di Antonino Muscaglione
“Pasolini: sacro periferico” è
una collettiva che ha come filo conduttore l'opera di Pierpaolo Pasolini. Nei
suoi lavori Pasolini ha sempre rivolto lo sguardo ai poveri, agli abitanti
delle periferie, ai corpi esclusi e ai residui culturali, ritenendo che in
queste forme di vita, ignorate dalla modernità, sopravvivano un’etica
originaria e una luce dell’esistenza. immagini che ci rimandano ai modelli
reali usati da Caravaggio nelle sue opere.
Una visione iconografica che
ha radici nella trasformazione delle città dal XVII secolo fino all'età
contemporanea. I curatori della mostra: Roberto Borghi; Emanuele Gregolin;
Pengpeng Wang e Marco Sozzi hanno ricercato opere dal Barocco fino ai giorni nostri,
per mettere in luce il “sacro periferico” nella cultura visiva italiana ed
europea.
Si parte dalla pittura
religiosa di Agostino Carracci, fino alla pittura del '900 di Felice Carena che
modella immagini sacre attraverso corpi pesanti, quasi terrosi, radicando
nuovamente il sacro nella carne e nella sofferenza.
La sacralità del povero
pasoliniana è resa chiara nel passaggio da “icona celeste” a “sofferenza
terrena”, in questa visione il sacro non risiede più in una sfera luminosa
trascendente ma si manifesta nell’esistenza stessa del corpo oppresso.
Questa chiave di lettura viene
anche applicata nell'osservare le città trasformate nel XX secolo. In questo
caso le tele di Mario Sironi esprimono l’ordine desolato e la solitudine
spirituale della modernità fascista. Ci sono le opere di Filippo de Pisis che
col suo lirismo raffigura l’erranza e la fragilità del soggetto moderno. Grande
attenzione al realismo sociale e politico di Renato Guttuso. La cultura visiva
di questo periodo mostra come la modernità non abbia realizzato l’ideale di
integrazione e progresso ma abbia prodotto nuovi spazi di esclusione
nell’espansione urbana e industriale.
La periferia, ben
rappresentata da Pasolini nei suoi film, diventa così spazio simbolico dei
meccanismi di esclusione della modernità, ultimo rifugio del sacro nel mondo
secolarizzato. L’arte del dopoguerra trasforma ulteriormente il trauma storico
in esperienza corporea, dando origine a una tradizione del “corpo sofferente”
strettamente affine al pensiero pasoliniano. La sofferenza non è più soltanto
narrazione religiosa ma esperienza reale della struttura sociale moderna.
La mostra propone una tesi
fondamentale: nel processo della modernità il sacro non scompare, ma migra
nello spazio e nei livelli sociali.
Il realismo barocco introduce
il sacro nella figura del povero; il realismo ottocentesco conferisce dignità
ai marginali; il realismo del dopoguerra rivela la sofferenza urbana; il
neo-espressionismo enfatizza il corpo sofferente; l’arte contemporanea estende
tale tradizione alla marginalità globale.
Pasolini si colloca al centro di questa continuità, fondendo sensibilità religiosa, critica marxista e sguardo antropologico in una singolare etica visiva. Cinema e scrittura non solo registrano la marginalità sociale, ma la elevano a luogo di manifestazione del sacro, facendo di poveri, periferie e corpi gli ultimi testimoni spirituali della modernità.
«Chi porta ancora il sacro?» è
la domanda che sorge spontanea osservando l'attuale contesto di guerre e di
espansione del capitalismo globale.
La mostra “Pasolini: Sacro Periferico” suggerisce che esso non risiede nelle istituzioni, nel potere o nei centri culturali, ma nelle vite marginalizzate, escluse o ignorate dalla società contemporanea. La mostra ricostruisce una tradizione visiva che attraversa i secoli, l’esposizione rivela le modalità di sopravvivenza del sacro nel mondo secolarizzato e riafferma una posizione etica: la periferia non è residuo della civiltà, ma luogo in cui il sacro continua ad abitare. Il mondo iconico di Pasolini appartiene dunque non solo al passato ma anche al presente, ricordandoci che nei corpi più fragili e negli spazi più trascurati persiste l’ultima luce della dignità e del senso umano.
La mostra, aperta al pubblico dal 1° marzo al 19 aprile, si può visitare nella Villa Borletti di Origgio (Va) esclusivamente il sabato e la domenica, al mattino dalle 9.30 alle 11.30, al pomeriggio dalle 16.00 alle 18.30.



