lunedì 19 aprile 2021

Pavel Zelinsky un giovane talento in grande ascesa. L'intervista di Fattitaliani

Recitare è un gioco. Un gioco molto serio - di Laura Gorini.

Lo abbiamo recentemente potuto ammirare nel ruolo dell'ambiguo Dario Beric all'interno della seguitissima serie televisiva italiana Un Passo Dal Cielo 6, accanto ad alcuni grandi nomi del cinema e delle televisione italiana quali- tra gli altri- Daniele Liotti ed Enrico Ianniello, l'affascinante Pavel Zelinsky, un giovane talento nostrano di origine sovietica che ha mosso i primi passi nel vasto mondo della recitazione grazie al teatro.

Pavel, tu sei la dimostrazione vivente che tanto studio e la santa gavetta, oltre che la bravura e l'ingente umiltà, possano portare lontano nella vita... Ma facciamo ora un piccolo passo indietro nel tempo... Quando hai capito che volevi diventare un attore?

Io non sono nato con il sogno di diventare un attore. La mia passione è sempre stata la storia, fin da bambino. Ho così assecondato questa mia tensione, scegliendo prima il liceo Classico, e poi l'Università di Scienze Storiche a Padova, per laurearmi alla magistrale e intraprendere il cursus dello storico: insegnamento, concorsi per un dottorato, pubblicazioni etc. Certo, ho sempre fatto teatro, diciamo a livello amatoriale, a partire dai laboratori a scuola e continuando facendo spettacoli con un gruppo di amici.

L'inizio della svolta è stato il mio lavoro come mimo al Teatro Grande di Brescia per le opere liriche del Circuito Lombardo. Ho conosciuto alcuni miei colleghi mimi, con i quali fondammo una prima Compagnia Teatrale. E' stato allora che l'idea di dedicarmi al teatro e alla recitazione si è fatta più concreta, fino a diventare predominante. Quasi per sfida, ho iniziato a frequentare dei corsi di teatro più seri, a Milano, come la Scuola presso il Teatro Arsenale, e la scuola “Quelli di Grock” (peraltro in contemporanea) e a impegnarmi in spettacoli più impegnativi con la mia neonata compagnia. È stato durante uno di questi spettacoli che ho capito di voler essere un attore. Avevo 26 anni. Da lì è partita la mia preparazione da autodidatta per entrare all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica “Silvio D'Amico”.

C'è stato un momento in particolare che te l'ha fatto comprendere?

Sì, è stato proprio un momento, durante uno spettacolo.

Stavo recitando con una ragazza, la scena riguardava due fidanzati che litigavano e poi facevano pace. Penso che ci sputassimo addosso le battute, senza particolarmente ascoltarci. Ma c'è stato un momento, solo uno, in cui le dissi una battuta, e lei mi rispose con la sua... Non so se per caso, o per altro, ma in quello scambio percepii una verità incredibile. Solo in quello scambio. Ci trasformammo in due persone che si parlavano pienamente. Ho avvertito un'energia vitale incredibile, una connessione con lei, con il pubblico, con me stesso. Ricordo che questo mi commosse. E pensai, voglio questo, voglio riprovare questa sensazione. Lì ho capito che avrei fatto l'attore. 

Quando eri piccino quali erano gli attori che maggiormente apprezzavi?

Io sono nato a Mosca, in Russia, e sono poi cresciuto in Italia guardando perlopiù film vecchi sovietici. Li adoravo. E adoravo gli attori di quella scuola. Posso fare qui un po' di nomi, ma dubito che qualcuno li conosca: Evstigneev. Gaft. Bojarskij, Pugovkin e Jakovlev.

E una volta cresciuto, come sono cambiati i tuoi gusti a livello attoriale?

Devo dire che l'amore per la scuola sovietica, in fatto di recitazione, non è cambiata. Credo sia di un livello altissimo. Agli attori di antica generazione si aggiungono ora alcuni più giovani, ma sempre di scuola sovietica, come Menshikov, Mironov e Maskov.

Conoscendo poi meglio il cinema italiano, non posso non menzionare i mostri sacri italiani: Mastroianni, Tognazzi e Manfredi.

Per quanto riguarda un respiro più internazionale, attori che adoro e che sono stimolo per me sono sicuramente John Malkovich, Tom Hardy e David Thewlis.

Poi da un sogno “il tutto” è diventato realtà e hai studiato duramente all'Accademia Nazionale D'Arte Drammatica “Silvio D'Amico” e partecipato anche a laboratori intensivi e stage molto importanti. Credi che tutto questo studio ti abbia fatto capire sempre più che se amavi impegnarti in esso era perché era quella la tua strada da percorrere fino infondo lavorativamente parlando?

