lunedì 14 agosto 2017

Enoteca Letteraria di Roma, Antonio Puccica a Fattitaliani: il vino dona emozioni come un buon libro. L'intervista

L’Enoteca Letteraria di Roma è  stata aperta da Antonio Puccica: aperta tutti i giorni dalle 10 alle 21, ha una superficie di 120 mq divisa in due sale: una di circa 70 mq di origini settecentesche e, la più piccola, di circa 50 mq di origini seicentesca ed è opera di Francesco Borromini. Nella seconda sala, quella piccola, si tengono corsi (fotografia, scrittura creativa, lingua spagnola, bioenergia, profumeria e aromaterapia ed altri). 

L’Enoteca Letteraria - racconta Antonio Puccica a Fattitaliani - nasce nel luglio del 2012 da una mia idea. Amavo leggere buoni libri e bere ottimi vini. Non leggevo tanto per leggere e non bevevo tanto per bere. Alla decima pagina di un libro che non mi colpiva nelle emozioni lo chiudevo per non riaprirlo più. Così la bottiglia di vino: non veniva terminata se nel degustarlo non provavo emozioni. Quindi non ero un esperto libraio o un esperto sommelier.
Dal 1994 ho sempre lavorato nel settore edile, dove i miei studi mi hanno condotto (istituto tecnico per geometri e architettura). Per avviare l’attività ho studiato per conoscere il mondo dell’editoria e della distribuzione così come il mondo delle cantine, del vino e della sua vendita. Nel 2014, per puro caso, sono entrate due splendide ragazze in libreria, chiedendomi la disponibilità ad ospitare un salotto letterario. Erano Valeria e Loredana, due storiche socie IPLAC. Accolsi la loro proposta e mi presentarono la carissima Maria, uno dei doni che la vita mi ha concesso. Da quel momento è iniziato un percorso culturale incredibile. Insieme abbiamo presentato oltre 100 libri, con loro è nata l’idea di banchettare al termine della presentazione di un libro o di qualsivoglia evento culturale, organizzato insieme. Enoteca Letteraria e IPLAC stavano piano piano per diventare quasi un’unica realtà. Due storie diverse con un unico obiettivo: diffondere cultura con umiltà, ascolto e accoglienza. Lo scorso anno IPLAC mi ha nominato socio onorario, per me è stata un’emozione indescrivibile. Ripensando a come e perché è nata Enoteca Letteraria trovarmi socio onorario di un’associazione culturale ramificata su tutta la penisola è stato quasi un colpo al cuore. Mio padre mi disse “e chi l’avrebbe mai detto” infatti chi l’avrebbe mai pensato 4 anni prima?
Oggi ancor di più il legame con IPLAC è divenuto indissolubile. Il Consiglio Direttivo mi ha nominato prima Consigliere e poi Tesoriere Segretario. Forse mi stanno sopravvalutando ma io farò di tutto per non farli pentire. Ringrazio Maria Rizzi, Roberto Mestrone, Roberto Guerrini e tutti i consiglieri per avere scelto me per questa carica, che mi riempie di responsabilità, ma anche e soprattutto di orgoglio. De Andrè concluse un famoso brano con “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” Io ho sempre voluto scegliere, questa è la prima volta che sono stato scelto, un motivo in più per non fallire nell’impresa.                           
Ci racconta le motivazioni che Lo hanno indotto a volere questa libreria?
Tutto molto causale anche se io non credo “al caso”. Lavoravo, con incarico dirigenziale, in una grande società di costruzioni romana. Ero stanco dell’ambiente ed ero arrivato ad un punto in cui purtroppo avrei dovuto accettare “compromessi”. L’azienda operava essenzialmente nell’ambito degli appalti pubblici. Non ero quindi alla ricerca di un’occupazione, ero alla ricerca di un metodo per liberarmi di un’occupazione che iniziava a starmi stretta e mi rendeva triste. Premetto che fino al 1996, quindi fino a 34 anni, ho vissuto a Via Nazionale, une delle più importanti strade del centro di Roma e la mia famiglia frequentava la Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, meglio conosciuta come San Carlino, progettata ed edificata dall’Architetto barocco Francesco Borromini e di proprietà dei Frati Trinitari Spagnoli. Nel 2012 il Superiore dei Padri Trinitari mi contattò per chiedermi se conoscessi qualcuno interessato ad aprire un’attività in un locale del convento, con ingresso diretto da Via delle IV Fontane. Visitai il locale e in quel momento fui “fulminato sulla via di Damasco”, decisi di prenderlo in affitto ed avviare una libreria: avevo trovato la strada per liberarmi dal lavoro e, contemporaneamente, disintossicarmi da un ambiente che mi opprimeva. Avevo trovato la strada della felicità: il libro. Per rendere la libreria un ambiente diverso, decisi di abbinarlo al vino. Il nome avrebbe dovuto comprendere le due attività, libreria ubriaca o Enoteca Letteraria. Decisi per il secondo anche se è ingannevole, perché non è una Enoteca ma una Libreria
Si prefiggeva degli obiettivi, quali?
