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| ©Ville de Luxembourg |
di Giovanni Zambito -
Deputato del Partito Popolare
Cristiano-Sociale (CSV) e assessore all’infanzia e alla gioventù della Città di
Lussemburgo, Paul Galles unisce nel suo percorso teologia, impegno sociale e
politica. Ex sacerdote, teologo e promotore di iniziative come «Young Caritas»,
oggi rappresenta il Lussemburgo anche al Consiglio d’Europa e presiede la
Commissione dell’Ambiente, del Clima e della Biodiversità. Con una lunga
esperienza a contatto con giovani, famiglie e realtà multiculturali, il suo
lavoro mira a costruire una società più inclusiva, attenta all’educazione e al
benessere delle nuove generazioni.
Fattitaliani lo ha incontrato
davanti a un cappuccino: l’intervista.
Chi è oggi Paul Galles e
cosa fa oggi?
Domanda difficile… In tedesco direi ein Grenzgänger, qualcuno che
cammina sul limite, sulla frontiera. Dalla frontiera puoi guardare in due
direzioni e cogliere due verità, due prospettive. Io ho sempre vissuto un po’
tra due realtà: sono stato prete cattolico, conosco bene il mondo della Chiesa,
ma non sono mai entrato al 100% nel sistema ecclesiale perché forse sono troppo
libero. Ho sempre voluto fare cose che attirassero la gente, anche non previste
dalla tradizione.
Sono uscito dal sacerdozio, ma sono rimasto credente e teologo. Ho lavorato nel
sociale, soprattutto con rifugiati, senzatetto e famiglie in difficoltà. Poi
sono entrato in politica. Camminare sul limite significa prendere sul serio
tutto ciò che vedo, gustarlo e viverlo, rimanendo però libero. Amo la Chiesa,
amo la politica e il mondo sociale, ma non voglio restare intrappolato: cerco
di riunire le diverse tradizioni.
Le capita di essere
guardato con sospetto quando si appartiene a due “mondi”?
Sì, succede spesso. A volte
la vita si complica, perché io stesso mi faccio domande su ciò che faccio e
cerco sempre un’altra prospettiva. Alcuni non capiscono perché agisco in un
certo modo. La difficoltà è dover giustificarsi, ma allo stesso tempo è anche
una forza: cerco di legittimare ciò che faccio dicendo che ho pensato a tutti,
non solo a un gruppo.
Lei ha scritto una tesi di
dottorato in teologia. Qual era l’argomento?
La libertà nel periodo del Romanticismo, nell’epoca dell’idealismo tedesco. Ho
lavorato soprattutto su Schelling, che porta fino in fondo la domanda: cosa
significa essere liberi se Dio ci crea liberi, anche liberi di non volerlo?
La teologia per me è stata importantissima: l’ho scritta durante gli ultimi
anni da sacerdote, ed è proprio riflettendo sulla libertà che ho capito di
dover scegliere la mia.
La tesi è stata
pubblicata?
Sì, ma sono 600 pagine in linguaggio teologico… pochissimi la leggono. Per me
però era fondamentale scriverla.
Come ha mantenuto lo
spirito del sacerdozio quando è entrato in politica?
Attraverso i valori. Il cuore del sacerdozio è il servizio agli altri. In
politica questo significa organizzare la società affinché ciascuno possa essere
sé stesso, vivere una vita piena.
Oggi sono assessore all’infanzia e alla gioventù della città: voglio creare per
loro spazi liberi, naturali, artistici, partecipativi. E mantenere un contatto
diretto con le persone, come dovrebbe fare ogni buon sacerdote.
Chi l’ha sostenuta nella
scelta di lasciare il sacerdozio e poi di entrare in politica?I miei migliori amici. Per la mia famiglia è stato più difficile, perché da
sacerdote ero felice, ma non del tutto. Ho lasciato non per mancanza di fede,
ma per amore. Una mia cara amica, Fabienne, mi ha detto: “Non seguire la tua
paura, ma la vita”. E ho capito che sarei rimasto prete solo per paura
dell’incertezza.
