domenica 19 febbraio 2017

“Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni” un libro di Matteo Corradini. L'intervista

Esther Hillesum, chiamata Etty, il 7 settembre del 1943 saliva su un treno in partenza verso i lager nazisti nell’est dell’Europa, seguendo il destino di morte di oltre centomila ebrei olandesi. Morirà due mesi dopo ad Auschwitz. Aveva 29 anni. Dal treno lasciava cadere un biglietto su cui, tra l’altro, aveva scritto: “Siamo partiti cantando”.
Difficile immaginare quale poteva essere il canto di quei deportati che così cercavano di non cedere all’angoscia e alla disperazione. A dare una risposta ci prova Matteo Corradini in un libro che porta il titolo di quel biglietto. Pubblicato dall’editrice “rue Ballu”, nella collana per ragazzi “Jeunesse Ottopiù”, il libro: “Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni” è illustrato da Vittoria Facchini e ha ricevuto il premio Andersen 2016 come migliore Progetto editoriale. Adriana Masotti ha chiesto allo stesso scrittore Corradini, impegnato nella didattica della Memoria e studioso dell’ebraismo olandese, di definire in poche parole chi è stata Etty:
R. – E’ stata una ragazza curiosa di tutto: curiosa della vita, curiosa delle persone, ma soprattutto curiosa di se stessa. Etty per me è stata questa scoperta: la scoperta di una persona che voleva viaggiare anzitutto dentro se stessa.

D. – Una ragazza che aveva anche la voglia di vivere e di godere delle belle cose della vita, e nello stesso tempo aveva una grande profondità. Lei le fa dire: “Ho voluto condividere il destino del mio popolo fino in fondo”. Fa impressione …

R. – Sì, questo è anche un dato storico. Etty collaborava con la comunità ebraica per la parte più sociale, che era quella che si occupava proprio di accudire i deportati nel lager di transito di Westerbork, che era il lager attraverso cui sono passati praticamente tutti gli ebrei olandesi. E lei aveva la possibilità di salvarsi, nonostante fosse ebrea. Decise invece di non farlo: decise di accompagnare il suo popolo, di accompagnare le altre persone in questo destino terribile, e lo decise consapevolmente. E’ una sorta di martirio, il suo. Lei non lo interpreta esattamente così, lo vede come una scelta naturale: “La mia gente, i miei amici, le persone che conosco e le persone che sono uguali a me vanno lì: io vado con loro”.

D. – Un elemento molto importante per Etty è la scrittura: la sua ancora di salvezza, possiamo dire …

R. – Sì: lei scrive tanto; scrive i diari, scrive le lettere … Etty aveva una spiritualità molto forte, ma aveva anche una spiritualità oggettivamente molto originale, talmente originale da non essere inquadrabile in nessuna delle religioni che potrebbero fare riferimento a Etty: lei non era troppo ebrea, ma non era neanche troppo cristiana. Etty cammina su questo confine tra una spiritualità interiore fortissima, l’appartenenza a una religione sempre però con uno stile pieno di dubbio. Forse siamo affezionati a lei proprio per questo, perché una persona con tanti dubbi, in fondo, assomiglia a noi …

D. – “Siamo partiti cantando”: ma di che cosa avrà parlato questa canzone? Lei, nel suo libro, fa dieci ipotesi: la canzone degli alberi, del mare, della bellezza femminile, della matita e altre. Forse è utile fare qualche esempio. Non so: la canzone della camicia da notte …?

R. – Lei aveva questa fissa per le camicie, per la camicia da notte, e aveva letto su un giornale che erano state intercettate ad Amsterdam delle persone – una l’aveva vista anche lei – in camicia da notte: c’erano delle persone che avevano perso tutto o quasi tutto e quindi tra gli ultimi abiti che avevano, c’erano queste camicie da notte. E allora, lei racconta proprio di queste persone. In particolare, una di queste era stata uccisa e quindi lì, nella canzone, viene raccontata in prima persona la morte di quest’uomo, e lui quasi la prende con ironia, dice: “La camicia da notte era quasi nuova” …

D. – Ecco: perché questa iniziativa di scrivere, di Etty, rivolgendosi proprio – in particolare – ai giovani, e qual è il messaggio che lei spera ricavino dalla lettura di questo libro?

R.- Allora, di Etty Hillesum non è stato facile parlare, però è un argomento che credo valga la pena di avvicinare ai giovani, perché Etty scrive in un’età in cui le domande, per certi versi, sono più forti delle certezze. E questo credo sia il suo messaggio: cioè l’idea che quando le domande sono più grandi di te, non stai vivendo un dramma, stai vivendo la vita; è la tua vita che è fatta più di domande che di certezze. Quello di Etty è un cammino di ricerca, è un cammino che io auguro ai giovani. Cioè, io auguro di fare della fragilità una virtù, un valore: noi esseri umani dobbiamo fare della nostra fragilità la nostra virtù. Adriana Masotti, Radio Vaticana, Radiogiornale del 18 febbraio 2017.