse la dinamica temporale è diversa, il tempo maggiore e più intimo (si condivide uno spazio ristretto per una cosa intima come dormire) e allora è normale che si parli, anche se più vai a Est e più la lingua è uno scoglio, anche se una maniera si trova sempre, visto che non si deve discutere di Wittgenstein».
Eppure, anche quando le conversazioni scarseggiano, il treno continua a suggerire un diverso modo di osservare il mondo. Per Marco Carlone la configurazione fisica degli scompartimenti gioca un ruolo decisivo: «Forse è per il fatto che in treno da un punto di vista geometrico le persone sono costrette a guardarsi in faccia. Ci sono tutti quei salottini, che una volta erano più comuni, che mettono le persone una di fronte all’altra. E quindi in qualche modo in treno, in un percorso molto lungo si inizia a chiacchierare, si inizia a scambiare qualche parole e quindi a differenza dell’aereo, a differenza del pullman, ci sono degli spazi vitali, che consentono maggiormente una modificazione tra le varie persone. Non mi sono mai sentito di fare l’antropologo, siamo turisti, non viaggiavamo per necessità, non viaggiavamo per dovere, viaggiavamo perché lo volevamo. Anche all’interno del viaggio il nostro intento è stato quello di fare gli "osservatori poco partecipanti". Abbiamo guardato, registrato quello che succedeva e chi prendeva questi treni».
Infine, il tema del ritardo diventa quasi una filosofia del viaggio. Per Tino Mantarro «Quando prendi un treno devi metterti il cuore in pace. Pretendere che i treni siano in orario è una cosa da giapponesi. La meditazione è aiutata, il viaggio non dovrebbe essere produttivo. Dovrebbe essere uno spazio di sospensione e anzi se capita qualche contrattempo meglio, che la storia si anima».
Più pragmatico Carlone: «Sarei molto falso a dire che ogni volta che un treno è in ritardo la prendo con filosofia, anziché smadonnare. Però frequentando i treni da ormai tanti anni, purtroppo o per fortuna, c’è sempre una ragione per ogni buon ritardo. Fa parte del gioco, come le code sull'Autostrada del Sole ad agosto. Al treno vuoi bene anche se lo insulti, è un amore che ritorna».


