Roy Paci racconta il suo 2026 tra nuovo singolo e palco dell’Ariston

Intervista a cura di Domenico Carriero.

Dal nuovo singolo “Ritmo S’Alza” alla partecipazione al festival di Sanremo nella serata delle cover con Belen per Samurai Jay in “Baila Morena”: il 2026 inizia in maniera scoppiettante per Roy Paci!

Roy ti abbiamo visto a Sanremo per Samurai Jay con Belen nella serata delle cover. Ti sei talmente contaminato che ormai si parlava di Samuroy Jay….

Samuroy, il mio nipotino, che porta avanti il linguaggio latino ai giorni nostri. È stato molto carino Gennaro a invitarmi, perché ha un grande rispetto e una grande stima, soprattutto nei confronti di chi la roba latina l’ha portata ben 30 anni fa in Italia. Quindi c’è anche una sorta di passaggio di consegne.

Io sono stato molto contento anche perché, ogni volta, tornare in quel mega carrozzone goliardico di Sanremo è divertente. Ormai l’ho fatto non so in quante edizioni, in tutte le forme: dalla direzione d’orchestra, a essere in gara con Antonio Diodato, a fare l’ospite nelle serate, ad arrangiare molte band, fino a lavorare da produttore discografico. Mi manca solo presentarlo: è una cosa a cui ambisco e, prima o poi, accadrà anche quella (ride).

Questo 2026 è iniziato in maniera scoppiettante anche perché lo scorso 23 gennaio è uscito il tuo nuovo singolo “Ritmo S’Alza”. Tra l’altro, qui si gioca un po’ con l’ambiguità di questo termine, “salsa”…

Sì, sì: si gioca apposta. Volevo fare una prova, contaminando con quella che è la “New Salsa”, la nuova ondata a cui sono andato un attimo a “succhiare” ispirazione. A fine anno scorso mi sono rifatto l’ennesimo giro in Sudamerica: è una terra dove ho passato diversi anni della mia vita e continuo ad andarci ogni anno. Ho sentito nuove sonorità, quello che poteva essere anche una nuova scena salsera e, da lì, “salsa, salsa”. Mi è venuto in mente di fare una cosa perché, quando abbiamo iniziato a girare con questo groove—soprattutto un groove che ha messo giù mia moglie, che è producer di musica elettronica—già faceva ballare la gente. Quindi il gioco di parole era abbastanza evidente.

A proposito di tua moglie, Roxy, DJ e producer: cosa è cambiato per te quando la musica diventa uno spazio condiviso non solo artistico ma anche familiare?

È cambiato che abbiamo soprattutto ancora più giocattoli, più arnesi, più aggeggi con cui divertirci. Io ho sempre “masticato” il mondo dell’elettronica; però è anche vero che lei ci ha messo del suo, perché tutta quella parte più vicina al suo mondo sono cose che fanno anche da “grammery”, soprattutto per chi, come me, è curioso ed è continuamente alla ricerca della contaminazione, della mescolanza, di suoni divertenti e nuovi. Devo dire che adesso abbiamo ancora più spazio nel laboratorio sonoro che abbiamo in quel salottino.

A proposito di contaminazione: cito solo qualche nome (perdonami se l’elenco non è esaustivo): Negrita, Folcast, Cor Veleno, Subsonica, Piero Pelù, Manu Chao, Diodato… fino a Belen e Samurai Jay. Cosa ti spinge, ancora oggi, a contaminarti e a non fermarti musicalmente?

Mi spinge il fatto che non credo arriverà un momento in cui dirò: “Ecco, adesso vado in pensione”. Penso che tanti musicisti si siano fatti la stessa domanda: che cosa significa, per noi, fermarsi? Io credo di schiattare su un palco—spero il più tardi possibile. Non ci sarà mai il momento in cui dirò: “Appendo la tromba e il microfono al chiodo”. Non succederà, perché la musica è una cosa talmente naturale, è come il sangue che pulsa nelle vene che non si fermerà mai.

Ho sempre amato la curiosità: farmi contaminare e contaminare le musiche. E poi non ci si riesce, in una vita sola, a scoprire tutto quello che c’è in giro nel mondo. Tu hai fatto un elenco di persone, ma non ti basta tutta la sera per elencare, credimi, tutta la gente che ho incontrato, anche non necessariamente “blasonata”, situazioni meravigliose che hanno contribuito a far sì che questo mio puzzle di vita sia sempre più ricco.

Tu ci dimostri sempre che la musica è un linguaggio universale. Mi viene in mente una frase di Mogol: quando cantiamo insieme e balliamo insieme, la serotonina aumenta, ci sentiamo meglio, diventiamo persone migliori. Questo era anche il messaggio di “Toda Joia e Toda Beleza”?

Sì, era proprio quel messaggio. Questa cosa l’avrò detta poche volte, anche perché me l’hanno chiesta poche volte. Però tanti mi dicono: “Ma tu che hai vissuto in Brasile, da dove ti è venuta esattamente l’idea?”.
In realtà l’idea mi è venuta in un momento in cui, attorno a me, c’era un certo tipo di tristezza: un cielo nuvolosissimo e una pioggia battente a Milano. Vedevo persone e facce veramente tristi che andavano a lavorare. Io ero tornato da una settimana da Salvador: avevo fatto i miei soliti laboratori, recuperato materiale e idee. E così, sotto la pioggia, battendomi la coscia, su un motorino dietro la mia discografica, lì in zona Navigli, mi è venuta fuori l’idea. È nata, paradossalmente, in un momento in cui non c’era gioia. Ed è questo, secondo me, l’aspetto più interessante: nei momenti in cui serve qualcosa per cambiare l’umore delle persone, per innescare un momento un po’ “apotropaico”, la musica funziona come un rituale. Quando vai a un concerto hai bisogno anche di liberarti dalle tossine: balli, canti, ti scateni. E metti in moto tanti muscoli; più delle volte, almeno nei nostri concerti, la gente sorride. E ti assicuro che, quando uno ride, mette in moto un sacco di muscoli in faccia: è bello pensare che la gente possa essere felice.

Ti faccio l’ultima domanda, legata proprio a questa felicità: quando c’è festa, c’è solo festa o c’è anche un pensiero dietro? Possiamo “reinvestire” questa festa in qualche modo, canalizzarla verso qualcosa?

Dietro i miei concerti, da trent’anni a questa parte, c’è sempre un momento di riflessione. Grazie a questo ingrediente della felicità c’è anche un lato di impegno civile e sociale. Io lo sono sempre stato, in prima persona.

Forse in questi giorni qualcuno ha alzato la voce e, appena qualcuno dice due parole in più, sembra di vedere davanti un eroe. Ma questa cosa la facevamo già negli anni ’90, nella scena alternativa italiana: l’hanno fatta tanti gruppi, e io mi sento figlio di quegli anni, in cui la musica serviva anche a questo. Era un atto rivoluzionario cantare: ti mettevi in gioco, ti mettevi in discussione e potevi comunicare messaggi importanti e forti. Questa cosa, nei concerti, non mancherà mai.



Fattitaliani

#buttons=(Accetta) #days=(20)

"Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo agente utente sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi." Per saperne di più
Accept !
To Top