L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di dare la possibilità alle persone di scoprire, o forse riscoprire, la libertà. Il lavoro precedente mi garantiva una sicurezza economica maggiore, ma la libreria ti garantisce un senso di libertà che nessun compenso economico può darti. Avevo ripreso ad essere felice e questo solo il libro può concederlo. La mia esperienza doveva essere di tutti e quindi dovevo trovare il modo per far entrare la gente in una libreria indipendente. Iniziai a programmare eventi di tutti i tipi: musica, teatro, cinema, libri e salotti letterari. Piano piano la mia libreria è diventato un centro di incontro tra amanti della cultura ed amanti del buon libro: nella mia libreria le persone entrano e chiedono libri che trattano argomenti specifici. Non chiedono mai l’autore o il titolo come spesso avviene nelle grandi librerie. Nella mia libreria il protagonista è il libro mai l’autore. Il motto scelto è una frase attribuita a Francesco Borromini, tra l’altro un pezzo dell’Enoteca Letteraria rientra nel complesso monumento di San Carlo opera del Maestro barocco, “chi segue gli altri non gli va mai innanzi ed io al certo non mi sarei mai posto a questa professione al fine d’essere solo copista”. Volevo creare qualcosa di diverso; una libreria indipendente che avesse come obiettivo riabilitare il vecchio mestiere del libraio: diffondere cultura e non venderla.
Esiste un legame particolare tra cibo e cultura?
All’enoteca letteraria si predilige il Vino al cibo. Non è possibile cucinare, tant’è che ho dovuto creare una società di catering che mi servisse il cibo per gli eventi, ma è possibile degustare un buon vino. Quando decisi di inserire la parte enoteca, non ho pensato molto al connubio culturale, ho pensato ad una bevanda che si potesse degustare lentamente, come si degusta lentamente un buon libro e la scelta è ricaduta sul vino. Il vino dona emozioni come un buon libro. Il libro nasce dalle mani e dalla passione dell’autore, le stesse mani e la stessa passione che il contadino usa per far nascere e maturare l’uva. La cantina imbottiglia e l’editore impagina così come il libraio consiglia un buon libro, l’oste consiglia un buon calice di vino. Il vino merita rispetto perché, come i bravi sommelier dicono, il vino fa male. Provate però a non rispettare un buon libro, farebbe male anch’esso. 
Entrambi possono costituire l’identità di un paese?
Entrambi costituiscono l’identità di un popolo. Nella scelta delle cantine sono molto attento al fatto che ogni uvaggio sia autoctono: non prenderei mai un Sangiovese prodotto in Puglia. Il vino rispecchia le caratteristiche delle regioni dove è nato; l’uva raccoglie i sapori della terra e dei venti tipici del luogo dove è stato coltivato sin dalle origini. Ogni regione o zona ha modalità di coltivazione diverse che contraddistinguono quel vigneto e che sono state tramandate da generazione in generazione, il vino ha quel sapore perché prodotto in quel luogo. Così un libro raccoglie la parola e l’identità dell’autore e del linguaggio che lo stesso usa. Il libro è una spremitura di pensieri ed emozioni raccolte su tanti fogli di carta e quindi non può non rappresentare un’identità di un paese-
Di cibo sono poi pregni: il linguaggio (rendere pan per focaccia, divorare un libro...) e l'immaginario collettivo, cosicché ogni affermazione nasconde abissi di senso. Ma perché tutto questo? Perché mangiare dà gioia tanto quanto gustare il sapore delle parole?
Vivendo in Enoteca Letteraria e partecipando a tutti gli eventi che organizzo, mi rendo conto che stare attorno ad un tavolo per parlare di un autore, di un saggio o di una poesia produce la stessa atmosfera che si crea attorno ad una tavola bandita. Alcuni anni fa con IPLAC facemmo un esperimento. Regalammo una bottiglia di un buon vino laziale a tre poeti. Chiedemmo loro di ispirarsi a quel vino per scrivere una poesia. Ebbene, ascoltando le poesie prodotte era possibile sentire i profumi di quel vino senza degustarlo. E nel bere quel vino era possibile ascoltare la musicalità delle poesie senza che si leggessero. Miracolo o trucco magico? Era semplicemente respirare passione, emozione e…cultura.
La cucina è stata paragonata al linguaggio: come questo essa possiede vocaboli (i prodotti, gli ingredienti) che si organizzano secondo le regole di grammatica (le ricette), di sintassi (i menu, ossia l'ordine delle vivande), di retorica (i comportamenti conviviali). Come il linguaggio, la cucina contiene ed esprime la cultura di chi la pratica, può quindi essere arricchente per un gruppo letterario?
