a cura di Andrea Giostra - Il terzo capitolo de “La luce negli occhi” narra dei
combattimenti di Haria nella sua corsa verso la libertà… I successivi capitoli saranno
pubblicati a cadenza settimanale. Buona lettura a tutti voi…
3° capitolo
853 d.C.
E corro verso il
bosco.
Risuonano accerchianti i neri tamburi e i lunghi corni: le truppe
vittoriose del Signore di Bard risalgono il passo delle tre montagne. Sette
cavalieri mi inseguono per impedirmi di raggiungere l’ultimo accampamento dei
druschi, sterminati nella battaglia di Anzol, appena conclusa. Lassù al passo,
nelle dimore di argilla e pelli, sono rimasti solo vecchi, donne e bambini, non
un uomo si è sottratto all’onore di battersi per la libertà.
Io, Haria la guerriera drusca, sono l’unica sopravvissuta allo scontro.
Drusco e Hagro hanno sacrificato la loro vita per darmi modo di fuggire. Ritti
nell’erba alta della collina, immensi e fieri sotto il vasto cielo, hanno retto
la parte fino allo stremo, due contro venti. Devo arrivare al passo prima del
Signore di Bard, il Sanguinario; devo portare la mia
gente sul Rago. Devo.
E corro verso il bosco, confine di libertà.
Tutti insieme giù dalle Rocce Sacre verso il nemico
schierato, duecento di noi contro mille di loro, uno contro cinque, io li
guidavo: eravamo terribili, il nostro urlo di guerra era il nostro canto di
libertà...
L’intensa luce verde nei miei occhi fu accolta come il
realizzarsi dell’antica profezia: una giovane donna un giorno avrebbe guidato i
druschi contro un invasore; una giovane donna la cui luce verde negli occhi
avrebbe infuso coraggio al suo popolo.
Mi affidarono al saggio Hero, che mi insegnò i magici
ritmi della consapevolezza e i segreti della natura. Più tardi Drusco e Hagro
mi avviarono all’arte dell’ascia, della spada e della lotta corpo a corpo. A
diciotto anni ero pronta a battermi nella mischia, a venti divenni Haria luce
dei druschi liberi delle montagne.
Il mio popolo si era risvegliato da un lungo sonno; i
monti Rago, Tomar, Bue e le foreste sottostanti erano da sempre la nostra terra
e a nessuno avremmo permesso di invaderla e appropriarsene.
Le voci che un principe straniero avanzava da nord est rimbalzarono di rupe
in rupe, di albero in albero. Due cacciatori portarono la notizia che gli
accampamenti druschi delnord erano stati spazzati via
dalla furia del principe; dissero che il suo esercito si muoveva con rapidità
di vento, aveva nuove armi e non risparmiava i vinti.
Drusco e Hagro partirono e al ritorno confermarono il
racconto. Non ci perdemmo in chiacchere o timori, ma forgiammo nuove asce,
nuove spade, lance, mazze, scudi e ci sentimmo pronti.
E corro verso il bosco, porta della sorte.
Lasciammo indietro gli archi, armi di cacciatori, non
di guerrieri; ci avrebbero impediti nelle lotta.
Tre file di arcieri, cento per fila, ci aspettavano;
impassibili, con i lunghi archi tesi, valutavano la distanza e aspettavano
l’ordine. Dietro, cinque file di fanti con lunghe lance biforcute, cento per
fila, e duecento cavalieri chiudevano la schiera.
Correvamo, simili per ardore e uguali per dignità; non
c’erano capi fra noi, ognuno rispondeva a se stesso. Correvamo guardandoci e
guardandoci sorridevamo, incitati dall’incontenibile urlo di guerra drusco.
Correvamo giù per la collina.
E corro verso il bosco, eco di battaglie.
Al comando fate strage di quei pezzenti gli arcieri scoccarono: le
frecce scesero come nera pioggia e morte annunciata; molti dei nostri scudi le
trattennero e molti dei miei compagni furono trafitti; solo pochi caddero, colpiti al cuore o alla gola, gli altri sostennero la
corsa, ma nessuno si piegò in un lamento, ne diede al nemico la certezza del
vantaggio. Eravamo druschi.
