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di Mariano Sabatini
Ogni maledetto giorno le cronache ci riportano notizie di crimini e soprusi sulle donne da parte di uomini incapaci di accettare l’alterità, la libertà, l’autodeterminazione. E il dibattito si è acceso anche attorno al brano vincitore del 76° Festival di Sanremo, per il testo di Sal Da Vinci che propone un maschile arcaico, che sembrerebbe inneggiare alla dipendenza affettiva, più che alla maturità e all’autonomia emotiva. Ma il discorso vale allo stesso modo per Achille Lauro o per Olly che vinse l’anno scorso. Vale per decine di migliaia di brani. Tuttavia le canzoni, che pure parlano a platee vaste e possono incidere sui modelli di massa, non devono essere pedagogiche. Possiamo considerarle la cartina di tornasole dello stato in cui versa la maschilità oggi. Gli uomini passeggiano sul ciglio del baratro tra vecchi modelli di forza, ormai inaccettabili e insostenibili, e l’acquisizione/accettazione urgente di una fragilità che può portare alla moderna consapevolezza. Si nasce maschi e con un lungo ininterrotto percorso si diventa uomini. Utile continuare a leggere, informarsi, imparare, soprattutto se si è genitori. Il libro dello psichiatra e psicoanalista Leonardo Mendolicchio analizza come “crescere un figlio oltre il mito della virilità”: Diventerai uomo (edito per Mondadori) ci rivela come la violenza non sia potenza, bensì <<sintomo di uno smarrimento del proprio ruolo che produce una sensazione di impotenza. È il grido di chi non sa come reggere la frustrazione, la perdita, la paura di non contare nulla. Non è un gesto di forza: è il collasso di chi non ha imparato a stare dentro al limite>>.
Dottore, perché ha sentito l’urgenza di scrivere questo libro?
Perché ci siamo resi conto che mancava una narrazione capace di tenere insieme affetto e conflitto, maschile e desiderio, amore e sintomo. Abbiamo sentito che c’era un bisogno: quello di mettere parola su un disagio che riguarda tantissimi uomini - e non solo - ma che resta spesso silenziato, oppure raccontato in modi stereotipati, ideologici, o troppo tecnici. Era urgente aprire un varco, dire che non esistono risposte pronte, ma che si può (e si deve) iniziare a interrogarsi davvero.
Si nasce maschi e si diventa uomini. È vicino alla verità?
Sì. Ma diventare uomini oggi non è seguire un modello, è imparare a starci dentro senza un modello. Come diciamo nel libro, il maschile si sta sfaldando, e questo può far paura, ma è anche un’opportunità. Diventare uomini non significa più corrispondere a un’idea imposta, ma accettare un processo, fatto di inciampi, dubbi, fatiche. È più un attraversamento che una costruzione identitaria.
È un percorso difficile?
Sì, perché non ci sono mappe sicure. E spesso ci viene detto che dobbiamo “decostruirci” senza che ci venga mostrato come. È difficile soprattutto perché siamo cresciuti in un contesto dove vulnerabilità e tenerezza erano screditate, mentre oggi ci viene chiesto di metterle in gioco. Ci troviamo tra un maschile che non ci appartiene più e uno nuovo che ancora non sappiamo abitare. Ma proprio lì, in quel “non sapere”, può nascere qualcosa di vero.
A che punto siamo, secondo lei, nel processo di consapevolezza degli uomini?
Siamo in un punto di passaggio. Sempre più uomini iniziano a fare domande, a mettersi in discussione, a parlare. Ma spesso senza strumenti, oppure con una grande paura di essere giudicati. Il rischio è quello di rifugiarsi nel silenzio o nel risentimento. È per questo che servono spazi in cui poter dire: “non so chi sono, ma voglio capirlo”. Lo abbiamo scritto chiaramente: non vogliamo essere migliori, vogliamo essere presenti.
Perché le donne sono arrivate prima a ripensarsi?
Perché ne avevano urgenza. Sono state le prime a essere schiacciate dai ruoli, a vivere sulla propria pelle la violenza simbolica e reale di certi modelli. Hanno avuto bisogno di salvarsi, e per farlo hanno dovuto inventare nuovi linguaggi. Gli uomini, spesso, hanno potuto rimandare questo confronto. Ma oggi non è più possibile. Anche noi dobbiamo “ripensarci” se vogliamo restare vivi dentro le relazioni. Non è una gara tra generi: è una necessità comune.
Come possono le donne partecipare al cambiamento?
Prima di tutto, lasciandoci lo spazio per inciampare. Il cambiamento non è immediato, e non sarà mai lineare. Le donne possono essere complici, ma non devono farsi carico anche del nostro percorso. La questione è: possiamo camminare insieme senza chiederci di essere già risolti? Lo scriviamo nel libro: l’amore non è simmetrico, ma può essere reciproco, se entrambi rinunciamo al controllo.
L’educazione affettiva dovrebbe abituare i ragazzi a convivere con le proprie fragilità?
Sì, ma solo se smette di essere un’educazione “a norma”. Insegniamo troppo spesso come si dovrebbe essere, e troppo poco come si può essere con quello che si è. I ragazzi non hanno bisogno di istruzioni, ma di esempi che mostrino che anche gli adulti sono fragili, contraddittori, imperfetti. L’educazione vera parte dal riconoscimento: “sei così? va bene. Da lì possiamo iniziare a parlarne”.
E anche indurli a servire il proprio desiderio profondo, citando Lacan?
Sì, ma “servire il desiderio” non è assecondare un istinto, è ascoltare un’inquietudine.
È chiedersi: cosa mi muove davvero? Troppo spesso confondiamo il bisogno con il desiderio. Il primo vuole essere colmato, il secondo vuole essere abitato. L’educazione affettiva dovrebbe aprire proprio a questo: al coraggio di non chiudere la domanda troppo in fretta.
Il maschile arcaico è ancora vincente?
Apparentemente sì. È comodo, offre certezze, dà sicurezza a poco prezzo. Ma è una sicurezza vuota. Lo vediamo: il maschile di potere, di dominio, di invulnerabilità è sempre più difensivo, sempre più incapace di stare in una relazione vera. Alla lunga, non regge. Sta a noi proporre qualcosa che sia fragile ma solido, incompleto ma autentico.
Padri e madri: che ruolo hanno oggi nella gestione del disagio giovanile?
Un ruolo centrale. Come diciamo nel libro, troppo spesso i figli diventano specchi in cui gli adulti si guardano senza capire. Il disagio dei ragazzi ci interroga, ma spesso lo leggiamo solo come qualcosa da “aggiustare”. Invece è un messaggio. Un appello. I genitori, più che dare risposte, devono imparare ad ascoltare. Senza difendersi, senza colpevolizzarsi. Ma con la disponibilità a mettersi in gioco.
Segnali positivi in questo disastro relazionale e intimo?
Uno su tutti: la voglia di parlarne. Di scrivere libri come questo, di fare domande come le sue. La crisi non è la fine: è l’inizio di una possibilità. Se smettiamo di cercare di aggiustare tutto e iniziamo a restare nella domanda, allora qualcosa cambia. Forse più lentamente di quanto vorremmo, ma in modo più vero.


