Il calcio spagnolo si è svegliato stamattina rotto dal dolore, come ha scritto il Tenerife stesso: "Rotos de dolor, con un nudo en la garganta".
Alle 8:00 di oggi, martedì 3 novembre 2026, è morto Jesús de Miguel Alameda, 30 anni, attaccante del CD Tenerife. Non è morto per un male incurabile. È morto per calcio. Per quello che tutti i ragazzini fanno la domenica: rincorrere un pallone lungo.
Lunedì, Heliodoro Rodríguez López, minuto 98, 2-2 contro l'FC Andorra.
Partita già rinviata di un giorno per allerta maltempo. Contropiede del Tenerife, De Miguel scatta, dall'altra parte esce il portiere dell'Andorra, Jesús Owono. Un pallone diviso a metà campo. Owono arriva con il ginocchio dritto sul petto.
De Miguel crolla. Immobile. Arresto cardiorespiratorio sul campo, RCP in ambulanza, corsa all'Hospital Universitario Nuestra Señora de la Candelaria. Ieri sera sembrava stabile dentro la gravità. Poi nella notte il peggioramento neurologico. E stamattina la fine.
C'è poco di eroico in questa storia, ed è per questo che fa così male. Jesús de Miguel non era una stella della Liga. Era un ragazzo di Madrid, classe 1996, cresciuto tra Primera Federación, Lugo, Fuenlabrada, Unionistas, Castellón.
L'anno scorso l'exploit: 11 gol in 36 partite che riportano il Tenerife in Segunda División. Era arrivato. Aveva 30 anni, l'età in cui un attaccante di provincia finalmente si guadagna un contratto decente, una stabilità.
E Owono? Ha preso rosso diretto, è distrutto, voleva chiedere scusa alla famiglia. Non c'è colpevole. C'è solo la dinamica assurda di uno sport di contatto dove un ginocchio e uno sterno si incontrano un millisecondo fuori tempo. La RFEF ha sospeso tutte le partite di Coppa del Re e della Regina di oggi. Un gesto giusto, ma insufficiente.
Il triste destino di De Miguel ci ricorda una verità che il calcio moderno, iper-tattico e iper-miliardario, finge di dimenticare: sotto le maglie ci sono ancora corpi fragili. E a volte un contrasto di gioco vale una vita.
Riposa in pace, Jesús.


