Flamenco. Al Grand Theâtre Luxembourg "Pineda": Quando il movimento si fa libertà. La recensione

Fattitaliani
Foto di Marcos Medina


di Giovanni ZambitoAssistere a Pineda. Romance popular en tres estampas al Grand Théâtre di Lussemburgo è un’esperienza intensa che restituisce tutta la forza del flamenco contemporaneo. Patricia Guerrero, coreografa e direttrice dello spettacolo, non si limita a raccontare il dramma di García Lorca, ma ne traduce lo spirito inquieto in un linguaggio fisico diretto e potente. 

Il Ballet Flamenco de Andalucía, guidato da una Guerrero carismatica e ispirata, trasforma il palcoscenico in una Granada ottocentesca attraversata da tensioni politiche e umane, dove il taconeo diventa più di un ritmo: è una presa di posizione, un atto di resistenza. 

Fin dal prologo, con le donne dell’Albaicín che occupano la scena, la coreografia parla di fatica quotidiana e dignità collettiva, mostrando come la storia di Mariana Pineda non sia solo individuale, ma profondamente condivisa. Nelle scene centrali la danza si fa più nervosa e carica di significato: la cospirazione prende forma attraverso movimenti rapidi e sguardi complici, mentre la battaglia dell’Albaicín esplode in una fisicità aspra e senza ornamenti, dove il flamenco diventa scontro reale, quasi brutale. 

Di grande delicatezza è invece il momento intimo in cui Mariana ricama la bandiera: i movimenti delle braccia raccontano il gesto lento e consapevole di chi sta cucendo il proprio destino. Il finale, essenziale e quasi rituale, accompagna la protagonista verso la morte con una danza spoglia e raccolta, trasformando il patibolo in un passaggio simbolico, più che in una sconfitta. 

I costumi di Pablo Árbol, con i loro colori profondi, e la musica di Agustín Diassera e Dani De Morón sostengono e amplificano ogni passaggio emotivo, passando con naturalezza dalla dolcezza al conflitto. Ne risulta uno spettacolo coerente e coinvolgente, in cui Patricia Guerrero riesce a realizzare l’intento di Lorca: fare del teatro un luogo di emozione viva, dove la storia smette di essere memoria distante e diventa presenza, corpo, libertà ferita ma ancora pulsante.

Pineda : Quand le Mouvement devient Liberté

Assister à Pineda. Romance popular en tres estampas au Grand Théâtre du Luxembourg est une expérience intense qui restitue toute la force du flamenco contemporain. Patricia Guerrero, chorégraphe et directrice du spectacle, ne se contente pas de raconter le drame de Federico García Lorca, mais en traduit l’esprit inquiet à travers un langage corporel direct et puissant. 

Le Ballet Flamenco de Andalucía, porté par une Guerrero charismatique et inspirée, transforme la scène en une Grenade du XIXᵉ siècle traversée de tensions politiques et humaines, où le taconeo devient plus qu’un rythme : un geste de résistance. 

Dès le prologue, avec les femmes de l’Albaicín occupant l’espace scénique, la chorégraphie évoque la fatigue quotidienne et la dignité collective, rappelant que l’histoire de Mariana Pineda dépasse le destin individuel pour s’inscrire dans une mémoire partagée. Dans les scènes centrales, la danse se fait plus nerveuse et chargée de sens : la conspiration prend forme à travers des mouvements rapides et des regards complices, tandis que la bataille de l’Albaicín éclate dans une physicalité âpre et sans fard, où le flamenco devient affrontement, presque brutal. 

À l’inverse, la scène intime où Mariana brode le drapeau se distingue par sa grande délicatesse : les mouvements des bras racontent le geste lent et conscient de celle qui tisse son propre destin. Le final, épuré et presque rituel, accompagne la protagoniste vers la mort par une danse recueillie, transformant l’échafaud en passage symbolique plutôt qu’en défaite. 

Les costumes de Pablo Árbol, aux couleurs profondes, et la musique d’Agustín Diassera et Dani De Morón soutiennent et amplifient chaque moment émotionnel, passant naturellement de la douceur au conflit. Il en résulte un spectacle cohérent et profondément touchant, dans lequel Patricia Guerrero parvient à réaliser le vœu de Lorca : faire du théâtre un lieu d’émotion vivante, où l’histoire cesse d’être un souvenir lointain pour devenir corps, présence et liberté blessée mais encore vibrante.

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