mercoledì 14 settembre 2016

Cristina Meschia presenta "Intra" a Fattitaliani: "la passione per la musica è una delle più belle debolezze". L'intervista

Intra” è il nuovo progetto discografico di Cristina Meschia: un album, tra folk e jazz, tra l’italiano e il dialetto piemontese, nato tra i fiumi verbanesi di San Bernardino e di San Giovanni. Dodici tracce in cui la cantautrice piemontese mette in musica e arrangia, insieme a Riccardo Zegna, poesie popolari, canti eseguiti da cori, canti eseguiti nelle osterie e nelle valli del suo territorio (Cristina Meschia è originaria del Verbano Cusio Ossola), attraverso un lungo lavoro di ricerca delle tradizioni storiche, di testimonianze e memorie, di recupero di spartiti e libretti con i vecchi brani. Fattitaliani l'ha intervistata.
Dietro Intra c'è senza dubbio una ricca ricerca storica che affonda le sue radici in tradizioni ben precise. Chi o cosa devi ringraziare per averle conosciute e amate al massimo?
Vengo da una famiglia piemontese: mio padre e mia madre parlano dialetto, le mie nonne e i parenti più stretti anche loro. Ho vissuto quindi molto vicino al dialetto in infanzia. Proprio in questi ultimi tre anni in cui mi sono allontanata dalle mie zone, il mio orecchio ha iniziato a cogliere altri dialetti, altri modi di dire, ho vissuto con una genovese, con un pantesco, e sono stata in contatto con ragazzi di varie regioni, tutto questo mi ha affascinato. I dialetti sono una contaminazione di lingue, di popolo, della gente che si parla, sono lingue impure e imbastardite. Ringrazio quindi oltre la mia famiglia, ovviamente le persone che mi hanno fatto apprezzare di più la mia tradizione mediante la conoscenza della loro. C’è stato uno scambio.
Puoi raccontarci un qualche aneddoto particolare avvenuto durante questa ricerca o anche durante la registrazione del disco?
Diversi sono stati i momenti divertenti che hanno caratterizzato “Intra”. È nato tutto così per gioco, dopo un pranzo impegnativo ed una bottiglia di vino rosso. Riccardo Zegna ed io decidiamo di buttarci in questo progetto atipico. Un giorno di ritorno a Verbania cerco di trovare più canti popolari possibili, un po’ ovunque: in biblioteca, in un paio di librerie del luogo. Recupero un brano in una casa di riposo da un volontario del centro che ogni mercoledì canta vecchi brani popolari con la sua bella fisarmonica, accedo ad un altro brano, per caso, all’interno di uno storico museo del luogo, recupero vinili, giornali d’epoca e fotografie. Insieme a Riccardo scegliamo i pezzi, le tonalità, gli strumenti da utilizzare, cerchiamo un sound. Riccardo scrive pagine e pagine di arrangiamenti, instancabile e fedele alleato. Finite tutte le registrazioni inizio a cercare e contattare tutte le persone che in qualche modo sono legate ai brani. Conosco persone fantastiche, piene di vita e di ricordi, (tra cui Franca Olmi) ricordi che con la musica non muoiono mai, rimangono in vita. Originale anche il modo di comunicare per gli arrangiamenti tra me e Riccardo: Corrado, il panettiere del suo paese, Calizzano (in provincia di Savona), che ha fatto da tramite facendo pervenire il materiale che riceveva da me via mail.
Nel brano omonimo al titolo del disco è descritta “l'altra faccia del progresso”, che in parte cancella le tradizioni e tutto ciò che di bello c'è nel passato e nella storia in genere. Cosa puoi dirci di più sul tuo pensiero a riguardo?
Anch’io credo che il progresso ha in parte cancellato le tradizioni; pertanto non lo chiamerei “progresso” ma piuttosto sviluppo. Nel nostro paese c’è stato uno sviluppo evidente e un gran consumo di cose superflue. Le persone che prima valorizzavano le tradizioni e pensavano al futuro e al passato, ora vivono dando importanza solo o in maggior parte al presente. Anche se, nel testo della canzone “Intra” si racconta che i cambiamenti nell’aspetto della città e delle persone sono avvenuti solo esternamente. L’animo della gente che crede nei valori tramandati da generazione in generazione è rimasta sempre quella. “Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore." (P. P. Pasolini)
Nel disco ovviamente la fa da protagonista la tua Verbania e il Piemonte in generale. C'è qualche altra terra che senti tua? Magari la Roma in cui adesso vivi? In ogni caso ritorneresti a vivere nella tua terra d'origine?
