di Giovanni Zambito - Dopo Sradicati, Nicola Polizzi torna in libreria con il romanzo Qualche volta le nuvole sembrano isole (Readaction Editrice), un intenso affresco sulla società contemporanea. Ambientato a Marilia, città industriale immaginaria, il libro intreccia le storie di adolescenti e adulti alle prese con fragilità, distanze emotive e ricerca di speranza. Attraverso personaggi vivi e contraddittori - da Elisa e Marta a un ex detenuto, un bullo e un poliziotto disilluso - l’autore affronta temi attuali come l’incomunicabilità generazionale e la violenza di genere, con uno sguardo capace di unire rigore e sensibilità narrativa. L'intervista di Fattitaliani.
Come è nata l’idea di scrivere Qualche volta le nuvole sembrano isole e cosa l’ha spinta a raccontare queste storie intrecciate?
L’idea era quella di realizzare un affresco della società contemporanea, raccontando il mondo degli adolescenti e le difficoltà degli adulti nel prendersi le proprie responsabilità.
Perché ha scelto di ambientare il romanzo a Marilia, una città industriale immaginaria, e quale ruolo ha lo spazio urbano nella narrazione?
Marilia, simbolicamente, rappresenta ciò che accade in una realtà industriale quando la fabbrica perde la sua centralità e il lavoro viene meno. Resta solo uno scheletro fumante, circondato da casermoni popolari. Chi vive in questo contesto è vittima di una periferia spenta, culturalmente depressa, priva di prospettive.
Le fragilità sono al centro del romanzo: quanto si è ispirato a esperienze reali o a osservazioni personali?
Sono una persona molto curiosa, mi piace osservare le persone intorno a me. Nei miei personaggi ho cercato di rappresentare diversi tipi umani che ci circondano, alternando dramma e ironia.
Elisa e Marta rappresentano due generazioni diverse: cosa ha voluto mettere in luce attraverso il loro rapporto madre-figlia?
Il loro rapporto è atipico, quasi con un’inversione di ruoli. Pur volendosi molto bene, non riescono a comunicare né ad aiutarsi nei momenti difficili. Questo riflette una distanza emotiva che spesso si ritrova nei legami familiari di oggi.
Nel romanzo incontriamo figure molto differenti - un ex detenuto, un bullo, un poliziotto disilluso. Come le ha costruite e che funzione hanno nell’intreccio corale?
Tutti i personaggi sono in balia delle onde della loro esistenza, ciascuno con le proprie aspettative e speranze. Le loro microstorie servono a costruire l’intreccio narrativo, come tessere di un mosaico che si compone gradualmente.
Lei affronta con delicatezza il tema della violenza di genere: qual è stata la difficoltà maggiore nello scriverne senza cadere in stereotipi o semplificazioni?
Ho cercato di concentrarmi sullo stato d’animo delle vittime, raccontando i loro pensieri e sentimenti in presa diretta, senza giudizi da parte del narratore. Questo approccio mi ha permesso di evitare stereotipi e semplificazioni.
Il titolo evoca un’immagine poetica: perché proprio le nuvole e le isole come metafora della speranza?
Le nuvole rappresentano la negatività, l’oscurità del cielo, i fumi della fabbrica. L’isola, invece, è una possibile via di fuga, un orizzonte lontano verso cui tendere, una speranza.
Provenendo dal mondo della fisica, come dialogano il rigore scientifico e la sensibilità narrativa nei suoi libri?
Il rigore scientifico mi aiuta a costruire la struttura del racconto: nulla avviene per caso, tutto è funzionale allo sviluppo della trama e alla caratterizzazione dei personaggi. Questo non è in contrasto con la sensibilità narrativa: scienza e letteratura possono convivere armoniosamente.
Per la struttura narrativa mi ha molto influenzato il primo Ammaniti, in particolare Ti prendo e ti porto via e Come Dio comanda, che amo moltissimo. Per la delicatezza e la sensibilità nel raccontare le storie, ho trovato grande ispirazione in Eric-Emmanuel Schmitt.
Rispetto al suo esordio con Sradicati, quali differenze percepisce oggi nel suo modo di scrivere e di affrontare le storie?
Sradicati è un’opera recente, scritta solo due anni fa. Tuttavia, sento che il mio approccio alla scrittura si è affinato: ora ho una maggiore consapevolezza nella costruzione delle trame e nella profondità dei personaggi.
Che cosa spera che il lettore porti con sé una volta terminata la lettura del libro?
Spero che il lettore ne esca con una riflessione sulla contemporaneità, sulla capacità di reagire di fronte alle difficoltà per non soccombere, e sull’importanza di recuperare i rapporti umani, oggi sempre più compromessi da un uso pervasivo dei social.
A suo avviso, la letteratura può contribuire a ridurre le distanze emotive e generazionali che racconta nel romanzo?
Sì, la letteratura ha una funzione salvifica e terapeutica. Può aiutare a costruire ponti tra generazioni e a creare empatia dove prima c’era distanza.
Se dovesse riassumere il cuore del romanzo in una sola parola, quale sceglierebbe e perché?
Speranza. Soprattutto per i giovani, che hanno in mano il futuro. Hanno il dovere di impegnarsi affinché le nuvole si trasformino in isole, in luoghi dove poter ricominciare.
Quanto contano per Lei gli incontri con i lettori nelle presentazioni e cosa si aspetta dai prossimi appuntamenti a Livorno?
Gli incontri con i lettori sono momenti fondamentali di scambio e crescita reciproca. Dai prossimi appuntamenti mi aspetto domande, riflessioni e nuove prospettive che possano arricchire ulteriormente il dialogo intorno al libro.