Molti parrocchiani mi hanno sostenuto: mi hanno detto che avevamo passato un
bel tempo insieme e che avevano capito cosa sarebbe successo.
In che modo la sua
formazione teologica influisce sulla lettura del mondo?
La teologia è come una piccola università: storia, filosofia, Bibbia,
religioni, politica… tutto osservato sotto l’ipotesi che Dio possa esistere.
Non è irrazionale pensarlo: sono indicatori, non prove.
Mi ha insegnato umiltà: c’è sempre qualcosa più grande di noi. È una sorta di
“energia”, come un vulcano interiore, che spinge a esplorare ancora. Aiuta a
capire i fenomeni contemporanei, incluse le guerre di religione.
È possibile dialogare
senza contrapposizione?
Credo di no. Le contrapposizioni fanno parte del dialogo. La differenza la fa
il modo: rispetto, ascolto, argomentazione, non emotività aggressiva o
imposizione dell’ego. Il modello è quello della scolastica medievale. L’essere
umano fatica a essere in pace con sé stesso: questo è il vero problema.
Qual è la maggiore
fragilità sociale del Lussemburgo oggi? E la maggiore forza?
La grande sfida è il costo dell’abitare. Le famiglie lavorano moltissimo solo
per pagare il mutuo. Questo riduce il tempo con i figli, che passano molte ore
nelle strutture scolastiche e parascolastiche.
I genitori non conoscono più davvero i figli, i figli non hanno più tempo per i
genitori. Io vedo bambini nervosi, agitati, senza un nucleo tranquillo. Questa
è la mia preoccupazione per il futuro.
La forza, invece, è l’investimento continuo nell’educazione e nella diversità
culturale.
Il suo rapporto con
l’Italia? Cosa la attrae del nostro Paese?
Fortissimo. Roma è il centro della Chiesa e alla Gregoriana ho incontrato
persone da tutto il mondo. Ho partecipato al Giubileo dei Giovani del 2000:
un’esperienza bellissima.
Amo la cultura italiana, la bellezza, il mare, il cibo. Per me l’Italia è un
luogo dove posso respirare, rallentare. Ho amici che vivono a Roma, ci torno
spesso. Basta un caffè in piazza per sentirmi a casa.
Gli italiani e i
lussemburghesi vivono la politica in modo diverso?
Sì: i lussemburghesi sono più calmi, gli italiani più emotivi. In Italia le
maggioranze sono fragili, qui c’è stabilità: è un elemento importante anche per
l’economia.
Non teme a rendere
pubblico il suo numero di telefono?
No. Da prete ero sempre raggiungibile e voglio continuare così. Rispondo
sempre, tranne quando vedo abusi. Molti messaggi arrivano da persone in
difficoltà: cerco sempre di aiutare.
Qual è il messaggio più
toccante che ha ricevuto?
Una madre di un Paese arabo che non riusciva a capire come iscrivere i figli a
scuola. L’ho chiamata, abbiamo risolto. Mi ha ringraziato con un messaggio
molto sentito.
Come è cambiato il
Lussemburgo grazie ai diversi gruppi di immigrati?Gli italiani hanno contribuito alla nostra ricchezza, lavorando nelle miniere.
L’integrazione è stata facilitata dalla comune base cattolica.
I portoghesi sono arrivati dopo e tendono a stare più tra loro, ma anche loro
fanno parte della nostra storia. Oggi il Paese è 50% lussemburghese e 50% di
origine straniera: una situazione unica.
La sfida attuale è evitare subculture chiuse e costruire ponti.
Com’è la sua vita tra il
ruolo di deputato e quello di assessore?
Lavoro molto, forse troppo. Mi alzo alle sette, inizio alle otto, e spesso
torno tardi. Ma mi piace. Il lavoro in città è più concreto e umano, quello
parlamentare più astratto. Le due attività si completano.