Ti posso dire che Roma l’ho sentita e la sento un po’ mia, è una città che ti accoglie, non ti fa sentire mai solo e non ti giudica. È stata una buona amica, conosce tutto di me. Abbiamo passato tanti momenti a dialogare in silenzio. A Roma, le persone sembrano vivere con più entusiasmo, arrabbiarsi con più fantasia, e perdere il senso della logica più facilmente. In passato ho avuto altre due amiche, l’elegante Cuneo, dove ho deciso che ruolo dare alla musica nella mia vita e la colta Torino. Bologna è stata una simpatica e leale conoscente. Altro luogo a me caro, legato ai momenti più avvincenti e assurdi di sempre è ovviamente Calizzano (comune di 1.545 abitanti della provincia di Savona in Liguria), culla di tutto il progetto “Intra” e della mia amicizia più sincera. Diciamo che questi luoghi sparsi per la penisola mi hanno insegnato tanto dal punto di vista musicale e umano quindi inevitabilmente le sento un po’ mie.
Al momento mi trovo nella mia città natale, ma sono pronta ad accogliere altri cambiamenti e spostamenti in base al volere della “signora” musica. “Mi sento cittadina del mondo, la mia mente è aperta e desiderosa di assorbire concetti di 1000 culture diverse, imparando e crescendo anche attraverso i miei viaggi.” (Camila Raznovich)
Parliamo un po' delle tue influenze: nel disco c'è tanto jazz oltre al folk della tradizione. Puoi citarci qualche musicista che è per te fonte d'ispirazione? Magari qualche jazzista nello specifico?
Le influenze sono molte: jazz, etno- world, indie, cantautorato. In questi ultimi tre anni di vita ho avuto il piacere di poter frequentare vari ambienti, vari mondi musicali, e persone provenienti da varie culture, questo mi ha permesso una maggior consapevolezza anche delle mie radici e di ciò che sono. Ci sarebbero molti nomi: Melody Gardot, gli Snarky Puppy, Herbie Hancock. Senza ombra di dubbio una delle voci più emozionanti e potenti che ho avuto modo di ascoltare ad Umbria Jazz Festival nel 2015, è quella di Dianne Reeves, una tra le artiste più abili nel fondere R&B, pop, musica latina all’interno di un quadro jazz dai colori accesi.
Ma il jazzista da cui ho attinto di più o meglio, che è stato in grado di trasmettermi dal vivo alcuni concetti fondamentali è il pianista Riccardo Zegna. Per lui il jazz è un tipo di espressione musicale dove una persona può davvero essere personale. Perché essere personali è la cosa più importante, com’è importante la conoscenza, la curiosità e la passione per la musica, una delle più belle debolezze. La ricerca, la conoscenza e compiacersi della conoscenza per continuare a scoprire cose nuove e riscoprire le cose vecchie, scoprire la bellezza e studiarla. Un maestro che non vuole dare consigli ma cerca lo scambio… 
Credi che l'industria musicale e artistica in generale sia ben disposta nei confronti di prodotti del genere: ricerca storica, tradizioni popolari.. ? Oppure vuole un altro tipo di prodotto? Cosa ne pensi?
Sinceramente non so di preciso che cosa voglia l’industria musicale e se esiste, forse si, è interessata ad un prodotto. Ma pensare di definire la musica “prodotto” mi fa rabbrividire, quindi, meglio che non ci pensi. Mi rivolgo molto di più alle persone che all’industria musicale, credo sia più costruttivo. Noto con piacere che esiste un settore, seppur di nicchia, che apprezza, anzi, non solo, che ricerca ed ha bisogno di qualcosa di sincero e di genuino.
Si parla di un mondo molto lontano dai reality show, molto più faticoso, un pubblico che non ci si guadagna con una apparizione in televisione ma che si guadagna in anni e anni di lavoro, sono scelte. 
Mi fa molto sorridere il pensiero a riguardo di Herbie Hancock: “Sei jazz se scegli la via più difficile”… io non so se sono jazz, ma sicuramente ho scelto un percorso complesso, ma perlomeno l’ho scelto io.
Ho saputo che hai preso parte a performance che abbracciano più arti insieme a illustratori e pittori. Come ti trovi con questa forma di comunicazione?
Ho preso parte a performance che abbracciavano diverse arti. In alcune ero io la stessa tela dove a pittrice dipingeva, in altre performance il pittore o l’illustratore esprimeva con i colori quello che la mia voce gli trasmetteva costruendo cosi un racconto di immagini in continua evoluzione. Il 9 settembre alla presentazione di “Intra”, l’idea è stata proprio questa, quella di creare uno spettacolo che coinvolgesse le varie arti e discipline: dalla pittura in scena abbinata alla musica, alla recitazione, proiezioni, poesie. Tutto questo per offrire uno spettacolo vario e riuscire a toccare vari punti emozionali: “Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde” Vassilly Kandisky
Cosa c'è nel futuro artistico di Cristina Meschia ? Qualche sogno nel cassetto? Qualche progetto in cantiere?
Sogni nel cassetto tanti…cerco di aprire un piccolo cassetto alla volta. La sfida di questa raccolta di brani ha l’intento di portare il dialetto oltre confine proponendolo come lingua  a sé. Altro progetto è quello di iniziare a scrivere anche brani inediti in dialetto.
Giuseppe Vignanello
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