sabato 22 agosto 2020

Gianni De Feo canta Aznavour e trasporta il pubblico in un viaggio multicolore. L'intervista di Fattitaliani

Uno spettacolo graditissimo dal pubblico quello di ieri al Calvi Festival: in scena l'omaggio musicale “La fine del mondo. Concerto per Charles Aznavour” di Roberto Russo diretto ed interpretato da Gianni De Feo. Al pianoforte Giovanni Monti. Un’Allegoria teatrale sul Potere imprevedibile ed “Eversivo” dell’Amore”: l'intervista di Fattitaliani a Gianni De Feo.
Misurarsi con un artista come Aznavour comporta più rischi o soddisfazioni?  
Quando mi confronto (o mi misuro) con un artista di livello internazionale, la prima cosa che cerco di scongiurarne è l’imitazione o, più facilmente, l’identificazione. Al contrario, cerco di evocarne piuttosto l’essenza emotiva per dare al pubblico un impatto tutto personale, senza per questo tradire alcuni segni fondamentali nei quali poter riconoscere l’originale. Come, ad esempio la gestualità o la postura del corpo. Tuttavia, gli arrangiamenti musicali, così come i virtuosismi vocali, possono spaziare su livelli diversi, secondo la necessità di ottenere una teatralizzazione più “contemporanea”. Il rischio è grande, senz’altro, ma fa parte del gioco. E poi, tanto grande è il rischio, tanto grandi saranno le soddisfazioni. Vincere o perdere. Altrimenti... a che serve? 
Nella scelta della scaletta ci sono anche dei brani poco conosciuti in Italia? 
In uno spettacolo teatrale dove si inserisce la canzone d’autore non mi pongo mai il problema di quanto siano conosciuti al pubblico i brani che eseguo oppure l’urgenza di tradurre quelle canzoni che preferisco cantare in lingua originale. Per me è importante l’insieme, ovvero trasportare il pubblico in un viaggio multicolore, dove i ritmi e le atmosfere contrastano tra loro in un gioco di alternanza. Ma siccome sono caratterialmente buono, in questo caso ho voluto inserire alcuni brani più noti come La Bohème, Lei, Ieri sì. Quelle canzoni insomma che il pubblico sicuramente riconosce più istintivamente. Il resto, va da sé... si scopre viaggiando. Viaggiando insieme. 
Dell'interpretazione drammaturgica dello chansonnier cosa rimane nella sua lettura?
Lo spettacolo si articola su due piani: un testo teatrale “La fine del mondo” dell’autore Roberto Russo, in contrapposizione a un concerto dedicato al mondo musicale e poetico di Charles Aznavour, con la direzione e gli arrangiamenti al pianoforte di Giovanni Monti. Differenti sensibilità che si intersecano, differenti gusti che si amalgamano. Il personaggio drammaturgico del racconto, dal singolare nome Monsieur Equilibre, è un individuo che vive prigioniero in un mondo fatto di paure, dove non è possibile rischiare, dove è vietato sbagliare e dove dunque tutte le emozioni sono tenute sotto controllo. Monsieur Equilibre, nel suo delirio tragicomico e surreale, vive l’ansia di un’imminente catastrofe che si concluderà, a suon avviso, con la fine del mondo. Lo chansonnier, al contrario, viaggia sui binari della passione, dei rischi senza limiti. Ecco, così mi divido tra attore e chansonnier.  
foto Manuela Giusto
Quando è scattato il suo amore musicale verso Aznavour?
Alle spalle ho altri due spettacoli centrati su grandi personalità della musica: Grido d’amore, dedicato alla storia di Edith Piaf, dove canto le sue canzoni accompagnato dal vivo dai suggestivi suoni della fisarmonica e Canzoni in forma di nuvole, cento storie per Sergio Endrigo. Volevo chiudere con una triade. Aznavour mi sembrava quello più vicino alla rappresentazione teatrale. 
Della storia personale dell'artista che cosa L'affascina maggiormente? 
Conosco poco della sua storia. Mi parlano le sue canzoni. So solo che i genitori fuggirono dall’Armenia perseguitata e che senz’altro porta dentro di sé un gran bisogno di riscatto e di rivincita. Ce l’ha fatta. È rimasto nella storia. Questo mi piace. 
Secondo lei, cosa direbbe Aznavour della Francia di oggi? 
Cosa direbbe della Francia in particolare non saprei. Posso immaginare, così, con tanta fantasia, cosa direbbe del mondo attuale, anche se, avendo lui attraversato quasi tutto il Novecento e un buon inizio del XXI secolo, ne ha viste di trasformazioni epocali. Non so, forse si chiederebbe che spazio potrebbe avere il sentimento e la passione in un mondo come questo, dove sempre più conta l’immagine “usa e getta”. Giovanni Zambito.