giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS. TRACCIAMENTO E PRIVACY, ALBERTO GAMBINO: STRUMENTI EFFICACI SOLO SE RIGUARDANO TUTTA LA POPOLAZIONE

L'emergenza sanitaria in corso ha portato tutti i Paesi coinvolti a prendere drastiche misure per limitare la diffusione del virus, alla ricerca di una soluzione per frenare i contagi.
Dalla Cina agli Stati Uniti, sono piu' di 20 i governi che hanno cercato un aiuto nella tecnologia, tracciando gli spostamenti delle persone per limitare cosi' la crescita dei soggetti positivi. Un fenomeno che ci pone pero' davanti al rischio di un uso improprio dei nostri dati sensibili. Ne abbiamo parlato con l'avvocato Alberto Gambino, Prorettore dell'università Europea di Roma, esperto di tematiche legate alla privacy e presidente dell'Italian Academy of the Internet Code (IAIC). -
Professore, in Italia che tipo di tecnologia si sta studiando? 
"Si tratta un'applicazione che consentirebbe al cittadino di monitorare la mappa della sua citta' per capire in quali zone avrebbe piu' o meno probabilita' di essere contagiato, in base al monitoraggio dei soggetti positivi e di chi li ha frequentati. Ovviamente questi dati verrebbero raccolti da un ente individuato dallo Stato, che sia un operatore sanitario, la protezione civile o il ministero dell'Interno. Ma il rischio e' che quei dati finiscano nelle mani sbagliate. E a quel punto avremmo disseminato centinaia di migliaia di dati sanitari dal valore economico considerevole. Anche se anonimi, infatti, per le societa' che lavorano con i big data sarebbe semplice risalire al profilo di un soggetto. Ad esempio, un ragazzo giovane risultato positivo al coronavirus, potrebbe non essere assunto da un'azienda perche' ritenuto piu' vulnerabile. Per questo, se si dovesse sceglie di seguire questa strada, dovra' anche essere anche prevista una sanzione esemplare per chi dovesse fare un uso improprio di quei dati. Penso all'articolo 601bis del codice penale, che si riferisce alla tratta delle parti del corpo degli esseri umani, perche' il dato sanitario e' considerato un pezzo del corpo umano". - 
La crisi sanitaria Covid-19 ci pone quindi davanti nuove problematiche. Quale e' il bene da tutelare, il diritto alla privacy o l'interesse diffuso della societa'? 
"È l'interesse diffuso della societa' a rendere piu' sicura, in questa fase straordinaria, la salute di tutti. Ma bisogna stabilire da subito le regole da attuare quando sara' terminata questa emergenza. Io sono favorevole al tracciamento, ma proprio perche' teniamo alla salute di tutti, e' necessario che nella fase successiva i dati raccolti vengano subito cancellati. Le sanzioni del GDPR (il regolamento dell'Unione europea in materia di trattamento dei dati personali e di privacy) oggi sono deboli e intervengono sempre ex post e su violazioni massive. Invece occorre evitare questo rischio e tenere presente che anche la violazione relativa ad un solo soggetto diventerebbe un fatto gravissimo tanto da distruggere un'esistenza umana. Ed e' per questo che devono essere previste sanzioni molto dure per chi si appropria di quei dati. Nel momento di emergenza e' opportuno far prevalere l'interesse della collettivita' e quindi sospendere la democrazia, ma quando termina l'emergenza tutte le liberta' devono tornare a regime democratico". - 
Noi siamo gia' abituati a cedere i nostri dati ai grandi gestori di piattaforme, in questo caso quale sarebbe la differenza? 
"I nostri dati sono gia' oggetto di marketing, ma qui si sta parlando di tracciare le nostre condizioni di salute, e per di piu' in modo massivo. Oggi nessuno ha a disposizione tutti i nostri dati sanitari, e anche quei pochi che concediamo alle piattaforme sono sempre raccolti con il nostro consenso. In questo caso, invece, o si utilizzano tutti i dati a disposizione dell'autorita' pubblica, oppure non ha senso. Questi strumenti, per funzionare davvero, devono tracciare tutta la popolazione: quelli che hanno contratto il virus e tutti coloro con cui sono stati a contatto". - 
Secondo il suo parere queste tecnologie sarebbero efficaci? Antonello Soro, il garante per la protezione dei dati personali, ha detto che questi sistemi di sorveglianza sarebbero inutili se non accompagnati da test diagnostici. 
"Certo, il tema di fondo non e' solo tracciare le patologie conclamate, ma anche tutti gli altri fenomeni come i soggetti positivi non sintomatici che sono fortemente contagiosi. Noi abbiamo norme che ci consentono di farlo, perché l'articolo 9 del GDPR prevede che, proprio in casi di necessita', i dati sanitari possano essere utilizzati. Ma deve esserci una base normativa, un provvedimento specifico che si occupi non solo dell'emergenza ma anche di quello che succedera' dopo. Altrimenti tra qualche anno ci ritroveremo ad avere cittadini di 'Serie A' e 'Serie B', cioe' quelli che non hanno uno stato di salute ineccepibile e a cui tante banche o aziende non concederanno prestiti o assicurazioni. Oggi questo gia' succede con singoli dati raccolti in maniera furtiva, immaginiamo cosa potrebbe capitare se la violazione avvenisse con la raccolta di una mole immensa di dati immessi in un unico sistema. Ricordiamoci che il dato piu' sensibile che abbiamo e' proprio quello sanitario. Qui si tratta di tutelare la sicurezza di informazioni che rappresentano l'identita' piu' profonda di ciascuno di noi". (Adi/Dire)