mercoledì 21 aprile 2021

Di editoria e di libri, quattro chiacchiere con Mariano Sabatini


di Lucia Russo - In vista della giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, un interlocutore -navigante nel mondo dei libri.

Mentre debutta sulla scena internazionale grazie alla traduzione per il mercato francofono del suo primo romanzo L'inganno dell'ippocastano (Salani 2016, premio Flaiano e premio Romiti Opera prima 2017) col titolo francese L’imposture du marronnier (edizioni Actes Sud, traduzione di Marguerite Pozzoli), Mariano Sabatini lavora all’uscita di ben tre libri: il nuovo romanzo del suo personaggio Leo Malinverno per Salani, una storiella per bambini che si chiama Una cagnolina non vola mica per la Casa editrice abruzzese Chiaredizioni e poi un libro per Vallecchi che si intitola Scrivere è l'infinito, sulle tecniche, i rituali e le abitudini dei romanzieri più affermati. Sua è, non da ultimo, la cura dell’autobiografia del noto attore Luca Ward, Il talento di essere Nessuno, da poco uscito e già candidato al Premio Flaiano.

Ma non è solo questo che ci ha indotto ad interpellarlo per tastare il polso dell’editoria. Per definire Mariano Sabatini (Roma 1971) il termine scrittore non basta e dobbiamo ricorrere a una lista di attività. Da giornalista di cultura e spettacolo negli anni Novanta per testate d’interesse nazionale, è passato a quella di critico e di autore di programmi televisivi di grande successo per la Rai, Tmc e altri network nazionali, quali Tappeto volante, Campionato di lingua italiana, Parola mia, Uno Mattina e molti altri. Esordito nella scrittura saggistica nel 2001, è del 2016 il suo primo romanzo noir, il suddetto L’inganno dell’ippocastano, cui ha fatto seguito Primo venne Caino (Salani, 2018), vincitore del Premio internazionale Como, del premio Acqua noir Terme Suio, del Premio Logos Cultura Milano International. Oggi, è anche Direttore di collane editoriali.

Un interlocutore privilegiato per indurci a parlare di libri sotto vari aspetti, giusto in vista della giornata mondiale del libro e del diritto d’autore del 23 aprile.

Scrittore, giornalista, commentatore e critico televisivo, autore di programmi radiofonici e televisivi, consulente letterario e direttore di collane editoriali. Mariano, come concili e riesci a svolgere contemporaneamente le tue varie attività afferenti ai libri? E che vantaggio trai da questo tuo multitasking?

Facendo una grande fatica, sentendomi sopraffatto, dominando l'ansia e lo stress. Ho sempre fatto cose diverse, non mi sono mai accontentato di un lavoro, ho sempre adeguato la lingua italiana - che è il mio strumento del mestiere da quando l'ho scoperto guardando un programma che si chiamava Parola mia di Luciano Rispoli in onda negli anni Ottanta su Rai Uno -, ai vari media che di volta in volta potevo usare. Ho scritto per i giornali, per il web, per la radio, per la televisione, ho fatto tanti programmi. Adesso mi diverte moltissimo fare libri. Il verbo divertire ha un'origine nobile perché significa il cambiare strada e mi sembra di vivere un’altra vita rispetto a quando facevo la televisione. Fare libri, accompagnare anche il talento degli altri mi piace molto.

C’è una letteratura che tu preferisci nel novero di quelle oltreconfine? 

Io ho sempre letto di tutto, sono un lettore onnivoro e appassionato. Credo che la passione per la lettura non possa essere disgiunta dal disordine, dall’accumulare esperienze narrative. Ho amato moltissimo la letteratura inglese, in particolar modo Dickens, oggi leggo praticamente di tutto, non ho pregiudizi e amo gli scrittori italiani come amo gli stranieri, purtroppo posso leggerli solo in traduzione non in originale e quindi il mio giudizio è velato da questo piccolo gap. 

Che posto dai, nel panorama internazionale, alla letteratura italiana?

Se penso all'attuale panorama della letteratura italiana non so che cosa supererà il vaglio del tempo, cosa da narrativa diventerà la letteratura. Secondo me il discrimine è proprio questo, il tempo, che fa sì che alcuni testi rimangano e continuano a dire ciò che hanno da dire, perché per la definizione di Calvino un classico è un libro che non ha mai smesso di dire ciò che ha da dire. Ci sono autori pregevoli, di solito sono purtroppo quelli meno letti, e ci sono autori per caso. 

La versatilità e padronanza appassionata della parola in toto - che traspaiono anche dalla loquela affabulatoria che Mariano Sabatini ci riserva - sono probabilmente le sue chiavi d’accesso a un ruolo multitasking nel mondo dell’editoria. Non si può certo dire incompatibile o inedita, del resto, la figura dello scrittore attivo che sia al contempo consulente, o direttore di collana, o editor e/o selezionatore di altri scrittori per una casa editrice, come nel caso diElio Vittorini per Einaudi o di Leonardo Sciascia per Sellerio.

Pensando al rinomato e plateale rifiuto di Elio Vittorini al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Mariano, non temi mai di cadere in un potenziale conflitto d’interesse, di mancare d’equanimità nel giudicare i libri altrui perché troppo influenzato dal tuo gusto personale o perché sopraffatto dalla vocina… “l’avessi scritto io’sto libro!”