Più vado avanti nel mio lavoro e più mi rendo conto di aver scelto la strada più adatta a me. Sono in totale armonia. 

E poi è arrivato il Teatro, la prova del nove per ogni attore che si rispetti. Che cosa hai provato la prima volta che hai messo piede su un palcoscenico?

Salire su un palcoscenico è sempre un'emozione grandissima. E forse, più faccio questo lavoro e più mi emoziono. Mi emoziono più ora che la prima volta.

Devo dire che recitare alla Pergola di Firenze, con lo spettacolo “I fratelli Karamazov” è stato qualcosa di indicibile.

Si dice che oggigiorno i giovani, e soprattutto i giovanissimi, non amino particolarmente l'universo teatrale. È davvero così? Per quale motivo?

Penso sia vero, e probabilmente è colpa del teatro e di noi teatranti. Forse sarebbe utile ricordarci che dobbiamo fare del teatro non per mettere in scena le nostre isterie intellettuali, ma per raccontare delle storie, in cui persone si rapportano, soffrono, amano, gioiscono... E questo sarà sempre bello e interessante.

Di contro però amano moltissimo la televisione e il cinema. Tu che cosa apprezzi maggiormente di entrambi gli universi? Quale è il filo rosse che – a tuo avviso – pensi che li leghi?

Recitare con la cinepresa e recitare davanti a un pubblico sono due codici molto diversi, anche se pur di recitazione si tratta. Io adoro recitare, e mi piace farlo con entrambi i codici.

Credi che lo streaming e la televisione on demand, al di là del periodo che stiamo ancora vivendo a causa del Covid, siano stati la causa della crisi di molte emittenti televisive e realtà cinematografiche?

Sì, credo proprio di sì. 

A proposito di televisione, in queste settimane ti abbiamo potuto ammirare in una delle fiction di Rai Uno più amate dal grande pubblico: sto ovviamente parlando di Un passo Dal Cielo 6. Quali sono i momenti di questa esperienza vissuta sul set che porti maggiormente nel cuore?

Devo dire che è stata un'esperienza meravigliosa, sia per la troupe, i cui membri erano tutti gentili e molto professionali, sia per le location, dal momento che adoro la montagna. Abbiamo girato in dei posti bellissimi, intorno a Cortina D'Ampezzo, ed essere circondato da quella bellezza è stato magnifico.

Immagino che sia stato difficile lavorare con varie restrizioni... Sii sincero, che clima si respirava lì?

Molto sinceramente, oltre al fatto che tutti indossavano la mascherina, non ho percepito un forte clima di restrizione. In generale, sui set, stanno molto attenti. Ogni volta che dovevo girare, facevo il tampone veloce, mentre gli attori protagonisti e tutti i membri della troupe si facevano il tampone almeno 4 volte alla settimana. Devo dire che è anche grazie a queste precauzioni che i set non si sono fermati, da giugno in poi.

Il tuo personaggio, Dario Beric, seppur non sia sempre presente nei vari episodi, ha un ruolo molto importante, ma tu con quali parole lo descriveresti?

Beh, un criminale, bravo nel presentarsi come un padre affettuoso.

Possiamo dire che ha rappresentato per te una nuova sfida impersonare un uomo dalla mentalità così complessa?

Ogni ruolo, sia a teatro che davanti alla cinepresa, è una sfida e un gioco. Il personaggio lo si scopre gradualmente, e a volte istintivamente. Bisogna prendere sul serio il proprio lavoro, trovando però un equilibrio con il fatto che si tratti di un gioco. Recitare è un gioco. Un gioco molto serio.

A proposito di complessità, come affronti le difficoltà di ogni giorno all'interno della tua vita?

Non è una vita semplice, questo è sicuro. Credo si debba avere un'indole particolare per fare questo mestiere. Un'indole molto dinamica, che accetta e ama il cambiamento continuo. Non si hanno stabilità, sicurezze. La difficoltà maggiore è trovare un equilibrio tra questo perenne dinamismo e la quotidianità, emotiva e anche economica. È un delicato punto d'incontro tra il fatto di esercitare un mestiere artistico e la necessità di vivere del proprio lavoro. Ma è possibile!

E la tua vita oggi com'è? Con quali parole la descriveresti?

Sto molto bene, proprio perché, ad ora, ho trovato quel punto d'incontro.

E infine un augurio che senti di rivolgere a te stesso per i prossimi mesi e ai tuoi colleghi attori...

Non perdiamo lo stupore e la gioia, e dedichiamoci allo studio. Sempre!