sabato 22 febbraio 2020

Silvia Ruggiero, poeta, psicologa e psicoterapeuta e l’angolatura privilegiata da cui vedere il mondo e le persone. L'intervista

«Credo di aver sviluppato la capacità di “toccare il cuore degli altri” e di far “toccare il mio” e questo mi permette di avere un’angolatura privilegiata da cui vedere il mondo e da cui vedere le persone». di Andrea Giostra.
 
Ciao Silvia, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Silvia artista-poeta e Silvia donna? 
Uso le parole che descrivono un personaggio del mio prossimo libro “Lei aveva una vita in apparenza normale ma aveva mille storie nella testa. Storie sempre storie, vite, ferite, dolori, sbagli, lacrime, violenza. E le storie per lei erano poesie. Lei trasformava le storie in poesie. Raccoglieva i cocci, piangeva per le ferite, per gli errori, per i pentimenti, per i patimenti, raccoglieva i frammenti delle vite che le passavano davanti e ricostruiva le storie. E le storie erano sempre affascinanti…” 
Recentemente, gennaio 2020, hai pubblicato il libro di poesie “Non solo parole”, con “in.edit edizioni”. Ci parli di questa raccolta di poesie? Come nascono e quale il messaggio che vuoi arrivi al lettore? 
Dall’introduzione: “In questo piccolo libro sono raccolte una serie di sfumature emotive che sono preziose per arricchire il catalogo delle emozioni di ciascuno di noi. Abbiamo bisogno di investire sull’alfabetizzazione emotiva perché le emozioni sono alla base delle relazioni e quindi alla base del nostro benessere che deriva principalmente da quanto ci sentiamo capiti, amati e sostenuti dalle persone che ci circondano. La poesia è un veicolo privilegiato per lo scambio emotivo perché coinvolge e usa il linguaggio non della logica ma del sentire, del sogno e dell’indefinito che riconducono alla natura relazionale dell’uomo. Ed è proprio a questo elemento essenziale che spinge la poesia: ci aiuta a metterci in contatto con le nostre emozioni e quindi con quelle degli altri. La poesia ci aiuta a facilitare lo scambio tra il nostro mondo interno e il mondo esterno, tra la parte più profonda di noi e gli altri.” 
Ci parli delle tue precedenti opere e pubblicazioni? Quali sono, qual è stata l’ispirazione che li ha generati, quali i messaggi che vuoi lanciare a chi li leggerà? 
Il mio primo libro “Crescere e aiutare a crescer. Diventare adulti nel terzo millennio” parla della fase dello “svincolo”, del passaggio all’età adulta che non è legato necessariamente all’età e che talvolta non avviene mai. Abbiamo tantissimi adulti anagrafici ma che sono dipendenti e non hanno sviluppato l’autonomia personale. L’obiettivo del libro era quello di dare delle informazioni di base su come “funzioniamo” come esseri umani. Una sorta di formazione sui principi base della psicologia. Il secondo libro “Violenza liquida. Le infinite forme della violenza nelle relazioni interpersonali” nasce soprattutto dalla mia esperienza professionale in carcere e con gli autori e le vittime di reati e ha come obiettivo la formazione e la consapevolezza sulle dinamiche relazionali disfunzionali. Perché le relazioni possono aiutare ma possono anche fare del male. Il terzo libro “Non solo parole. Emozioni in poesia” nasce per caso, da una mia esigenza di scrivere poesie per esprimere e condividere le forti emozioni in cui sono immersa nella mia vita personale e professionale. Il messaggio è sull’importanza di conoscere, nutrire e condividere la nostra parte emotiva per una vita più ricca e più “umana”.
Come e quando nasce al tua passione per la scrittura? 
Credo di averla sempre avuta, ora scrivo anche articoli su riviste specializzate su argomenti vari come ad esempio la “Psicologia dei luoghi”, ma il cambiamento è avvenuto quando ho capito che avevo qualcosa da dire che potesse essere utile agli altri.
Qual è il percorso formativo ed esperienziale che hai maturato e che ti ha portare a realizzare le tue opere? 
Ho la fortuna di essermi formata nel campo della psicologia e della psicoterapia e ho la fortuna di esercitare un lavoro che mi mette a diretto contatto con la parte più profonda delle persone. Credo di aver sviluppato la capacità di “toccare il cuore degli altri” e di far “toccare il mio” e questo mi permette di avere un’angolatura privilegiata da cui vedere il mondo e da cui vedere le persone. 
«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.). Cosa ne pensi delle parole di Bukowski? Secondo te è più importante quello che viene narrato (la storia) o come è scritta (il linguaggio utilizzato)? 
Se non hai un contenuto profondo, solo la forma non è sufficiente per comunicare qualcosa. 