Non posso che confermare. Se bastasse il vocabolo, la grammatica, la sintassi per produrre un’opera letteraria tutti sarebbero dei grandi autori. Così se bastassero le ricette gli ingredienti e il menù per creare un banchetto, tutti sarebbero grandi chef. Serve la passione e l’amore per la cultura. All’Enoteca Letteraria organizzai una serie di eventi che ripercorsero il Rinascimento in tutte le sue proposizioni; arte pittorica e scultorea, musicale e letteraria. Si chiudeva il tutto con un banchetto tipico del periodo o raccontato da un grande artista come è stato quando il protagonista della serata è stato Michelangelo degustammo i cibi cari al Maestro. L’atmosfera era completa e la cucina rappresentava nei sapori perfettamente l’epoca. Sapesse che gioia si prova quando nel corso del Salotto Letterario organizzato all’Enoteca da Valeria Bellobono, colonna dell’IPLAC romano, compare il cibo sulla tavola, già ricca di libri. L’atmosfera si completa e i salottieri trovano maggiore ispirazione
Simbolismo: la tavola come metafora della vita. Convivio: cum vivere, vivere insieme, mangiare assieme. Di contro l’ispirazione, le emozioni, i libri, la narrativa, la poesia, che vengono raccontati e consegnati all’eternità perchè questo può fare la Scrittura. Come si conciliano queste due importanti componenti, il cibo e la poesia, potremmo dire l’immanente e il trascendente?  
Non saprei dirle perchè e come si conciliano ma questo avviene.  Immagini la sensazione che si prova nel leggere un racconto che non rispetta le regole grammaticali, di sintassi o che non abbia un finale. Oppure leggere una poesia che non-generi emozioni. Un mio caro amico docente di letteratura italiana all’Università per stranieri di Siene dice che “una poesia è bella quando emoziona”. Stessa sensazione si ha nel degustare un cibo mal cucinato e composto da ingredienti non amalgamabili o nel degustare un vino prodotto in maniera artificiosa e che non rispetti le regole naturali della vinificazione. I locali e le librerie di Roma organizzano facilmente e volentieri reding poetici o letterari. Da sempre esistono circoli che hanno avuto il merito di formare grandi poeti o narratori. Luoghi dove scambiare sensazioni aiuta la ricerca personale e l’ispirazione Così, da sempre, il momento più elevato di unione è la tavola, il convivio. Insieme ogni cibo acquista un sapore particolare, insieme si scoprono sapori ed odori che altrimenti magari si trascurerebbero
Il vino e il suo originario rapporto con la terra hanno ispirato i versi di moltissimi autori: la natura, l’elemento liquido, il colore, l’effetto inebriante che slega le inibizioni sono stati oggetto di poesie e di emozioni che la razionalità trattiene. Perchè ha chiamato questa libreria Enoteca?
Mi ripeto, l’obiettivo era quello di unire due elementi senza che nessuno fosse il protagonista. Avrei potuto invertire e chiamarla Libreria avvinazzata o qualcosa del genere, ma istintivamente mi venne Enoteca Letteraria e così si è chiamata. La verità è che rappresentava perfettamente ciò che volevo creare: un posto dove degustare e/o acquistare libri e vino.
Questa simbiosi tra questi due importanti elementi l’hanno arricchita in qualche modo e confermato nella giustezza dei suoi intenti?
Se tornassi indietro non cambierei una virgola di quanto costruito e fatto. I due elementi raggiungono da soli tutti gli obiettivi proposti. Io faccio poco, con un buon libro e con un ottimo calice di vino la festa è fatta.
Il pubblico che frequenta questi eventi ha fatto presa anche sui giovani?
I giovani sono attratti dall’idea. Ad alcuni eventi con musica o teatro o cinema la partecipazioni dei giovani è maggiore. Per la presentazione dei libri purtroppo dipende molto dall’autore. I giovani, oggi, sembra che abbiano bisogno del mito ma come personaggio. Un pessimo libro diventa per loro bello se scritto da un loro mito. E’ il prossimo obiettivo far scoprire ai giovani che il protagonosta è il libro, la parola stampata. La Divina Commedia è un’opera letteraria non perchè scritta da Dante, lo sarebbe stata anche se l’avessi scritta io.
La stagione che stiamo vivendo è all’insegna della spensieratezza e dell’allegria. Concludiamo l’intervista ringraziando ovviamente il dr. Puccica per la sua idea vincente, per il contributo che da alla Cultura popolare e concludiamo, per rimanere in tema, con i versi del grande Jorge Luis Borges, che ha dedicato proprio al vino un sonetto, celebrando gli “autunni dorati” in riferimento alle colline piene di foglie gialle, teatro delle vendemmie.
“In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata”
Caterina Guttadauro La Brasca

Enoteca Letteraria Via delle Quattro Fontane 130, Roma 0645435015; 
info@enolibreria.it
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