En Français
Luxembourg, Paul Galles : le
député qui place au centre les enfants, le dialogue et la liberté
par Giovanni Zambito - Député du Parti populaire chrétien-social (CSV) et
échevin de l’enfance et de la jeunesse de la Ville de Luxembourg, Paul Galles
réunit dans son parcours théologie, engagement social et politique. Ancien
prêtre, théologien et promoteur d’initiatives comme « Young Caritas », il
représente aujourd’hui le Luxembourg également au Conseil de l’Europe et
préside la Commission de l’Environnement, du Climat et de la Biodiversité. Fort
d’une longue expérience auprès des jeunes, des familles et de milieux multiculturels,
il travaille à construire une société plus inclusive, attentive à l’éducation
et au bien-être des nouvelles générations.
Fattitaliani l’a rencontré autour d’un cappuccino : voici l’entretien.
Qui est Paul Galles aujourd’hui et que fait‑il aujourd’hui ?
Question difficile… En allemand je dirais ein Grenzgänger, quelqu’un qui marche
sur la limite, sur la frontière. Depuis la frontière, on peut regarder dans
deux directions et voir deux vérités, deux perspectives. J’ai toujours vécu un
peu entre deux réalités : j’ai été prêtre catholique, je connais bien le monde
de l’Église, mais je ne suis jamais entré à 100% dans le système ecclésial,
parce que je suis peut‑être trop libre. J’ai toujours voulu faire des choses
qui attirent les gens, même si elles ne sont pas prévues par la tradition.
Je suis sorti du sacerdoce, mais je suis resté croyant et théologien. J’ai
travaillé dans le social, surtout avec des réfugiés, des sans-abri et des
familles en difficulté. Ensuite je suis entré en politique. Marcher sur la
limite signifie prendre au sérieux tout ce que je vois, le goûter et le vivre,
tout en restant libre. J’aime l’Église, j’aime la politique et le monde social,
mais je ne veux pas être enfermé : j’essaie de réunir ces différentes
traditions.
Vous arrive‑t‑il d’être regardé avec méfiance quand on appartient à deux
“mondes” ?
Oui, cela arrive souvent. Parfois la vie devient plus compliquée, parce que je
me pose moi-même des questions sur ce que je fais et je cherche toujours une
autre perspective. Certains ne comprennent pas pourquoi j’agis d’une certaine
manière. La difficulté, c’est de devoir se justifier, mais en même temps c’est
aussi une force : j’essaie de légitimer ce que je fais en disant que j’ai pensé
à tous, pas seulement à un groupe.
Vous avez écrit une thèse de doctorat en théologie. Quel en était le sujet
?
La liberté à l’époque du Romantisme, au temps de l’idéalisme allemand. J’ai
surtout travaillé sur Schelling, qui pousse jusqu’au bout la question : que
signifie être libre si Dieu nous crée libres, même libres de ne pas le vouloir
?
La théologie a été très importante pour moi : j’ai rédigé cette thèse pendant
mes dernières années de prêtrise, et c’est justement en réfléchissant sur la
liberté que j’ai compris que je devais choisir la mienne.
La thèse a‑t‑elle été publiée ?
Oui, mais ce sont 600 pages dans un langage théologique… très peu de gens la
lisent. Pour moi, pourtant, il était essentiel de l’écrire.
Comment avez‑vous gardé l’esprit du sacerdoce en entrant en politique ?
Par les valeurs. Le cœur du sacerdoce, c’est le service des autres. En
politique, cela signifie organiser la société pour que chacun puisse être lui‑même
et vivre une vie pleine.
Aujourd’hui, en tant qu’échevin de l’enfance et de la jeunesse, je veux créer
pour les jeunes des espaces libres, naturels, artistiques, participatifs. Et
garder un contact direct avec les personnes, comme tout bon prêtre devrait le
faire.
Qui vous a soutenu dans le choix de quitter le sacerdoce puis d’entrer en
politique ?
Mes meilleurs amis. Pour ma famille, cela a été plus difficile, parce qu’en
tant que prêtre j’étais heureux, mais pas complètement. Je n’ai pas quitté par
manque de foi, mais par amour. Une amie très proche, Fabienne, m’a dit : « Ne
suis pas ta peur, suis la vie. » Et j’ai compris que je serais resté prêtre
uniquement par peur de l’incertitude.
Beaucoup de paroissiens m’ont soutenu : ils m’ont dit que nous avions passé un beau
temps ensemble et qu’ils avaient compris ce qui allait se passer.
