Arrivato alla vetrina di Casa Sanremo Writers 2026 dopo la selezione, il romanzo di Chiara Domeniconi usa l’avventura per parlare di consapevolezza: una collana moghul, un viaggio forzato, un sultano tra mito e goffaggine, un cortile che osserva. Il contratto. La danza del potere chiede al lettore: cosa accade quando si scambia l’ospitalità con il possesso? E dove si trova il confine tra scena e vita? Editore: SBS Edizioni. Anno: 2025. Prezzo: € 15.
La caduta del trespolo del sultano è una scena-svolta. Che cosa frana davvero in
quel momento: il potere, l’incanto o l’autoinganno di Sofia?
Il potere e l’incanto. Emerge “l’umanità” del potere, il suo tallone d’Achille.
Non esiste l’invincibilità e l'impossibile nell’uomo, nemmeno se è re o
sultano. Prevale sempre e comunque la carne di cui siamo fatti, cosa che viene
poi confermata alla fine del libro. Anche il potere ha un cuore che batte…
Il romanzo alterna sfarzo e crudeltà.
Qual è l’immagine più luminosa e qual è quella più dura che ha voluto lasciare
sulla pagina?
Quella più luminosa è la descrizione degli sfarzi di palazzo, delle cure del
corpo delle concubine, le feste, i gioielli. Il lato più duro è l'ordine che
c’è dietro a tutto questo, come la fatica dietro a ogni lavoro fatto bene ma
anche la tristezza di un uomo potente che sembra avere tutto ma alla fine manca
proprio della cosa principale: un punto di riferimento. L’amore.
Mordecai parla di bellezza e manipolazione. Quanto pesa l’idea che la bellezza
assolva tutto, e come l’ha messa in crisi?
Pesa tantissimo. Ha messo Sofia in crisi fino a un certo punto, venendo da un
passato che in parte l’aveva già istruita a riguardo e anche il suo lavoro
attuale. La bellezza non smette però di mettere in crisi e per Sofia non è
stato comunque facile. Ha dovuto attingere nello stesso tempo all’istinto e
alla ragione, alla sua storia, ferite e obiettivi. Per poi, forse, chiudere gli
occhi e anche buttarsi un po '. Come sempre, nei contratti, nella vita. Nel
potere.
Il contratto viene letto in una lingua
che Sofia non comprende. È una scelta narrativa o un messaggio sulla fiducia
cieca?
Entrambi. Una scelta narrativa per dare ancora più odore esotico al libro e
cercare di far entrare i lettori in “quei vicoli”, della “Città Dorata”. E un
messaggio sulla fiducia cieca nel proprio potere sul destino, di scegliere. Di
poter scegliere che contratti sottoscrivere o meno per evolvere anche nella
sofferenza.
Quanto contano le origini e la memoria
familiare di Sofia nel modo in cui reagisce al potere?
Sono fondamentali in tutto il corso della storia. Le sue ferite, i suoi
“mostri” ancora da sconfiggere. Il dolore che ha sofferto l’ha portata non a
smettere di credere ma a credere di più e a lottare con maggior determinazione.
Se il libro avesse un sottotitolo non scritto, quale sarebbe: “obbedienza”, “negoziazione” o “fuga”?
Forse “obbedienza” ma non nel senso di sottomissione bensì di obbedienza a ciò
in cui si crede fermamente. Sofia non vuole arrendersi e crede che la felicità
e l’amore non debbano contemplare la resa. Questo le ha insegnato il suo
passato, a questo vuole “obbedire”.