Il gusto personale è indispensabile per superare le mode e individuare nuovi percorsi. E del resto scrivere significa entrare in contatto con la propria zona cieca, dragandola nel profondo. E per portare progetti editoriali unici, non solo narrativi, serve fidarsi della propria eccentricità o della marginalità in cui si vive e che può diventare la sorgiva quasi inesauribile. L’imprudenza del narrare di cui parlava Scott Fitzgerald credo attenga a questo. Non è obbiettivamente possibile, se si vuole essere onesti, invidiare il lavoro degli altri. Per quanto mi riguarda posso invidiare il successo altrui, quando dimentico che nella vita si è in gara soltanto con sé stessi, non altro. Quando lessi Niente lacrime per la signorina Olga di Elda Lanza fui ben felice di aiutarla a proporlo in Salani e quel romanzo ha avuto svariate edizioni, divenendo un long seller.  

Assistiamo a una proliferazione nuove iniziative, di festival e rassegne letterarie pur se in rete. Che stato di salute gode - a tuo parere - l’editoria in un oggi che fa i conti anche con la crisi epidemica?

Ho la sensazione che in questo stato pandemico l'editoria sia alquanto allo sbando. Quando sento lamentele sul fatto che le librerie siano state chiuse, ho sempre un po’ di sospetto, perché penso che i lettori veri abbiano sempre una scorta di libri intonsi da leggere, quindi non hanno bisogno delle librerie. È anche vero, poi, che oggi si compra sempre di più online e quindi il mercato editoriale, che è veramente allo stremo, registra un più 70% per gli acquisti sugli store online, per cui gli editori si stanno attrezzando in questo senso. Sono sempre di più i libri di genere, e questo non fa neanche bene al cosiddetto genere! Sembra che si proceda quasi a caso, cercando di capire cosa potrà andare bene, senza avere una reale cognizione di quello che funziona e che i lettori desiderano davvero.

Spero che questa stagione possa concludersi quanto prima per la soddisfazione di molti. Quindi, se devo riassumere lo stato di salute dell'editoria, direi febbricitante e fibrillante.

È per tutti difficile dire se parlare di letteratura di genere abbia ancora senso. Alla storica contrapposizione tra “letteratura di genere” e “letteratura alta”, Mariano Sabatini sostituisce quindi l’unica discriminante tra un bel romanzo e un cattivo romanzo, al pari di altri scrittori per i quali la letteratura (altra cosa dalla narrativa) non ha generi.   

Le classificazioni di genere, Mariano, tuttavia esistono, fosse solo perché utili ai librai e agli editori per indirizzare i lettori, e pur in via aleatoria le citiamo un po’ tutti. Il noir italiano stesso, che dalla fine degli anni Novanta ad oggi, da genere è stato inserito nella narrativa letteraria, non è forse passato da una forma pura ad altre con inclinazioni diverse? 

Ma certo, tutto si evolve. Del resto, i recensori e i detrattori da tastiera che distribuiscono stellette come se spargessero il parmigiano, non potevano che arrendersi ad esempio di fronte a un capolavoro come Il nome della rosa di Umberto Eco. Cos’è il romanzo di Eco? Un giallo? Un noir?  È di certo un gran romanzo, scritto superbamente e in modo appassionante. Cosa sono Il giorno della civetta di Sciascia o Il segreto di Luca di Silone? Prima non c’era questa ansia definitoria. Non ci sarebbe nulla di male, potremmo anche sorvolare, se in Italia le etichette non fossero penalizzanti. Se essere collocati in un genere non inibisse la voglia comprensibile di sperimentare in altri ambiti.  

Torniamo al tuo romanzo, L’imposture du marronnier, cioè L'inganno dell'ippocastano, uscito il 13 gennaio 2021 per le edizioni Actes Sud nella traduzione di Marguerite Pozzoli. Protagonista è Leo Malinverno, un giornalista investigativo che per il suo giornale segue il vicequestore aggiunto alla questura di Roma, sezione omicidi, Jacopo Guerci, e s’imbatte nella morte di un candidato sindaco a Roma, palazzinaro ottantenne in odore di mafia. In quale scuola o filone di “noir” s’inserisce il tuo libro? 

Non è così importante collocarlo. È un romanzo, ho raccontato una storia. Come sempre sono partito dai personaggi, dalle loro biografie, dai nodi psicologici. Il titolo in questo è significativo, l’ippocastano è un albero ingannatore, come lo sono tante persone che si mostrano affettive e invece hanno insanabili buchi nell’anima come le “castagne matte”, bellissime, lucide ma non commestibili. 

Non temi il palato esigente dei francesi in fatto di gialli e noir?

Se avessimo paura, non scriveremmo. E spingendomi avanti, potrei dire non vivremmo, perché scrivere è come moltiplicare le ipotesi biografiche. Il romanzo sta ottenendo belle recensioni, ma ci sarà di certo qualcuno che non apprezzerà, fa parte del gioco. Esporsi significa porgere il petto al tirassegno. Ma l’alternativa, ovvero l’inattività, sarebbe ben peggiore.