giovedì 2 novembre 2017

Teatro, Like con Stefano Santomauro "un monologo educativo-comico in continua evoluzione". L'intervista di Fattitaliani

Dopo la trasferta nella Capitale al Teatro Kopò, Like con Stefano Santomauro che ne è anche autore insieme a Francesco Niccolini per la regia di Daniela Morozzi. Coproduzione VerbaManent/Pilar Ternera, si sposterà nella città natia del comico, Livorno, il 17/18 novembre al Nuovo Teatro delle Commedie, per poi spostarsi quasi in tutta Italia.

I Social hanno sostituito la Piazza e possiamo dire che Stefano Santomauro, ha sostituito il cantastorie perché appunto come si legge sulla sua Pagina FB “Racconto storie. Chi le ascolta ride. A me sta bene”. Noi aggiungiamo che non solo racconta bene le storie e la gente ride ma se si sofferma su cosa sta ridendo, dopo la risata arriva la riflessione. Stefano Santomauro è straordinario come sempre e riesce a coinvolgere ed a travolgere lo spettatore con offerte, giga, password, sottolineando le nostre poche capacità di comunicazione, in un mondo sempre più connesso e che si evolve in continuazione, mettendoci in grande difficoltà.
Cos’è Like? 
È un monologo interessantissimo dove insieme a Francesco Niccolini, abbiamo analizzato com’è cambiata la comunicazione ai tempi dei Social. Eravamo convinti di parlare soltanto dello smartphone e di come questo piccolo strumento abbia modificato la vita di tutti i giorni ma ci siamo resi conti che lo scenario era molto più ampio. Ne è venuto fuori uno spettacolo straordinario. Con Roma siamo alla quarta replica e dovunque andiamo, lo spettacolo fa veramente molto ridere. Fa ridere di cose incredibilmente vere, di scenari quasi apocalittici. Nello spettacolo abbiamo affrontato gli studi della Columbus University che affermano che noi arriviamo a toccare il cellulare 400 volte al giorno. Fino al 2015 erano 150 volte al giorno. Cresce in maniera esponenziale. Il fulcro dello spettacolo è che viviamo in un mondo sempre più connesso, in realtà poi il finale è molto più comune e solitario. È vero molto connessi ma anche molto soli. Lo spettacolo è contagioso e diventa culturale. Ti fa ridere ma quando esci hai la radiografia di quella che è la realtà. È la fascia tra gli undici e dodici anni che tocca il cellulare 400 volte al giorno per un totale di sei ore. Si parla di Sindrome di Capitan Uncino perché di una mano si usa solo il pollice. 

A parte il gettarci nella solitudine, quali sono gli altri effetti di questa nuova forma di comunicazione? 
Fino a venti anni fa sapevamo ciò che accadeva nel raggio di occhio ed udito. Oggi sappiamo cosa succede oltreoceano ma non sappiamo se muore una nel nostro palazzo e lo scopriamo dopo quindici giorni. È incredibile come le distanze si sono accorciate ma ciò che ci è vicino è diventato immediatamente lontano. È un’espressione algebrica che è completamente capovolta, come anche la difesa dei nostri dati. C’è un capitolo sulle password che è molto divertente. Dovunque siamo abbiamo bisogno di quest’armatura incredibile, abbiamo venti password a testa per qualsiasi cosa e ci condiziona la vita in tutti i sensi. Un altro tema è il Porno e quanto le immagini hot o i video ti sommergono, magari sei a tavola con gli amici o a cena ed arriva un video porno. Le cose che abbiamo scritto, sono completamente reali. È uno spettacolo in continua evoluzione. Ci sono alcuni temi che sono esplosi, altri cambiano e quando avviene, immediatamente modifichiamo ciò che abbiamo scritto. 
Quanto ha rivoluzionato la nostra vita, l’avvento dei Social? 
Non è tutto sbagliato, ad esempi noi attori con il lavoro siamo facilitati parecchio. Rispetto a prima, raggiungiamo una Platea molto più grande. Il problema nasce quando il tempo che passiamo sui Social diventa troppo. Una settimana fa, ho visto il video di un gondoliere che a Venezia, trasportava venti giapponesi e tutti erano piegati sullo smartphone e nessuno guardava le bellezze che erano intorno. C’è un dissociamento incredibile e questa è una cosa assurda. Non è sbagliato usarlo ma è sbagliato se lo usi quando non dovresti.  Il comun denominatore è essere connessi 24 h su 24. Molti si svegliano la notte per controllare se sono arrivate le notifiche. Siamo riusciti a dare allo spettacolo un taglio culturale. È un monologo educativo- comico. Nasce come esperimento ma abbiamo deciso dopo questo, di farne altri due per trattare altri temi. 
Quanto è cambiato il rapporto di coppia con l’avvento dello smartphone? 
È trattato nell’ultimo capitolo di Like. I Social hanno sostituito quella che una volta era la piazza, dove si condivideva uno sguardo, una litigata, si commentava chi passava. Oggi non c’è più e tutto avviene sui social ma non è la stessa cosa perché lì gli incontri hanno milioni di sfumature e qualcosa ti sfugge. Porto sempre l’esempio di un messaggio su whatsapp, un ti amo scritto è diverso da quello detto a voce. Il Social non può essere la risposta a tutto. Spero che fra dieci anni ce ne renderemo conto, oggi siamo tutti presi.  
Lo spettacolo che pubblico ha? 
È un pubblico misto, a Roma c’è stato un bambino di dieci anni, il giorno del debutto a Firenze, c’era una bambina di undici. È fantastico, riesco a farli ridere e anche a farli riflettere su delle cose sulle quali loro non hanno avuto modo di soffermarsi. Poi ci sono le Coppie che vengono da me a chiedere consigli. Ho la fortuna di avere una Laurea in Scienze della Formazione ed ho trovato la chiave di volta su quali spettacoli voglio fare, soprattutto quelli che sfociano nel sociale, facendo ridere che è ciò che mi riesce ma facendo anche pensare. Faccio ridere il pubblico per un’ora di fila, però poi si alza e pensa a quello che ho detto. Dò delle informazioni però poi dissacro tutto, sono molto cinico, cattivo su molti punti perché lo diventiamo quando siamo nevrotici. Era il nostro obiettivo ma non pensavamo venisse così bene.
Elisabetta Ruffolo (nella foto sotto con Stefano Santomauro)