Un’altra onda di frecce spense qualche vita, ma
aumentò l’orgoglio drusco. A cento passi dall’impatto i fanti si disposero a
difesa: occhi vuoti e cuori neri sostenevano le lance puntate. Il cielo
imparziale vide l’urto tremendo e l’erba di primavera accolse lo stridore del
ferro e dell’acciaio, il tonfo delle mazze sugli scudi; in molti ci aprimmo un
varco verso il cuore nemico, molti finirono la loro corsa sulle punte delle
lance.
Erano bravi quei fanti, non c’erano vili fra loro; non
li odiavo mentre al mia spada li falciava.
Drusco, Hagro, Endo, Satro, Kubro, Marvio, Acro, Ceno
e Taro sono accerchiati, io in mezzo a loro, protetta. Gli altri sono sparsi
nella mischia, soffi di furore drusco presi in una tempesta devastatrice; si
battono per la loro terra, le loro donne, i loro figli, e per essi cadono, uno
dopo l’altro, soli con il proprio orgoglio di uomini liberi e la propria
agonìa. Cadono, ma non si sentono sconfitti, muoiono, ma non rimpiangono la
vita.
La mazza di Kubro rotea sul nugolo di fanti che lo pressa; ride lui, e
intona il canto degli antichi druschi del Bue, i suoi antenati. Endo combatte a
mani nude, armi per cui è famoso. Gli occhi di Marvio
ridono ogni volta che la sua ascia trancia di netto la testa di un fante. Ceno
e Taro, fratelli gemelli, si coprono le spalle a vicenda. Acro brandisce a due
mani la sua lunga spada, Drusco e Hagro abbattono chiunque si avvicini a me:
l’ordine del Signore di Bard è prendere Haria la guerriera. Non mi vogliono
morta, posso immaginare perché.
Di colpo i fanti si ritraggono e un silenzio irreale
cala sulla collina; ci guardiamo negli occhi infiammandoci di coraggio e
scrutiamo cercando di capire. Eccetto noi, non un solo drusco è rimasto in
piedi nella mischia; siamo gli ultimi.
Un segnale di corno sale al cielo e si perde nel
vento. Vediamo i cavalieri disporsi in ampio cerchio intorno a noi: è l’assalto
finale, il coronamento della battaglia; duecento contro dieci, uno contro
venti. Lentamente ci stringiamo fianco a fianco, ora. E il silenzio perdura.
Spronano i cavalli i cavalieri, mantelli neri e occhi
di lupo ci vengono addosso.
Non ci facemmo travolgere, non noi druschi. Ritti sul
campo come un tempo i padri dei nostri padri li aspettammo per un tempo che
valeva l’eternità.
Abbatto un cavaliere e vedo Endo afferrare due cavalli per le briglie e
rovesciarli a terra. Vedo Acro affondare la spada nel cuore di un nemico e nella gola di un altro, Ceno e Taro battersi
schiena contro schiena. Vedo Kubro calare colpi di mazza. Vedo Drusco e Hagro,
implacabili. Mi batto come posso contro quattro.
Vedo Endo cadere, Acro morire, Kubro crollare, Satro e
Marvio finiti da innumerevoli spade, Taro e Ceno grondare sangue e resistere.
Drusco mi trascina via, Hagro colpisce un cavaliere.
Non sento più niente, il mondo è sospeso, senza vita. Ceno e Taro cadono in
ginocchio, si guardano per l’ultima volta, si salutano in silenzio. Drusco e
Hagro mi urlano di non fermarmi. Corriamo.
E corro verso il bosco. Non è ancora tempo di morire.
In copertina, Celio Bordin, “The brother of Indo and his history” (2017),
200x140 cm.
Per leggere i precedenti capitoli, clicca qui:
Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica
con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di
cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio
tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una
luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco
sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»
“La luce negli occhi”, Haria, Collana
Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima
edizione 2004, ristampe 2009-2012-2018.
Cristina del Torchio
Celio Bordin
https://www.celiobordin.com/
Andrea Giostra