Milano celebra uno dei maestri più controversi e raffinati della fotografia del Novecento.
Fino al 17 maggio 2026, le sale di Palazzo Reale ospitano "Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio", una retrospettiva m esplorativa dell'instancabile ricerca della bellezza assoluta attraverso l'obiettivo di un artista capace di trasformare la provocazione in geometria classica. Curata da Denis Curti e prodotta in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, l'esposizione si inserisce nel quadro dell'Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.Il percorso espositivo non è una semplice sequenza d’immagine, ma una curiosa indagine, un'immersione nell'ossessione per la forma. Per l'artista americano non esisteva differenza tra il petalo di un fiore, la tensione di un muscolo o un dettaglio anatomico esplicito: tutto veniva ricondotto a una composizione rigorosa, quasi scultorea, governata da una simmetria divina. Per Mapplethorpe, il colore sarebbe stato una distrazione. Il suo bianco e nero non è una scelta tecnica, ma una dichiarazione d'intenti: eliminare il superfluo per rivelare la struttura del mondo.
La mostra si articola in diversi nuclei tematici, partendo dai rari collage e assemblaggi della fine degli anni Sessanta, testimonianza di una fase sperimentale influenzata dal profondo legame con Patti Smith. A lei è dedicata una serie di scatti iconici: la musa di una vita viene ritratta in quell’androginia che sfida i generi, dove il contrasto netto dei chiaroscuri sottolinea la forza ribelle del suo sguardo.
Il percorso prosegue con una sezione di bellezza e potenza dedicata a Lisa Lyon, prima campionessa mondiale di bodybuilding. Mapplethorpe non la immortala come un’atleta, ma come una statua greca contemporanea. Nei suoi scatti, i muscoli della Lyon diventano architettura: la tensione della pelle sotto la luce crea volumi che evocano i marmi di Canova, celebrando una femminilità potente e inedita.
La sezione relativa all’autoritratto è un diario di una trasformazione ed è forse la parte più intima e commovente dell'esposizione. Mapplethorpe ha usato il proprio corpo come un laboratorio continuo. Se nei primi scatti degli anni '70 emerge l’identità fluida di un giovane ribelle - ora "bad boy" in pelle, ora dandy raffinato - la chiusura è affidata al drammatico confronto con la morte. Negli autoritratti della fine degli anni '80, il suo volto emerge dall'oscurità mentre la mano impugna un bastone dal pomello a forma di teschio. È il racconto visivo della lotta contro l'AIDS: un addio dove la fierezza non viene mai meno, nonostante la fragilità.
Nudi, Fiori e Geometrie del Desiderio
I ritratti in mostra sono monumenti alla personalità di volti celebri della New York underground, trattati come "altari visivi". La luce scava i lineamenti e definisce i volumi, come nel caso di Isabella Rossellini, catturata in un vellutato chiaroscuro che trasforma la sua bellezza aristocratica in un paesaggio di ombre soffuse.
L'astrazione raggiunge l'apice nella sezione dedicata a Nudi e Fiori. Orchidee e tulipani emergono dal buio profondo; i loro steli diventano linee grafiche e i petali superfici tattili vibranti. Dalle immagini del celebre Z Portfolio ai dettagli anatomici più audaci, ogni elemento è ricondotto alla sezione aurea. Anche nelle scene più esplicite della cultura BDSM, l'artista mantiene un distacco quasi chirurgico: non c'è tabù, ma un ordine millimetrico dove ogni ombra è esattamente dove deve essere.
La mostra si conclude con "Statue e Nudi", a conferma che Mapplethorpe non fotografava semplicemente persone, ma cercava l'eterna perfezione della proporzione nel corpo umano.
Giuseppe Sinaguglia


