di Giovanni Zambito - Ci sono luoghi che sembrano fatti per esporre tutto, ma che finiscono per nascondere le storie più profonde di chi li abita. È il caso del MonaLiza, il night club in cui si svolge Vite da strada, lo spettacolo scritto e diretto da Tommaso Agnese, che dal 5 all'8 novembre al Teatro Belli di Roma porta in scena tre esistenze segnate dalla solitudine, dalla fragilità e da un desiderio ostinato di riscatto. Crisalide, Gaetano e Alfredo sono personaggi diversi, accomunati dalla ricerca di una vita possibile, dal bisogno di essere riconosciuti e dalla speranza di poter ancora cambiare il proprio destino.
Attraverso un racconto in cui convivono crudezza e poesia, grottesco e tenerezza, Agnese attraversa mondi spesso osservati con superficialità e pregiudizio, restituendo dignità e umanità a chi rischia di rimanere invisibile. Il corpo, il desiderio, i sogni e il bisogno di essere amati diventano così strumenti per interrogare non soltanto la marginalità, ma anche le contraddizioni della società contemporanea. Uno spettacolo che invita il pubblico a superare lo sguardo di chi osserva per entrare in quello di chi vive, soffre e continua a sperare. Fattitaliani ne ha parlato con Tommaso Agnese. L'intervista.
Da quale esigenza è nata la storia di Vite da strada e che cosa l’ha spinta a raccontare proprio questi mondi, spesso invisibili o osservati attraverso il pregiudizio?
Vite da strada nasce dal desiderio di raccontare la solitudine e, soprattutto, il bisogno disperato che abbiamo tutti di essere visti, amati, riconosciuti. Mi interessava entrare in un mondo che normalmente osserviamo dall’esterno, spesso con superficialità o pregiudizio, e scoprire cosa si nasconde dietro le persone che lo abitano. Ho scelto un locale di spogliarello perché è un luogo in cui tutto sembra essere esposto, i corpi, i desideri, le debolezze, ma dove paradossalmente le persone rimangono invisibili. Non volevo raccontare tre emarginati, ma tre esseri umani con le loro contraddizioni, le loro fragilità e il loro bisogno di trovare un posto nel mondo. Credo che la marginalità non sia soltanto una condizione sociale, ma anche una condizione esistenziale che, in forme diverse, può riguardare ciascuno di noi.
Quanto contano i sogni nella vita di queste persone e quando il desiderio di cambiare rischia di trasformarsi in un’illusione?
I sogni sono probabilmente l’unica cosa che permette a questi personaggi di continuare a vivere. Crisalide, Gaetano e Alfredo sono tre persone che, per ragioni differenti, non riescono ad accettare completamente la propria esistenza e immaginano continuamente una vita diversa. Ma c’è una differenza enorme tra sognare e avere ancora la possibilità di realizzare un sogno. È proprio su questa distanza che ho cercato di costruire il racconto. A volte ci aggrappiamo talmente tanto all’idea di ciò che avremmo potuto essere da non riuscire più a vedere quello che siamo diventati. I protagonisti continuano a immaginare un futuro anche quando quel futuro sembra essere già stato compromesso. Ed è questo, secondo me, l’aspetto più doloroso e allo stesso tempo più umano della storia: la capacità di continuare a sperare anche quando non esistono più le condizioni per farlo.
Che cosa racconta Vite da strada sul rapporto tra corpo, dignità e identità in una società in cui sembra che tutto abbia un prezzo?
Il corpo è sicuramente uno degli elementi centrali dello spettacolo. Nel mondo del MonaLiza, il locale in cui si svolge la vicenda, il corpo è qualcosa che si vende, si mostra, si desidera e si consuma. Ma per me il tema non è tanto la mercificazione del corpo in sé, quanto il bisogno di essere riconosciuti attraverso lo sguardo degli altri. I personaggi cercano continuamente qualcuno che li guardi davvero, che vada oltre ciò che mostrano. E qui nasce una contraddizione: più espongono se stessi, più rischiano di perdere la propria identità. Credo che questa dinamica appartenga anche alla società contemporanea, dove siamo continuamente chiamati a mostrarci, a costruire un’immagine di noi stessi, a cercare approvazione. La dignità, però, non dovrebbe dipendere da quello che facciamo, dal nostro corpo o dallo sguardo che gli altri ci restituiscono. È qualcosa che dovrebbe appartenerci indipendentemente da tutto questo.
Come ha lavorato sull’equilibrio tra crudezza e poesia, evitando che il racconto delle difficoltà dei protagonisti diventasse giudicante o pietistico?
Ho cercato prima di tutto di non giudicare mai i personaggi. Non volevo assolverli, ma nemmeno condannarli. Sono persone capaci di gesti generosi e di comportamenti terribili, esattamente come accade nella vita. Per questo ho voluto che nello spettacolo convivessero registri molto diversi: momenti grotteschi, situazioni quasi comiche, violenza, tenerezza e improvvisi squarci di poesia. La vita non è mai soltanto drammatica, nemmeno nelle condizioni più difficili. A volte si ride proprio quando si è più disperati. Anche nella regia ho cercato questo contrasto: da una parte il realismo di un night club, con la sua musica, le sue luci e la sua volgarità; dall’altra momenti in cui tutto si sospende e rimangono soltanto gli esseri umani, quasi spogliati del mondo che li circonda. La poesia, per me, non serve ad addolcire la realtà, ma a mostrarne una dimensione più profonda.
Che ruolo ha lo sguardo del pubblico? Vorrebbe che, uscendo dalla visione, cambiasse il modo in cui guardiamo le persone che vivono ai margini e le loro storie?
Ho voluto che il pubblico
entrasse fisicamente nel MonaLiza, che non si limitasse ad assistere a una
rappresentazione, ma avesse la sensazione di trovarsi realmente dentro quel
locale. All’inizio gli spettatori sono quasi dei clienti: osservano, si
divertono, forse giudicano. Poi, progressivamente, quello sguardo cambia,
perché dietro i corpi e i personaggi che si esibiscono cominciano a emergere
delle vite. Mi interessava proprio questo passaggio, trasformare uno sguardo
curioso, magari voyeuristico, in uno sguardo umano. Non credo che il teatro
debba insegnare qualcosa o suggerire una morale. Preferisco che lasci delle
domande, magari anche un certo disagio. Se alla fine dello spettacolo lo
spettatore riuscirà a vedere Crisalide, Gaetano e Alfredo non più come tre
figure ai margini, ma come tre persone nelle quali riconoscere qualcosa di sé,
allora credo che il nostro lavoro avrà raggiunto il suo obiettivo.