En quoi votre formation théologique influence‑t‑elle votre lecture du monde
?
La théologie, c’est comme une petite université : histoire, philosophie, Bible,
religions, politique… tout est observé sous l’hypothèse que Dieu peut exister.
Ce n’est pas irrationnel de le penser : ce sont des indicateurs, pas des
preuves.
Elle m’a appris l’humilité : il y a toujours quelque chose de plus grand que
nous. C’est une sorte d’« énergie », comme un volcan intérieur, qui pousse à
explorer encore. Elle aide à comprendre les phénomènes contemporains, y compris
les guerres de religion.
Est‑il possible de dialoguer sans opposition ?Je ne le crois pas. Les oppositions font partie du dialogue. Ce qui change,
c’est la manière : respect, écoute, argumentation, pas d’émotivité agressive ni
d’imposition de l’ego. Le modèle, c’est celui de la scolastique médiévale.
L’être humain a du mal à être en paix avec lui‑même : voilà le vrai problème.
Quelle est aujourd’hui la plus grande fragilité sociale du Luxembourg ? Et
sa plus grande force ?
Le grand défi, c’est le coût du logement. Les familles travaillent énormément
juste pour payer le crédit. Cela réduit le temps passé avec les enfants, qui
restent de longues heures dans les structures scolaires et parascolaires.
Les parents ne connaissent plus vraiment leurs enfants, et les enfants n’ont
plus de temps pour leurs parents. Je vois des enfants nerveux, agités, sans
noyau familial tranquille. C’est ma préoccupation pour l’avenir.
La force, en revanche, c’est l’investissement constant dans l’éducation et dans
la diversité culturelle.
Votre relation avec l’Italie ? Qu’est‑ce qui vous attire dans notre pays ?
Elle est très forte. Rome est le centre de l’Église et, à la Grégorienne, j’ai
rencontré des personnes du monde entier. J’ai participé au Jubilé des Jeunes de
2000 : une expérience magnifique.
J’aime la culture italienne, la beauté, la mer, la cuisine. Pour moi, l’Italie
est un lieu où je peux respirer, ralentir. J’ai des amis qui vivent à Rome, j’y
retourne souvent. Il me suffit d’un café sur une place pour me sentir chez moi.
Les Italiens et les Luxembourgeois vivent‑ils la politique de manière
différente ?
Oui : les Luxembourgeois sont plus calmes, les Italiens plus émotifs. En
Italie, les majorités sont fragiles ; ici, il y a de la stabilité, et c’est un
élément important aussi pour l’économie.
Vous n’avez pas peur de rendre public votre numéro de téléphone ?
Non. Comme prêtre, j’étais toujours joignable et je veux continuer ainsi. Je
réponds toujours, sauf quand je vois des abus. Beaucoup de messages viennent de
personnes en difficulté : j’essaie toujours d’aider.
Quel est le message le plus touchant que vous ayez reçu ?
Celui d’une mère d’un pays arabe qui ne comprenait pas comment inscrire ses
enfants à l’école. Je l’ai appelée, nous avons réglé le problème. Elle m’a
remercié avec un message très émouvant.
Comment le Luxembourg a‑t‑il changé grâce aux différents groupes d’immigrés
?
Les Italiens ont contribué à notre richesse en travaillant dans les mines.
L’intégration a été facilitée par une base commune catholique.
Les Portugais sont arrivés plus tard et ont tendance à rester davantage entre
eux, mais eux aussi font partie de notre histoire. Aujourd’hui, le pays est
composé d’environ 50% de Luxembourgeois et 50% de personnes d’origine étrangère
: une situation unique. Le défi actuel est d’éviter des sous‑cultures fermées
et de construire des ponts.
Comment se déroule votre vie entre le rôle de député et celui d’échevin ?
Je travaille beaucoup, peut‑être trop. Je me lève à sept heures, je commence
vers huit heures et je rentre souvent tard. Mais ce travail me plaît.
L’activité à la Ville est plus concrète et humaine, tandis que le travail
parlementaire est plus abstrait. Les deux
fonctions se complètent.