giovedì 23 gennaio 2020

Fattitaliani intervista Samuela Salvotti, una scrittrice sincera

di Laura Gorini - Nei miei romanzi non ho mai tentennamenti o una scrittura in punta di penna.

È indubbiamente un romanzo molto, ma molto particolare, Senza Sensi Di Colpa, di Samuela Salvotti, scrittrice che attualmente opera e risiede a Desenzano Del Garda (BS). Laureata in Scienze Della Comunicazione, ha incominciato la sua formazione letteraria con le favole di Italo Calvino. Non per nulla ha vinto meritatamente la nona edizione del premio dedicato al compianto scrittore con il suo romanzo Concepiti In Ventri Di Regine.
Samuela, presentati ai nostri lettori...
Sono Samuela Salvotti, ho quasi sempre abitato a Desenzano del Garda (BS), a parte una piccola parentesi in un paese del mantovano, quale Castel Goffredo. Queste due cittadine sono molto diverse, soprattutto nella mentalità e negli stili di vita dei loro abitanti. La prima turistica, solare e capace di accogliere per propria natura. La seconda brumosa, tradizionalista e capace di accogliere solo dopo un lungo studio dello “forestiero”. Entrambe queste esperienze complementari si ritrovano nei miei romanzi: il mondo antico, di cui ho sempre un po’ di nostalgia per la narrazione della propria vita e quello frenetico del giorno d’oggi. I miei studi non sono stati scelti in funzione alla mia già evidente passione che era lo scrivere. Purtroppo un tempo si sosteneva che bisognasse contrastare e integrare la naturale tendenza quando non era proficua a un lavoro redditizio, infatti ho fatto il liceo scientifico. Tuttavia ho letto sempre. Ho letto e leggo tanto. Buona letteratura. Quasi sempre classici. Ma anche la letteratura moderna ha dei buoni spunti e la alterno a sicuri piaceri di autori di fama eterna.
Che cosa significa essere una scrittrice oggi? E come è cambiata nel corso del tempo la sua definizione?
Credo che essere maschi o femmine non cambi molto oggi. Era più importante un tempo, quando le donne scrivevano di piccole realtà di vita e gli uomini di conquiste nel mondo. Ciò che forse contraddistingue la letteratura maschile da quella femminile è una sincera necessità di conoscere la natura profonda senza stereotipi del proprio sesso. Molti uomini parlano della loro mascolinità, ad esempio Francesco Piccolo che si ostina ad approfondire questa natura specificatamente dell’uomo (“L’animale che mi porto dentro”) e altre autrici cercano i punti in comune delle donne.
Ci sono molte scrittrici che decidono talora di scrivere con pseudonimi, anche maschili, per dare alle stampe alcune loro opere... A volte tale scelta è fortemente voluta da loro, altre volte invece dalle case editrici e/o dai loro agenti letterari... Credi che ancora oggi serpeggi una certa forma di discriminazione nei confronti delle scrittrici?
Io adoro scrivere con dei pseudonimi. Mi pare di essere nuova e più innovativa anche come personalità della scrittura. Ma non ho mai pensato di “cambiare sesso”. E non ho mai sentito che sia strategicamente meglio essere scrittori che scrittrici. Pensate a Elena Ferrante, pare che questo nome sia uno pseudonimo, quindi avrebbe potuto “travestirsi” da maschio ma non lo ha fatto, forse anche perché non sarebbe stata credibile: la sua letteratura ha davvero una visione femminile del mondo, secondo me. E da donna ha conquistato il mondo. Sono venuta a sapere che anche a New Orleans una giovane ragazza leggeva i suoi libri. Non credo davvero che ci siano vantaggi ad essere scrittori maschi rispetto alle scrittrici.
Solitamente, forse a causa anche di alcuni banali cliché, vengono etichettati come forti, o meglio hard, testi dove gioca un ruolo fondamentale il sesso, che ormai viene inserito anche in qualsiasi romanzo con una fantasia estrema. Secondo te, per vendere oggi, è davvero necessario agire un tale direzione?
