G8 Genova, 20 anni dopo. Luciano del Castillo a Fattitaliani: sono scappato dai ricordi di quei giorni. L'intervista

Pesto alla genovese. Tra lacrimogeni, molotov e sangue: la testimonianza diretta di un cronista a 20 anni dal G8, Tempesta EditoreFattitaliani intervista Luciano del Castillo.

G8, vent'anni dopo. Nelle tante ricorrenze anche un evento del genere rischia di essere dimenticato. Quale tua sensazione e ricordo personali attraversano il libro, al di là della cronaca?

Dopo quei duri giorni a Genova la paura di essere ritornati in uno stato di polizia simile agli anni Settanta si è fatta strada nella mia mente. Il comportamento delle forze dell’ordine non poteva essere considerato un fatto isolato di alcuni agenti, ma una gestione collegiale venuta dall’alto. Credo che il cambio di governo in corsa c’entri relativamente e che quello sia stato un comportamento schizofrenico delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico: credo avessero più paura di fare “brutta figura” che dei sassi e delle molotov lanciate dai manifestanti. L’11 settembre doveva ancora arrivare e forse è stato una conseguenza di quel mondo di Potere sordo alle istanze degli Altri dei Paesi in via di sviluppo. Le aspettative del Movimento delle Tute Bianche che era composto dagli antagonisti alla rete Lilliput, dai duri e puri agli esponenti delle comunità cattoliche, dalle ONG ai missionari che lavorano nelle aree più depresse del pianeta, furono disattese. Non c’erano orecchie per ascoltare le loro richieste che paradossalmente 15 anni dopo sono state il cavallo di battaglia di Greta e della generazione degli scioperi del Venerdì.  


La scelta del titolo è forte, un pugno nello stomaco: è stata spontanea? in che modo riflette il contenuto e il senso del volume?

Sì, ci ho riflettuto molto sul titolo. Volevo dare l’idea del delirio vissuto in quei momenti in cui persone miti che manifestavano pacificamente vennero travolte dalla forza incontrollata di agenti esasperati che picchiarono senza pietà famiglie, anziani esponenti delle reti pacifiste o ragazzi andati a manifestare a Genova per chiedere un mondo migliore mentre violenti professionisti provocavano, uscivano dalla massa vestiti di nero, innescavano la miccia e sparivano nel nulla. Non credo al complotto ma probabilmente ad una incapacità di gestione in quei giorni dell’ordine pubblico. Io sono stato ferito dalla polizia il 21 nel tardo pomeriggio e portato all’ospedale Galliera. La Diaz e Bolsaneto dovevano ancora arrivare. Si parlò di macelleria messicana, le immagini del blitz alla Diaz non lasciavano dubbi sul tipo di irruzione, Amnesty International si occupò dell’Italia come Paese dove non si garantivano i diritti delle persone ed infine una condanna da parte della UE (la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia per violazione dei diritti umani). Siamo usciti tutti male da quel summit, ferite anche psicologiche. Io per anni ho evitato di parlarne, mi rendo conto di essere scappato dai ricordi di quei giorni. 



Riguardando le foto del tuo reportage, ti chiedi come hai potuto mantenere il giusto distacco dalle cose che vedevi per continuare a fare il tuo lavoro?

Devo dire che da studente ero abituato allo scontro duro di piazza (ricordo il Movimento del '77 in cui in quell’anno in diverse piazze furono uccisi alcuni studenti NDR), ma da studente era diverso. Ho vissuto gli anni delle P38 nelle piazze e dello scontro armato tra lo Stato e le formazioni terroristiche di destra e di sinistra. A scuola in certi periodi si andava scortati da altri compagni.  Poi tutto è rientrato ed io ho cominciato a lavorare come giornalista e fotografo. Ci si prepara a questi eventi con corsi specifici anche se devo essere sincero, i fatti di Genova mi hanno sorpreso, non me l’aspettavo. E’ comunque grazie a quella freddezza acquisita sul campo, lavorando duramente (la mia scuola sono state le strade di Palermo seguendo la cronaca nera ed in seguito guerre, reportage in zone di crisi e disastri naturali) che si è pronti ad affrontare storie come quella di Genova.


Sei stato testimone di eventi anche in scenari internazionali. Qual è l'elemento che è alla base di questo genere di violenza e che accomuna culture lontane?

Il disagio in cui vengono lasciate intere aree della popolazione. L’assenza di comunicazione tra le Istituzioni e le persone che vivono ai margini della società che cambia in maniera molto più rapida di quanto cambino i rappresentanti delle Istituzioni stesse. La mancanza di scolarizzazione e di sistemi culturali adeguati fa il resto.


Il film di Vicari “Diaz - Don’t Clean Up This Blood” ha "fotografato" appieno i fatti del G8?

Sì, trovo che abbia dato agli spettatori una versione seguendo fedelmente i risultati delle inchieste che poco a poco cominciavano e si concludevano nelle aule dei tribunali. Tra le scene iniziali peraltro ce n’è una che si ispira proprio alla mia foto icona che ha raccontato il G8 di Genova al mondo: il black block che sale sulla vettura e, con aria di sfida verso i reparti di polizia schierati di fronte, chiude il pugno mentre nell’altra mano agita un pugnale. Nella mia foto inoltre si vedono le migliaia di manifestanti alle sue spalle in ostaggio di quella decina di violenti.

Una soddisfazione legata a questo libro?

La prima è che mi sono liberato di un incubo che portavo dentro da anni e poi i messaggi che mi arrivano dai lettori, alcuni giovani che neanche erano nati in quell’anno, che mi chiedono più particolari ed incontri nelle scuole. Altri che leggendo il libro mi raccontano dove erano loro mi ringraziano per aver raccontato una storia senza la pretesa che fosse l’unica. Giovanni Zambito.


Fattitaliani

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