«Il ruolo del poeta è pressoché nullo … tristemente nullo … il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Tu sei scrittrice di saggi e poeta, cosa ne pensi delle parole di Buk sui poeti suoi contemporanei, e forse anche sui poeti di questo secolo? Qual è secondo te oggi il ruolo del poeta nella nostra società contemporanea dell’Homo technologicus?
Io non sono un poeta. Io vivo, sento, faccio mille cose e quindi poi scrivo. E scrivo anche delle poesie all’interno delle quali c’è il mio mondo ma anche il mondo degli altri. Io semplicemente trasformo in poesia ciò che ho la fortuna di vivere. E soprattutto per me la poesia è emozione e le emozioni in questa nostra società sono dimenticate, trascurate, evitate e maltrattate. Quindi uso la poesia come veicolo per le emozioni. 
Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea tecnologica e social? E se sì, a cosa serve oggi l’arte secondo te?
Non so se sono la persona giusta per parlare di arte. Io l’arte la inseguo, non l’afferro mai. L’arte è l’espressione delle emozioni, del mondo interno, di quella parte di noi che scalcia se la ignoriamo. 
Quando parliamo di bellezza, siamo così sicuri che quello che noi intendiamo per bellezza sia lo stesso, per esempio, per i Millennial, per gli adolescenti nati nel Ventunesimo secolo? E se questi canoni non sono uguali tra loro, quando parliamo di bellezza che salverà il mondo, a quale bellezza ci riferiamo?
La bellezza è soggettiva, per me la bellezza è essere in armonia con noi stessi e con gli altri e tutto ciò che ci aiuta a trovare questa armonia per me è arte. Il tramite quindi per l’armonia e per la bellezza. 
Esiste oggi secondo te una disciplina che educa alla bellezza? La cosiddetta estetica della cultura dell'antica Grecia e della filosofia speculativa di fine Ottocento inizi Novecento? 
Credo che nel nostro percorso culturale abbiamo dimenticato l’aspetto emotivo, la logica ha preso il sopravvento su tutto e quindi le emozioni non hanno sufficiente spazio. Basti pensare quanta logica c’è nelle materie scolastiche e quanto poco si parli delle emozioni e quanto male stanno i nostri ragazzi. Così le emozioni esplodono all’improvviso, sotto forma di aggressività ad esempio, creando problemi perché non siamo capaci di identificarle e “gestirle”. Il pensiero logico e la filosofia non sono sufficienti, abbiamo una dimensione di profondità emotiva che andrebbe coltivata. Abbiamo bisogno di una alfabetizzazione emotiva per trovare quella armonia di cui parlavo sopra. 
«Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto infra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo fare altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Qual è la riflessione che ti porta a fare questa frase di Marcel Proust sul mondo della lettura e sull’arte dello scrivere?
Scrittura, lettura devono essere parte della vita reale e non sostituirsi interamente ad essa. Abbiamo bisogno di vivere e soprattutto abbiamo bisogno di entrare in relazione con gli altri esseri umani. Quando la lettura e la scrittura ci aiutano in questo, sono strumenti di benessere, sono facilitatori; quando ci allontanano dal mondo e dagli altri sono delle barriere. C’è il rischio di innamorarsi delle proprie idee e del proprio mondo interno e di non cercare il confronto con gli altri. 
Chi sono i tuoi modelli, i tuoi autori preferiti, gli scrittori e i poeti che hai amato leggere e che leggi ancora oggi?
Ho amato tanto Fahrenheit 451 scritto da Ray Bradbury e i poeti francesi. Amo leggere di psicologia.
Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre libri e tre autori da leggere, chi consiglieresti e perché proprio questi?
Fahrenheit 451 (1951) scritto da Ray Bradbury; Dare parole al dolore (1996) di Luigi Cancrini; Intelligenza emotiva (1997) di Daniel Goleman. È difficile sceglierne solo tre. Ma questi sono libri che fanno riflettere. 
Sfortunatamente non sono molto preparata su questo argomento. Accetto consigli 
Una domanda difficile Silvia: perché i nostri lettori dovrebbero comprare i tuoi libri? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per comprarne alcuni. 
Sono sintetica: perché possono essere piacevolmente utili.
Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti di cui ci vuoi parlare? 
Continuerò a scrivere perché non posso farne a meno. Continuerò a vivere portando in giro per il mondo le mie idee strane sul “funzionamento” delle persone e delle relazioni e continuerò a cercare nuove emozioni e ad innamorarmi di quello che vedo intorno. E guarderò il cielo ogni volta che potrò….
Come vuoi chiudere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori? 
Siamo “sistemi aperti”, abbiamo bisogno degli altri per essere felici. Dobbiamo imparare a dare e ricevere.

Silvia Ruggiero

I Libri di Silvia Ruggiero

Andrea Giostra