Fine vita: tra i “non negoziabili” e le sfumature

 

dal sito liberisubito.it

“La vita è sacra, ma il modo di viverla e lasciarla è profondamente umano.” Albert Schweitzer

Il tema del fine vita in Italia è tornato a stringere il dibattito politico e culturale in un abbraccio urgente, spesso doloroso. Ai due poli opposti si confrontano in modo emblematico due voci della Chiesa italiana: il cardinale Camillo Ruini, baluardo della linea etica rigida, e l’arcivescovo Vincenzo Paglia, promotore di un approccio pragmatico, ma non meno sensibile.

Ruini: meglio nessuna legge che una legge scorretta
Per Ruini, il pericolo principale non risiede nell’omissione normativa, bensì nella creazione di una legge che finisca per legittimare in modo indiretto quello che considera una deriva antropologica: l’eutanasia. Rifacendosi alla sua recente intervista su La Stampa, afferma con nettezza: “Meglio nessuna legge che una cattiva legge”, e richiama la necessità di un ritorno della “Chiesa dei valori”, non di un partito cattolico.

Paglia: sì a una legge chiara e condivisa
Monsignor Paglia non nega le preoccupazioni etiche, ma le amalgama con un senso di responsabilità politico-sociale. Ritiene che “una legge serve per non lasciare i fragili da soli”, e invita il Parlamento a legiferare già in autunno con una maggioranza larga e duratura. L’obiettivo è circoscrivere chiaramente i casi in cui assistere al suicidio non sia punibile, lasciando fuori ogni forma di eutanasia; una legge non perfetta, ma il minore dei mali.

Contesto europeo: percorsi differenti
In tutta Europa, il panorama normativo è variegato. Olanda e Belgio rappresentano il modello più permissivo, includendo anche soggetti con patologie psichiatriche. Spagna, Francia, Germania e Regno Unito mantengono approcci più cauti, con procedure di controllo più rigide o discriminatori a livello giudiziario.

Casi emblematici in Italia
Al centro del dibattito restano storie forti: Piergiorgio Welby (2006) e la fine della ventilazione assistita; Eluana Englaro (2009) e lo stop all’alimentazione artificiale giustificato da sentenze della Cassazione; Dj Fabo (2017) e il suicidio assistito in Svizzera, che ispirò la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale.

Il 2025: una svolta tra speranze e tensioni
L’anno in corso ha visto accelerazioni decisive: la legge toscana “Liberi Subito” — prima proposta regionale organica — ha previsto iter rapidi, commissioni mediche multidisciplinari e garanzie sull’obiezione di coscienza, ma è finita sotto esame della Consulta per potenziale invasione delle competenze statali. I primi suicidi assistiti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale in Lombardia e Veneto hanno consolidato la volontà reale di cambiare passo. La storia di Laura Santi, attivista con sclerosi multipla, ha messo in luce le contraddizioni tra un via libera già ottenuto e la lentezza del sistema sanitario: solo grazie a un intervento giudiziario la procedura è stata sbloccata. È stato sollevato anche il caso di una donna paralizzata (“Libera”) per verificare se lo Stato debba garantire non solo il farmaco ma anche il mezzo per somministrarselo: una questione che ora attende il pronunciamento della Corte Costituzionale.

La mia opinione
Le riserve di Ruini sull’eventualità che una legge diventi terreno di neutralizzazione dei valori sono comprensibili. Tuttavia, lasciare il vuoto normativo significa alimentare disparità, lunghe battaglie legali e sofferenza inutile. Di fronte a realtà dolorose, come quelle dei casi citati, l’inerzia è politica quanto l’azione. L’approccio di Paglia — legge nazionale condivisa, con limiti precisi, consenso ampio e garanzie di revisione continua — appare un’alternativa fattibile e responsabile. Serve un quadro giuridico chiaro, non per imporre una scelta, ma per proteggere la dignità di chi vive e di chi decide per sé.

Il mio parere come medico
Come medico, ho visto negli occhi dei pazienti terminali e delle loro famiglie il peso dell’incertezza. Non parlo solo del dolore fisico, che la medicina palliativa può in parte alleviare, ma dell’angoscia di non sapere se e come la propria volontà verrà rispettata. L’assenza di una legge chiara costringe molti malati a vivere i loro ultimi giorni in un limbo giuridico, dove l’accesso alle cure o alle scelte di fine vita dipende dalla regione, dall’ospedale, o persino dalla sensibilità del singolo medico.

Ricordo un caso emblematico: una paziente di 68 anni, affetta da sclerosi laterale amiotrofica avanzata, aveva espresso chiaramente la volontà di interrompere i trattamenti quando la sofferenza fosse diventata insopportabile. Nonostante il consenso del medico curante e della famiglia, la procedura è stata ritardata di settimane per burocrazia interna e incertezze legali, causando sofferenza inutile e un aumento di stress emotivo per tutti i coinvolti.

Un secondo caso riguarda un uomo di 72 anni, con tumore polmonare metastatico, che aveva richiesto l’interruzione della ventilazione artificiale. La famiglia si è trovata a dover combattere contro un vuoto normativo che impediva di rispettare la volontà del paziente senza ricorrere al tribunale. L’attesa ha comportato un peggioramento della sofferenza e un trauma emotivo per i suoi cari.

Un terzo episodio ha visto coinvolta una donna di 55 anni con sclerosi multipla progressiva, completamente dipendente dall’assistenza domiciliare. La paziente aveva deciso di accedere al suicidio assistito, ma l’iter burocratico e le incertezze legali hanno costretto i medici a rinviare la procedura più volte, aumentando ansia e dolore. Questo caso ha evidenziato come la mancanza di regole precise possa trasformare una scelta legittima in un calvario.

Infine, un giovane paziente di 40 anni con malattia neuromuscolare degenerativa aveva chiesto di interrompere le terapie invasive per evitare ulteriori sofferenze. Nonostante il consenso della famiglia e dei medici, i ritardi amministrativi hanno reso impossibile attuare la volontà del paziente nei tempi da lui desiderati, generando frustrazione e disperazione.

Questi episodi confermano quanto sia urgente avere una legge nazionale chiara, che permetta di rispettare la volontà del paziente senza rallentamenti e conflitti. Una normativa precisa e condivisa permetterebbe di agire con rispetto, trasparenza e serenità, senza improvvisazioni e senza lasciare il paziente in balia di decisioni frammentarie. La mia esperienza mi insegna che accompagnare qualcuno alla fine della vita richiede tanto ascolto quanto scienza. Una buona legge non è la resa della medicina, ma la sua forma più alta di compassione.

Carlo Di Stanislao

Fattitaliani

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