Il Medio Oriente è una escalation a lenta combustione che, Trump e Netanyahu, sono convinti di poter spegnere quando lo riterranno opportuno.
L’attacco all’Iran, già dal discorso dell’Unione, era chiaro che sarebbe stato solo una questione di tempo, anche perché i negoziati di Ginevra, erano apparsi fin da subito, un ultimatum. Stop all’arricchimento dell’uranio, azzeramento del programma missilistico, in sintesi, una resa senza condizioni, che avrebbe visto la vittoria del tycoon e avrebbe privato l’Iran di qualsiasi residuo di deterrenza nello scacchiere medio-orientale.
Era chiaro che l’Iran non avrebbe firmato la propria marginalità e la conseguente dichiarazione di guerra di Israele e Stati Uniti non si è fatta attendere. Sorge spontanea la domanda: perché proprio adesso?
Le ragioni sono da ricercare nel successo dell’operazione Maduro, che ha reso Trump ancora più arrogante di quanto non lo sia per natura, nel regime degli ayatollah oggettivamente indebolito, e che ha determinato l’intervento congiunto di Trump e Netanyahu arrivati entrambi alla scadenza elettorale in condizioni non proprio ottimali.
Si tratta di un’operazione ad altissimo rischio perché l’Iran reagirà, non in modo spettacolare, ma subdolo, perché la sua debolezza non lo rende conciliante ma pericoloso. Non cercherà lo scontro perché sa di non poter vincere, giocherà di sponda con attacchi mirati contro Israele, contro le basi e il personale americano nella regione, con instabilità e tensioni nello stretto di Hormuz.
Pensare a una rapida capitolazione dell’Iran è un’illusione e il rischio maggiore è quello di una nuova guerra del Golfo, con vittime e distruzioni, perché il Medio Oriente è oggi il crocevia degli interessi divergenti di tutte le superpotenze.
La Cina e la Russia considerano l’Iran un baluardo strategico; l’Arabia Saudita cerca di contenere la minaccia sciita da sempre; la Turchia cerca di contenere la politica espansiva di Israele; Afganistan e Pakistan sono una polveriera pronta ad accendersi.
A Washington fingono di ignorare che l’escalation energetica che si profila all’orizzonte colpirà tutti i Paesi, perché se lo stretto di Hormuz non sarà più sicuro per le petroliere, il prezzo del petrolio diventerà un’arma geopolitica in grado di colpire alleati e avversari.
L’Iran è una teocrazia sanguinaria che da cinquant’anni è profondamente radicata negli apparati dello Stato e non sarà sufficiente l’eliminazione della Guida Suprema Alì Khamenei o la decapitazione dei vertici dei Pasdaran per fare del Paese uno Stato in cui trionfino la libertà, la democrazia e la giustizia.
Angela Casilli