Naturalmente no. Descrivere scene di sesso può essere controproducente se non è ambientato in maniera giusta e soprattutto è importante che non siano scene gratuite, inutili, senza motivo. Il sesso è come la violenza chi ne abusa in letteratura perde credibilità. Nel mio ultimo romanzo c’è una scena molto violenta in cui il protagonista uccide un cane. Ho pensato molto se metterla o se toglierla per questo discorso. Nabokov in Lolita descrive la storia di un pedofilo senza mai parlare di sesso esplicitamente.
Tu lo hai inserito, in qualche maniera, anche in Senza Sensi Di Colpa, il tuo nuovo romanzo fresco di stampa per la Castelvecchi Editore... Tuttavia “di forte” nel tuo testo vi è ben altro... Ti piace dunque stupire i tuoi lettori e te stessa?
Il sesso esiste e quando è necessario bisogna metterlo anche nel romanzo. In questo mio ultimo non c’è molto sesso ma c’è. L’innamoramento è anche attrazione sessuale. È la vita che chiama e che vuole procreare se stessa. Ma è giusto dire che il mio è un romanzo “forte” oppure si può anche usare l’aggettivo “deciso”. Non ho mai nei miei romanzi tentennamenti o una scrittura in punta di penna. Sono una dalle maniere forti e molto “massimalista”, come diceva Tadini. Mi si ama e mi si odia. E oltre a poche scene di sesso ma ben calibrate, ci sono pensieri ed azioni di violenza inaudita. Ma la vita secondo me non è delicata, non è gentile, non è dolce. Tutti noi abbiamo lottato ferocemente per avere qualcosa in cambio e soprattutto il dolore che esiste in tante persone è davvero, quello sì, violento.
Quando capisci che un testo può funzionare? E quando riesce a convincerti pienamente?
I grandi scrittori sapevano di valere, sono convinta. Infatti molti non hanno avuto il successo che meritavano in vita ma hanno sempre continuato a scrivere. È sì una passione ma come diceva Dino Campana: “Ho bisogno di essere riconosciuto e non è orgoglio e non è vanità!”. Per vedere se funziona un testo bisogna scriverlo. Lasciarlo decantare. Scordarselo e poi riprenderlo in mano e capisci i difetti. I difetti sono sempre dovuti alla necessità di raccontare. Bisogna stare lontani da noi stessi. Bisogna raccontare la storia di un altro freddamente anche se è la nostra, perché altrimenti non si sublima la nostra esperienza. La distanza è necessaria per non fare sbrodolate, sfoghi o flussi di coscienza adolescenziali. Quindi prendere un’emozione, analizzarla in tutti gli aspetti e poi descriverla nei fatti è il minimo per poter far “funzionare” una storia.
Scrivi di getto o sei più riflessiva?
Naturalmente sono molto riflessiva. Non amo scrivere di getto, ma soprattutto non amo leggere pagine scritte sotto l’influenza dell’emozione. Come ho detto prima, bisogna staccare da noi un’emozione, studiarla nei minimi particolari e piano piano, un lavoro certosino, descriverla, non annunciarla. La parola d’ordine è narrare un’emozione per poterla trasmetterla. Non credo che sia una buona letteratura chi scrive Sono disperato, preferisco che mi si faccia vedere cosa fa un disperato.
Ti piace scrivere a mano o scrivi immediatamente al PC?
Immediatamente al pc. Io adoro la tecnica. Sono felice di usare tutto quello che esiste a facilitarmi la vita. Ho vari dizionari da consultare, pagine di qualche opera classica che raggiungo con facilità estrema attraverso un motore di ricerca. Per esempio ho googlato, perdonatemi il neologismo, “Non so ballare sulle punte, poesia della Dickinson” ed è subito apparsa l’intera poesia. Fantastico.
In linea generale quanto è importante nella quotidianità imparare a riflettere prima di emettere una sentenza o prima di parlare?

Oggi come oggi è più importante sapere scegliere le parole che un tempo. Un tempo potevamo essere politicamente scorretti, chiamare affettuosamente negher un uomo di colore, ora non dobbiamo più usare le parole a caso perché possiamo fare davvero male. La stessa cosa con i concetti e con le dichiarazioni assolute: dobbiamo usare molta cautela, si fa fatica a capirsi più di un tempo perché siamo diversi, abbiamo storie diverse e quindi dobbiamo essere inclusivi, gentili, corretti e non offensivi, sia nella forma che nel contenuto. 
Foto di Damiano Conchieri