Domenica 25 febbraio, ore 18, al Barnum Seminteatro di
Roma “La Banda” di Pierpaolo Palladino, regia di Manfredi Rutelli. Uno spettacolo intimo e straordinario, rivela ancora una
volta le grandi doti attoriali di Federico Perrotta che interpreta più personaggi
e spaziando tra vari tormentoni, arricchisce il racconto di ricordi ed effetti
comici. Fattitaliani ha intervistato Federico Perrotta.
Chi sono
Virgili e Pallone?
Sono due risvolti del nostro
passato, siamo stati sicuramente un po’ Virgili e un po’ Pallone. Virgili è un
soldato di leva e Pallone un suo amico, entrambi fanno di tutto per imboscarsi
nella banda militare ma invece di trovare ristoro per evitare le guardie e i
servizi, espedienti tipici di chiunque faceva la leva in quegli anni,
troveranno nel loro cammino, il maresciallo Bellini che invece gli farà capire
quanto sia duro coltivare una passione come la musica. Quello che poteva
sembrare un momento di felicità, il non doversi sottoporre ai servizi della
leva, il risvolto sarà quello di dover studiare la musica ed impegnarsi per poter
rappresentare qualcosa di più grande che in questo caso sotto l’ordine di
Bellini, è la musica americana. Il Maresciallo Bellini, non è una cima a
livello musicale, ha solo una passione sconfinata. E’ ignorante, non parla
neanche l’italiano, parla uno strano dialetto di cui non si capisce neanche la
provenienza. Farà di tutto per coinvolgere questi ragazzi in un percorso che
probabilmente cambierà la loro vita.
La storia viene raccontata come un evento
passato. È più difficile o più facile, catturare in questo modo l’attenzione
del pubblico?
C’è una difficoltà sia quando tu interpreti una cosa che stai
vivendo in quel momento che quando la devi raccontare in passato. In questo
spettacolo si crea un’atmosfera quasi di un racconto tra amici ed è questo l’intento
della Regia oltre che dell’Autore. Sembra che a raccontare sia uno dei nostri
amici della leva. Per me è difficile, non puoi perdere un attimo l’attenzione.
Ringrazio Palladino che mi ha dato l’opportunità di misurarmi con un testo così
importante che ha dei precedenti illustri perché è stato portato in scena da
Flavio Insinna con un grandissimo successo.
Alcuni dicono che il Teatro sia una zona
protetta e lontana dalle distrazioni è ancora così in tempi dei social in cui
spesso anche in sala controllano Facebook o la Posta?
Sono pochissimi, non
sono tanti, dal palco gli attori vedono tutto e quindi anche il fascio di luce
che parte dal cellulare e che illumina le facce. Sicuramente il Teatro è uno
spazio dove ci si può lasciare andare e dimenticare il telefono. Lo si deve
fare per una questione di educazione, per rispetto verso gli artisti che sono
sul palco ma soprattutto per recuperare un po’ di socialità con noi stessi,
visto che ci interessiamo solo di quello che succede all’altro. Facciamoci prendere
dalle emozioni ed il Teatro ti permette di viverle intensamente.
Ci sarà una tournée o lo riproporrete
l’anno prossimo?
Sicuramente lo riproporremo. Ho avuto il
permesso di fare una versione ridotta, più in linea con i tempi e anche con le
mie possibilità artistiche. Non essendo un nome altisonante nel Teatro, ho
chiesto che si potesse fare una versione in “assolo”. Faccio un monologo, tanto
il testo non cambia minimamente anzi diventa più incisiva la parte attoriale,
perché perde l’appeal della musica dal vivo come abbiamo fatto quest’estate con
l’Orchestra della “Claudio Monteverdi”, ottanta ragazzi dai sedici ai
ventiquattro anni, abruzzesi e che suonano in maniera splendida e sono
pluripremiati a livello internazionale ed è una cosa molto bella quando è così
ricca e così completa, però ti posso garantire che la soddisfazione che arriva
dalla versione intima dedicata a Teatri notevolmente più piccoli, è diversa ma
egualmente forte.
Elisabetta Ruffolo
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